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Trento
25 dicembre | 07:47

“Ci dissero che non avrebbe mai avuto una vita normale”. La storia di Pietro, la patologia cerebrale e suoi straordinari genitori: "Con un solo sorriso riesce a cambiare la giornata alle persone"

Quello che fanno tutti i giorni Chiara, Alessandro e Pietro è qualcosa di davvero unico e incredibile. A raccontarlo anche un docufilm che mostra in maniera profonda la vita di una famiglia eccezionale 

“Ci dissero che non avrebbe mai avuto una vita normale”

AVIO. La storia di Pietro, di mamma Chiara e di papà Alessandro è diventata un piccolo film.

 

 Anzi, per essere precisi e chiamare le cose con il proprio nome, un "cortometraggio" di 40 minuti, trasmesso qualche settimana or sono sulle reti Mediaset, che racconta in maniera profonda la vita di una famiglia eccezionale. Straordinaria. E non si tratta né di retorica, né di piaggeria, né della ricerca del "titolone" o della parola ad effetto, ma della pura e semplice verità. Perché quello che fanno tutti i giorni Chiara, Alessandro e Pietro è qualcosa d'incredibile.

 

Attorno a loro si perdono e affascinano i vigneti e il colore dominante è ovviamente il verde della Bassa Vallagarina, con il meraviglioso e maestoso castello che dall'alto sovrasta Avio, il comune più a sud del Trentino, e le sue frazioni nel lento declinare dei monti verso la pianura veneta.

 

La voce narrante è quella di don Marco Pozza, che a prima vista sembra "semplicemente" un giornalista dallo spiccato accento veneto, ma in realtà è un uomo di chiesa con grandi capacità divulgative. Sarebbe perfetto per una delle tante serie tv in voga al giorno d'oggi. Lo definiremmo un prete moderno, trendy, che ha trovato un modo tutto suo per raccontare il Vangelo. Stavolta l'ha fatto toccando i cuori con quella che viene definita una "docu serie" in sette puntate che "cerca la luce dentro le vicende umane".

 

Una di queste storie, che s'ispira alla parabola "La perla preziosa", porta proprio ad Avio dove, e non c'è espressione più azzeccata e toccante, il "sorriso di Pietro è diventato quello di un'intera comunità".

 

Chiara Campostrini e suo marito Alessandro Ramponi sono i genitori di Pietro, che oggi ha 16 anni.

 

"Ho terminato l'università, laureandomi in Economia e Commercio - racconta Chiara nel docufilm -. Poi ho frequentato un master e, successivamente, sono partita alla volta dell'Inghilterra per migliorare il mio inglese. Dopo poco più di un anno ho deciso di rientrare e mi sono messa in gioco in un'azienda locale. All'inizio degli anni 2000, dopo alcuni step, sono diventata dirigente, un passaggio non comune all'epoca per una donna in ambito industriale".

 

La scelta di rientrare e di andare a lavorare in quell'azienda le cambia la vita, anche da un punto di vista personale, perché li conosce Alessandro, che diventerà l'uomo della sua vita. Si sposano e decidono di mettere su famiglia. La notizia della gravidanza è però funestata da quella della malattia che colpisce la mamma di Chiara. Una malattia affrontata con grande fede con lo spirito di "offrire il proprio dolore al Signore per far sì che il nipotino che stava per arrivare non dovesse provare tutto quello, non dovesse entrare in ospedale e sottoporsi a prelievi, terapie".

 

"Quando poi - sorride Chiara - abbiamo scoperto la patologia di Pietro ho chiesto a mia mamma: "ma sei sicura che l'offerta è stata fatta nel modo giusto? Perché qui c'è qualcosa che non va". Le cose vanno affrontate anche con ironia".

 

Ecco, appunto, dopo nemmeno quattro mesi, come raccontano i due genitori, "si accorgono che qualcosa non va". "Era tutto pronto per il mio rientro al lavoro - racconta Chiara - ed ero assolutamente sicura che avrei potuto conciliare il ruolo di dirigente con quello di mamma, senza trascurare né il mio bambino né la mia posizione all'interno dell'azienda.

 

"Un giorno - prosegue papà Alessandro - ha avuto un attacco epilettico. L'abbiamo portato all'ospedale e, dopo tutti gli esami del caso, ci è stato comunicato che Pietro era affetto da una patologia cerebrale. Ci hanno detto che non avrebbe mai avuto una vita normale, non avrebbe camminato, non avrebbe parlato, avrebbe fatto fatica a tenere in mano gli oggetti".

 

"L'ho sempre detto - gli fa eco Chiara - che c'è stata una mano che mi ha tenuto in piedi: ero sul corridoio dell'ospedale con questo frugolino in braccio e non so come ho fatto a non cadere di fronte ad una notizia così devastante. Ho capito che in quel momento finiva un capitolo della mia vita e ne iniziava un altro: non so bene a cosa sarei andata incontro, ho compreso che quello era un momento di svolta. Bisognava ripartire con un qualcosa di diverso: lo dovevo a quel bambino che stavo tenendo in braccio".

 

La fede, certamente, ha aiutato Chiara e Alessandro, che rappresentano uno straordinario esempio di forza, compattezza e determinazione. E no, non è una cosa normale e non tutti sarebbero in grado farlo.

 

"C'è stato un momento - confida Chiara - in cui ho rivisto un'immagine del nostro matrimonio: il sacerdote chiede se sei disposto ad accettare il figlio che Dio vorrà donarti. Dio ci ha donato quel figlio, ce l'ha voluto donare così. Non lo puoi restituire quel dono, non è che che se non ti piace puoi restituirlo. Non puoi dire "no, guarda non è come pensavo, tienitelo". Abbiamo preso un impegno e abbiamo detto sì. Pietro ci ha fatto riscoprire dei valori, ci ha tenuto ancora più uniti e stare con lui ci ha portato a confrontarti e valorizzare gli aspetti che contano veramente nella vita".

 

Attorno a Pietro e alla sua incredibile famiglia la comunità di Avio ha fatto... comunità da sempre, a partire dagli insegnanti, passando per i compagni di classe ("senza Pietro non si muovevano. O c'era anche lui o non si faceva" racconta la mamma di una compagna di classe) che attorno a lui hanno creato "un mondo", sino ai dirigenti scolastico

 

"La comunità è stata una risorsa per noi, certamente e tutti si sono prodigati per aiutarci - prosegue Chiara - ma, allo stesso tempo, convinta che Pietro sia stato una risorsa per la comunità. Il significato dell’esistenza di Pietro è sensibilizzare chi gli sta accanto. Certo per lui è un compito difficile però se noi non riusciamo a trasformare il senso della nostra esistenza in qualcosa di buono e positivo forse non avremmo raggiunto l’incarico che ci è stato dato. Come comunica? Capisce tutto: noi facciamo la domanda e lui con un enorme sorriso ci fa capire se la cosa è di suo gradimento. E' un ragazzo che con un sorriso riesce a cambiare la giornata delle persone. Quando ti ripaga con un sorriso tutta la fatica sparisce".

 

Come diceva Charlie Chaplin? "Non smettere mai di sorridere, perché un giorno senza sorriso è un giorno perso”. E' proprio così.

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