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| 18 nov 2022 | 12:03

La Lega propone di studiare il dialetto a scuola in Veneto ma l'Italia è ancora tra i Paesi europei che sa meno l'inglese

La proposta ha come primo firmatario Massimo Bitonci e si inserisce nel più ampio dibattito sull'autonomia del Veneto. Ma certo insegnare il dialetto veneto sin dalle scuole dell'infanzia non aiuterebbe a preparare le future generazioni al confronto con il mondo. Ecco il report dell'EfEpi che mostra come con gli anni pandemia proprio i più giovani siano arretrati nella conoscenza dell'inglese e come il Veneto sia la regione dove le conoscenze sono le migliori

VENEZIA. Insegnare il dialetto veneto nelle scuole a partire da quelle dell'infanzia. E' questa la proposta della Lega depositata alla Camera che sta facendo discutere il mondo politico e non solo. La proposta di legge è a prima firma Massimo Bitonci ed è strutturata su due articoli: l'insegnamento del dialetto a scuola e la diffusione di programmi tv e radio sempre in dialetto.

 

Qualcosa, per qualcuno, che può avere il sapore romantico della connessione con il passato e che viene portato avanti in moltissime famiglie (non c'è un allarme per la scomparsa del dialetto veneto e poi di quale dialetto parliamo? Il vicentino? Il veneziano? Il veronese? Il bellunese? E chi più ne ha più ne metta) ma che certamente non avrebbe alcuna utilità nella crescita dei giovani e nella loro capacità di competere in un mondo sempre più globale e collegato. Il tutto, poi, in un Paese, l'Italia, che è uno dei più problematici d'Europa nel suo rapporto con l'unica lingua che ha senso imparare davvero bene per stare al passo con il resto del mondo: l'inglese. L'Italia secondo il report annuale dell’EF EPI (English Proficiency Index), l’ente che rileva il livello di conoscenza dell’inglese, la padronanza della lingua, nel 2019 era classificata addirittura al 36esimo posto al mondo e al 26esimo nel continente (ultima), staccata di venti punti dal gruppo di testa (Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca) ma anche di dieci punti da Paesi che hanno introdotto l'inglese a scuola solo negli ultimi decenni, come la Polonia e il Portogallo.

 

E fra le maggiori economie dell’Eurozona – Germania, Francia, Italia e Spagna – eravamo quelli che parlavano peggio la lingua del commercio e del lavoro oltre che delle relazioni sociali. Il report di quest'anno mostra un miglioramento dell'Italia notevole (dovuto alla pandemia e all'utilizzo delle piattaforme streaming e dello smartworking) anche se un calo si è registrato proprio tra i più giovani, quegli studenti che a causa del Covid non hanno potuto frequentare le scuole con continuità. Il report analizza le competenze linguistiche di 2,1 milioni di persone non madrelingua inglese in 111 Paesi e regioni.

 

Anche quest'anno al vertice resta l'Olanda, con Singapore seconda dopo essere stata la prima nazione asiatica nella top 3 nel 2018. L'Italia sale al 32esimo posto nel mondo e al 24esimo in Europa. La padronanza dell'inglese è migliorata tra gli adulti sopra i 25 anni, con maggiori progressi tra gli over 40, mentre è rimasta invariata tra gli adulti di 21-25 anni ed è diminuita di 50 punti dal 2020 nella fascia 18-20 anni. Proprio il Veneto, dove agli studenti si vorrebbe aggiungere lo studio del dialetto, conquista il vertice della classifica italiana superando Emilia-Romagna e Lombardia. Le regioni italiane mostrano due blocchi di conoscenza dell'inglese: 11 hanno una competenza buona e 9 una competenza media. Vicenza è la città italiana dove si parla meglio inglese seguono Modena e Bergamo tre città che hanno un alto livello di padronanza dell'inglese, in linea con i maggiori Paesi europei. 

 

 

Resta molto forte la correlazione tra conoscenza dell'inglese e commercio, innovazione e competitività. Le aziende con competenze operative in inglese attraggono migliori talenti e attingono idee e informazioni da molte più fonti. Chi parla inglese è meglio preparato a collaborare con partner e colleghi stranieri. L'imparare il dialetto a scuola pare, invece, un legame da preservare forse con il passato e la tradizione ma certo non aiuterà i nostri giovani a costruirsi un furto e a inserirsi nel mondo del lavoro o sociale.

 

D'altronde va ricordato che la legge proposta da Bitonci viene riproposta dal 2008. Il testo depositato a metà ottobre è stato sottoscritto da 18 parlamentari leghisti e si inserisce nel più ampio dibattito sull'autonomia del Veneto ma ovviamente non aiuta a portare avanti questo impegno che è fatto prima di tutto di prendersi carico di maggiori responsabilità per poi ottenere gradi di autonomia territoriale. La proposta leghista, di fatto, chiede di andare a modificare  una legge del 1999 che, a partire dall’articolo 6 della Costituzione, tutela una serie di minoranze linguistiche storiche: quelle delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate, parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano, il sardo. A queste lingue la proposta della Lega aggiunge il “veneto”.

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