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Perseguitato perché cristiano, gli uccidono mamma e moglie e scappa dalla Nigeria. In Trentino però l'Odissea non è finita: ''Ho la pelle nera, mi pagano meno degli altri''

Scappato dalla Nigeria ha attraversato il deserto per raggiungere la Libia. Qui una banda armata lo ha preso assieme ad altri che si trovavano con lui per portarli nelle terribili carceri libiche. Dei veri e propri centri di detenzione, dei lager dove ogni cosa è permessa. “Assieme a me avevo un amico ma è stato ucciso. In carcere per settimane ogni mattina venivo frustato. Avevo paura di non farcela, che non avrei più rivisto i miei figli”

Di Giuseppe Fin - 06 ottobre 2021 - 06:01

TRENTO. “Vedi, noi abbiamo la pelle nera e ci pagano meno di quelli che arrivano dall'est. Ma non possiamo dire nulla se no veniamo mandati via”. Mandati via da un lavoro che li vede sgobbare dieci ore al giorno nei campi per raccogliere la frutta per pochi euro. Nelle prime settimane capita che non ci sia nemmeno il contratto e chi insiste nel chiederlo, per averlo almeno dopo una settimana, rischia di essere messo alla porta. “They don't regard us” ci ripete Peter un giovane di 32 arrivato dalla Nigeria e che proprio in questi giorni sta raccogliendo la frutta nelle valli trentine. Ha cambiato datore, però. Non è tornato da quello che nel 2020 gli aveva messo a busta paga 5 euro all'ora perché si era accorto, con altri lavoratori, che ai loro colleghi ''bianchi'' ne venivano dati 8-9 per fare le stesse ore e lo stesso tipo di attività.

 

Peter (il nome è di fantasia per evitare che il giovane venga riconosciuto) racconta che anche qui, come in altri parti d'Italia, c'è anche una corsa al ribasso e il colore della pelle fa, purtroppo, la differenza: i neri hanno una paga inferiore rispetto ai bianchi. La storia di Peter è fatta di dolore e paura ma anche di coraggio e speranza. Lui ora vive in Trentino e sta attendendo lo “status di rifugiato per persecuzione religiosa”. Fino a prima della pandemia era pastore di una Chiesa pentecostale a Trento ed è arrivato in Italia dopo essere scappato dalla Nigeria dove i cristiani come lui sono ancora oggi perseguitati e massacrati.

 

Per capire la situazione basta guardare i numeri. Nei primi 200 giorni di quest'anno sono quasi 3500 i fedeli cristiani uccisi dalle milizie islamiche. Trecento le chiese bruciate e una decina i sacerdoti uccisi. I dati sono contenuti in un rapporto pubblicato dalla Ong umanitaria Comitato internazionale per la costruzione della pace e la giustizia sociale . I protagonisti di questa carneficina sono principalmente tre gruppi fondamentalisti islamici: Boko Haram, i guerriglieri fulani e i poliziotti della sicurezza nazionali collusi con gli altri due gruppi

 

Essere cristiano. E' questa la ragione per la quale prima hanno ucciso sua madre e poi anche sua moglie. I suoi due figli, invece, è riuscito a farli scappare in Ghana. “Li sento ogni tanto ora sono al sicuro ma mi mancano” ci dice Peter. E' arrivato in Italia nel 2014 dopo essere scappato dalla Nigeria, dalla Repubblica di Benin, poi in Niger e attraversato il deserto per raggiungere la Libia. Qui una banda armata lo ha preso assieme ad altri che si trovavano con lui per portarli nelle terribili carceri libiche. Dei veri e propri centri di detenzione, dei lager dove ogni cosa è permessa. “Assieme a me avevo un amico – ci racconta Peter – ma è stato ucciso. In carcere per settimane ogni mattina venivo frustato. Avevo paura di non farcela, che non avrei più rivisto i miei figli”. Grazie all'aiuto di altri prigionieri Peter, una notte, riesce però a scappare. Il mare, il miraggio di quella costa dove sono diretti per imbarcarsi su un gommone fatiscente che li porterà poi in Italia, è ancora molto ma molto lontano.

 

C'è un deserto da attraversare. “Per sopravvivere avevamo dei pezzi di pane, non c'era acqua e ad un certo punto abbiamo bevuto anche la nostra pipì” continua nel racconto Peter. Sei giorni trascorsi nel deserto fino a quando, ormai senza forze, lui e gli altri fuggitivi hanno incontrato una donna che li ha presi e nascosti in casa propria prima di accompagnarli al luogo dove avrebbero trovato i trafficanti per il viaggio. Alcuni scafisti li hanno fatti salire su una vecchia imbarcazione. Uno di questi ha fatto un tratto di viaggio assieme a loro fino a quando ad un certo punto è salito su un'altra barca facendoli proseguire da soli, in balia del mare.

 

Ad un certo punto sono stati intercettati da alcuni soccorritori che li portano in salvo a Taranto. In Puglia Peter rimane poche ore perché viene subito trasferito nel nord Italia dove le forze dell'ordine e la Croce Rossa lo mandano in Trentino, prima al campo di Marco e poi alla residenza Brennero dove rimane fino a quando scade il suo progetto di accoglienza finendo poi in strada. Viene aiutato da alcuni amici ma poi con l'arrivo del lockdown trova un posto dove dormire grazie alla Caritas. “Riesco a dormire al coperto ancora oggi grazie alla Caritas – ci racconta – ma cerco anche alcuni lavoretti da fare”. Non è semplice sbancare il lunario. Peter ha lavorato per tre settimane in un ristorante e alla fine non è stato nemmeno pagato. In questi mesi sta raccogliendo la frutta. Ed è questo il settore che lo sta tenendo occupato. Come lui moltissimi stranieri provenienti dall'Africa e presenti da alcuni anni in Italia. Sono stati chiamati nelle campagne a raccogliere la frutta già lo scorso anno quando il lockdown ha ritardato l'arrivo o addirittura bloccato gran parte dei lavoratori dell'est.

 

Ho raccolto mele ma anche piccoli frutti” ci racconta. Non sempre il contratto viene fatto in tempi brevi. “In alcuni casi il proprietario si fa dare il permesso di soggiorno per il contratto ma alla fine passano settimane prima di vederlo e in alcuni casi chi lavora viene mandato via prima di averlo”. Mentre parliamo lui si pizzica la pelle del braccio. “Vedi? Io ho la pelle nera e prendo meno degli altri che arrivano dell'est. Anche se lavoro sempre sulla scala e faccio un lavoro che potrebbe essere più pericoloso. La mia paga è sempre di 5 euro all'ora mentre gli altri, quelli dell'Est, possono arrivare a 8-9 euro. Noi non veniamo considerati, siamo gli ultimi”.

 

La paga cambia da zona a zona e da padrone a padrone ed ovviamente non tutti si comportano in questo modo, anzi, la stragrande maggioranza rispetta regole e persone. Ma non tutti e così anche in Trentino i fenomeni di sfruttamento e abusi esistono, come dimostrato anche dalle inchieste condotte dagli inquirenti in vari ambiti. Nel campo c'è chi inizia a raccogliere alle 7.30 fino alle 17 e chi invece dalle 8 e va avanti fino anche alle 18. I più fortunati hanno una pausa a metà mattina di pochi minuti, il tempo di bere qualcosa. Poi c'è il pranzo che spesso bisogna portarsi da casa. E' un lavoro che non si ferma, che prosegue fino a sera. Come non si ferma il desiderio di Peter di riuscire a ricostruirsi una vita e riabbracciare i suoi figli.

 

“Non capiamo perché noi veniamo pagati meno degli altri e questa cosa ci fa arrabbiare. Non tutti i proprietari fanno così ma alcuni si” ci ripete Peter che però prima di salutarci dice: “Per me avere un lavoro è importante, voglio rivedere i miei figli e solo lavorando, un giorno, potrò riuscirci”.

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