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Ucciso da un carabiniere, la madre di Tenni: “Chiedo giustizia, non ho potuto assistere mio figlio”. Il ricorso contro l’archiviazione per il militare che sparò al 44enne

Fra pochi giorni un giudice dovrà stabilire se accogliere o meno il ricorso, presentato dai famigliari di Matteo Tenni, contro l’archiviazione del processo che vede imputato il carabiniere che uccise con un colpo di pistola il 44enne di Pilcante di Ala. La madre: “Perché sono stati così crudeli da non lasciarmelo toccare?”

Di Tiziano Grottolo - 24 January 2022 - 21:01

ALA. Era il 9 aprile 2021 quando Matteo Tenni, 44enne di Pilcante di Ala venne ucciso dal colpo di pistola sparato da un carabiniere. A pochi giorni dalla nuova udienza, che dovrà stabilire se accogliere o meno il ricorso presentato dai famigliari del 44enne contro l’archiviazione del processo che vede imputato il carabiniere che ha sparato, è tornata a parlare Annamaria Cavagna, la madre di Tenni. Lo ha fatto durante un incontro moderato dal consigliere comunale di Trento Federico Zappini e organizzato dal movimento politico di Futura per chiedere che sulla vicenda venga fatta piena luce.

 

Perché sono stati così crudeli da non lasciarmelo toccare?”, è questa la domanda che angoscia la signora Cavagna che ha assistito impotente all’uccisione del figlio. “Si vedeva che Matteo stava morendo, a terra c’era un lago di sangue, ma i carabinieri non mi hanno permesso di assistere mio figlio, anche se avevo detto loro che ero un’infermiera. Matteo ho potuto rivederlo solo 7 giorni più tardi nella camera mortuaria”. È un racconto comprensibilmente denso di dolore, quello di una madre che ha perso un figlio e ora chiede giustizia perché secondo lei quel 9 aprile le cose sarebbero potute andare diversamente.

 

Il 44enne, da tempo seguito dai servizi di salute mentale era stato ricoverato più volte per via delle crisi che lo affliggevano fin dall’età di 19 anni. “Matteo era un bambino felice e buono – ricorda la madre – poi si era fatto via via più vivace fino a una grave crisi avvenuta durante il servizio militare”. Per un certo periodo Tenni era anche riuscito a riprendersi, lavorava, ma poi tornavano le crisi. “Aveva bisogno del ricovero e di qualcuno che lo aiutasse, fino a un certo punto della sua vita accettava di essere ricoverato. Poi gli hanno cambiato psichiatra e da quel momento non ha più voluto né le medicine né farsi aiutare, ma non era mai cattivo e questo lo sapevano tutti”.

 

Secondo la ricostruzione ufficiale il giorno della tragedia Tenni stava percorrendo la strada provinciale 90 a bordo della sua auto quando incrocia una pattuglia dei carabinieri che gli intimano di fermarsi. Il 44enne, forse perché il suo mezzo ha l’assicurazione scaduta, tira dritto e fugge. Parte un inseguimento serrato che termina nel cortile dell’abitazione che Tenni condivide con madre. L’uomo esce dal garage e affronta i carabinieri con un’accetta e colpisce l’auto dei militari. È in questi frangenti che uno dei due carabinieri spara un colpo di pistola che colpisce Tenni a una gamba e ne recide l’arteria femorale. L’uomo morirà dissanguato nel giro di pochi minuti. Secondo il giudice per le indagini preliminari che ha deciso di archiviare il caso il proiettile esploso dal militare era indirizzato verso il basso e avrebbe centrato il 44enne a seguito di un suo movimento repentino. L’accusa per il carabiniere era di omicidio preterintenzionale.

 

“Sapevo che mio figlio era uscito di casa senza patente – riprende il racconto la madre – lo aspettavo per sgridarlo. Quando ho visto la macchina arrivare ho pensato ‘meno male non è successo niente’, ma nell’attimo in cui mi sono sentita sollevata ho visto sopraggiungere l’auto dei carabinieri e poco dopo Matteo che usciva con l’accetta e colpiva la portiera sul lato del guidatore. Ho visto la faccia del carabiniere che ha sparato, poi rammento che mi dicevano di andar via che quelle non son scene da vedere”.

 

All’incontro curato da Futura è intervenuto anche il sociologo ed ex senatore Luigi Manconi che si è occupato del caso Tenni e di altre vicende simili, in particolare quella di Andrea Soldi morto a Torino nel 2015 dopo un violento trattamento sanitario obbligatorio. “Il tratto comune di queste due storie è la fragilità ma guai a pensare che questo sia l’elemento connotante e non invece un fatto che riguarda tutti noi. Matteo e Andrea manifestano una debolezza, una fragilità che è la forma acuta ed esasperata di uno stato che interessa ciascuno di noi”.

 

Manconi parla di una condizione di debolezza che riguarda tutti ma al contempo, in molti casi, può essere controllata meglio di quanto facessero Andrea e Matteo. “Penso che la violenza esplicita di cui sono stati vittime sia qualcosa che ci riguarda tutti, anche a noi poteva accadere una tragedia simile”. Secondo il sociologo il 44enne di Pilcante “è stato affrontato dalle forze dell’ordine come un nemico e non come un cittadino a cui prestare aiuto, è stato usato un approccio autoritario”. E qui sta il problema, cioè il modo in cui queste situazioni vengono affrontate dalle istituzioni. “Matteo aveva bisogno di più assistenza, di servizi sul territorio più diffusi e più robusti. Se vogliamo riformare davvero le istituzioni dobbiamo partire dall’identità, dalla cultura e dalla formazione di coloro che queste istituzioni le incarnano”.

 

Ora spetterà a un giudice stabilire se i carabinieri avrebbero potuto e dovuto contenere Tenni in maniera differente. Nel frattempo il dato reale dice che in Trentino, nel 2020, risultavano in carico ai servizi di salute mentale 7.847 persone, l’1,75% della popolazione adulta e che nello stesso anno sono stati effettuati ben 98 trattamenti sanitari obbligatori. “Mi diceva sempre ‘sei la mia roccia’ e io rispondevo, tu il bastone della mia vecchiaia’ – afferma Annamaria Cavagna – avevo un figlio e adesso non lo ho più”. Questa, al di là di tutto, è l’unica tragica certezza che resta a una madre che ora attende di capire se la sua richiesta di giustizia sarà soddisfatta.

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