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IL VIDEOSERVIZIO. Nel rifugio antiaereo di Trento con Luigi Sardi: ''Avevo 5 anni e ci stavamo in 2.000. Appena entrato sentivi la puzza di urina, vomito e paura''

In questi giorni che l'Europa riscopre il dramma di una guerra in casa con le città bombardate dai russi siamo andati in un luogo dimenticato di Trento: il rifugio antiaereo ''Alla Busa'' sotto il convento dei Cappuccini di San Bernardino. Ci siamo stati con il giornalista Luigi Sardi che all'epoca aveva 5 anni: ''C'erano delle panche, della culle anche dei giochi per i bambini. Ricordo che quando arrivava il buio più buio che faceva terrore speravamo di sentire il rumore delle dinamo di una donna che teneva una luce in mano''

Di Marco Todarello e Luca Pianesi - 05 March 2022 - 05:01

TRENTO. ''Si veniva anche in 2.000 persone qui dentro e appena entravi il primo impatto che avevi era quello con un puzzo enorme di urina, vomito e di paura. Perché anche la paura ha il suo odore terribile''. In questi giorni terribili durante i quali l'Europa riscopre il dramma della guerra, delle esplosioni, dei bombardamenti, delle sirene che suonano per mettere in allarme la popolazione e spingerla a correre al riparo siamo stati in un luogo dimenticato di Trento, il vecchio bunker antiaereo di piazza Venezia.

 

Ad accompagnarci Luigi Sardi, storico giornalista e inviato speciale del quotidiano “Alto Adige” dal marzo del 1959 all’agosto del 1998 e scrittore autore, tra gli altri libri, assieme a Mario Ferrandi e Gian Pacher de “Gli anni delle bombe” e con altri autori, “Sloi, incubo nella città”. Sardi, classe 1939, racconta che aveva 5 anni quando Trento, occupata dai tedeschi e punto importante di collegamento (prima di tutto ferroviario) tra l'Italia del Nord e Austria e Germania attraversata dallo strategico asse del Brennero, finì nel mirino dei bombardieri americani.

 

Furono in tutto 42 i bombardamenti dall'autunno del '43 in poi per un totale, a fine guerra, di 348 vittime civili. ''Il rifugio antiaereo pubblico Alla Busa - si legge nello studio condotto da Michela Dalprà, Anna Maragno e Giovanna A. Massari dal titolo Studi e proposte progettuali sui rifugi antiaerei di Trento: la galleria ipogea ''Alla Busa'' - realizzato a partire dall’autunno 1943 (il 2 settembre del 1943 ci fu il primo bombardamento del capoluogo trentino, quello de La Portela con circa 200 morti ndr) al di sotto del convento di S. Bernardino dei Frati Francescani, ad est del centro di Trento. Dopo la fine del confitto il ricovero fu chiuso e dismesso, ma rimane poco chiaro ciò che accadde da quel momento. Attualmente la proprietà è della Provincia autonoma di Trento che, in anni recenti, ha concesso l’uso degli spazi a un’armeria. Il bunker, capace di ospitare più di 1.000 persone, si presenta come una cavità nella roccia che si estende per una lunghezza di più di 100 metri, con una superficie di oltre 1.200 metri quadri. Era dotato di quattro accessi, tre dei quali sono attualmente murati. All’interno della galleria, in prossimità degli ingressi, si trovano dei blocchi in calcestruzzo e pietra probabilmente realizzati per contrastare l’onda d’urto delle esplosioni. I cumuli di macerie e alcuni muri divisori documentano gli usi sporadici negli anni a ridosso della fine del conflitto. Il microclima interno è caratterizzato da una forte umidità''.

 

Il rifugio antiaereo di Piazza Venezia è stato oggetto anche di un interessante studio fatto da Davide Giacomelli che nell'anno accademico 2019/2020 si è laureato a Ingegneria Edile-Architettura con la tesi “Tra buio e luce: un progetto urbano per il rifugio antiaereo di piazza Venezia a Trento”. Giacomelli, sotto la supervisione delle relatrici Giovanna A. Massari e Sara Favargiotti e dei correlatori Fabio Remondino (FBK-3DOM), Lucia Simeoni e Paolo Baggio ha ipotizzato un recupero di questi spazi in chiave multifunzionale: da un lato per delle attività sportive (il rifugio ha un'uscita dietro ai campi da tennis di Piazza Venezia), dall'altro per creare un luogo di aggregazione (una piazza) e infine uno spazio museale per ricordare quel che è stato. La tesi di laurea presenta anche un modello virtuale in 3D, che consente di "entrare" nel tunnel. 

 


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