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Trento
04 gennaio | 15:39

Un bambino che ingoia una moneta da 200 lire e 'un'avventura' di Natale per ricordare che al centro della sanità ci sono le persone che ci lavorano: il racconto di un lettore

Giuseppe Gubert, 40enne di Roncegno Terme, ha inviato a il Dolomiti la sua particolarissima “avventura” famigliare vissuta la settimana prima di Natale, quando il maggiore dei suoi tre figli (di 10 anni) ha ingoiato una moneta da 200 lire dell'83 (coetanea quindi del nostro lettore). La successiva corsa in ospedale ha spinto Gubert a raccontare “l'umanità e l'attenzione” dimostrata dal personale sanitario e a riflettere come, in un contesto sanitario molto difficile per il nostro territorio, al centro del dibattito politico vadano messe proprio le persone: “Sono loro che reggono il sistema sanitario”

TRENTO. “Le strutture e le dotazioni strumentali di supporto sono importanti, ma al centro del dibattito politico vanno messi i professionisti. Sono loro che reggono il sistema sanitario e se il decisore politico pensa di risolvere i problemi senza un loro coinvolgimento, senza pensare anche a loro, non potrà mai avere successo”. Si conclude così un lungo intervento inviato da un lettore, Giuseppe Gubert, di Roncegno Terme, a il Dolomiti per raccontare la sua particolarissimaavventurafamigliare vissuta la settimana prima di Natale, quando il maggiore dei suoi tre figli (di 10 anni) ha ingoiato una moneta da 200 lire dell'83 (coetanea, tra l'altro, dello stesso Gubert). Dopo la chiamata d'emergenza è scattata infatti la corsa in ospedale a Borgo, seguita dal trasferimento al Santa Chiara: un'avventura, per così dire, che ha spinto lo stesso Gubert a raccontare “l'umanità e l'attenzione” dimostrata dal personale sanitario e a riflettere come, in un contesto di sanità molto difficile per il nostro territorio, al centro del dibattito politico vadano messe proprio le persone, i professionisti.

 

La domanda dalla quale parte Gubert, che evidenzia come il modo di porsi e l'aiuto fornito dal personale sanitario abbia fatto “scomparire ogni possibile 'criticità' dell'avventura" è infatti legata proprio a questo aspetto: “Se non avessi trovato questa eccezionale accoglienza, professionalità ed umanità, la storia che avrei raccontato sarebbe stata la stessa?”. Ecco la risposta nel racconto integrale inviato a il Dolomiti.

 

Nella settimana prima di Natale ci è capitata “un’avventura” famigliare da cui è scaturita una riflessione che ritengo possa essere utile condividere in un periodo dove il nostro sistema sanitario è costantemente al centro del dibattito pubblico.

 

All’uscita da lavoro mi chiama mia moglie Francesca tutta allarmata perché nostro figlio più “grande” (di 10 anni) aveva involontariamente ingoiato una moneta da 200 lire. Senza troppo approfondire il come e soprattutto il perché, sono saltato in macchina a tutta velocità per raggiungerli.

 

Nel frattempo lei ha chiamato la centrale unica di emergenza che con cortesia le ha consigliato di recarsi al pronto soccorso di Borgo Valsugana in automobile per avere modo di intervenire il prima possibile. Quindi con il maggiore dolorante, il medio (di 8 anni) e la piccola (di quasi 8 mesi) si è fiondata al pronto soccorso.

 

Arrivato anche io a Borgo Valsugana ho lasciato mia moglie ritornare a casa con gli altri due pargoli e ho atteso pazientemente il nostro turno.

 

Accolti con cortesia, curiosità, delicatezza e con tanti sorrisi da tutto il personale, dopo una radiografia, siamo stati immediatamente trasferiti in ambulanza all’ospedale Santa Chiara di Trento per l’operazione di rimozione della moneta del vecchio conio che si era incastrata nell’esofago, proprio prima dello stomaco.

 

Arrivati a Trento, dopo l’accettazione, siamo stati trasferititi nel reparto di pediatria e poco dopo in sala operatoria dove finalmente la moneta è stata estratta: delle bellissime 200 lire del 1983, quasi mie coetanee, che mi sono state consegnate a ricordo dell’avventura (e soprattutto quale strumento di monito per i nostri figli). Ormai la notte era abbondantemente iniziata e quindi mio figlio ed io abbiamo pernottato nel reparto di pediatria in compagnia di una bimba e del suo papà (anche loro con una personale e toccante avventura). Tutto era predisposto: letto e coperte.

 

A tarda mattina, dopo gli accertamenti di rito, nostro figlio è stato dimesso è grazie al servizio di taxi del nonno siamo rientrati a Borgo Valsugana per recuperare la mia automobile, quindi a Roncegno Terme, dove viviamo.

 

Fortunatamente la bizzarra avventura si è quindi conclusa nel migliore dei modi, ma c’è una cosa che mi ha veramente colpito e che ha reso tutto più semplice: in tutte le fasi cruciali di questa storia abbiamo trovato del personale sanitario e non veramente fantastico. Siamo sempre stati accolti con cortesia, infinita generosità, gentilezza ed umanità. A Borgo Valsugana da chi ci ha accolto al pronto soccorso, dalla dottoressa che ha effettuato la visita, dal tecnico che ha eseguito le radiografie, dal personale che ci ha accompagnato al Santa Chiara in ambulanza. A Trento dal medico che ha effettuato la nuova visita, dai medici e dal restante team che ha effettuato l’intervento, da tutto lo staff del reparto di pediatria. Ci siamo sentiti accolti e trattati nel migliore dei modi da professionisti che hanno messo al centro della loro attenzione il nostro piccolo grande problema. L’umanità e l’attenzione dimostrata, palesemente oltre il mero dovere di servizio, hanno fatto scomparire ogni possibile “criticità” dell’avventura. Siamo anche riusciti a creare nuove amicizie e relazioni.

A mente fredda ho quindi pensato: se non avessi trovato questa eccezionale accoglienza, professionalità ed umanità la storia che avrei raccontato sarebbe stata la stessa?

 

Vediamo come potrebbero essere stati i miei ricordi.

 

All’uscita da lavoro mi chiama mia moglie Francesca tutta allarmata perché nostro figlio più “grande” (di 10 anni) aveva involontariamente ingoiato una moneta da 200 lire. Che giornataccia…. Senza troppo approfondire il come e soprattutto il perché, sono saltato in macchina a tutta velocità per raggiungerli (almeno 50 minuti di strada, traffico permettendo e rispettando i limiti). Trovo traffico al solito incrocio delle tangenziali, i cui lavori sono fermi da anni…

 

Nel frattempo mia moglie ha chiamato la centrale unica di emergenza che le ha consigliato di andare al pronto soccorso di Borgo Valsugana in automobile perché l’intervento dell’ambulanza sarebbe stato più lento e probabilmente più problematico avendo altri bambini da accompagnare. Pazzesco. Quindi con il maggiore dolorante, il medio (di 8 anni) e la piccola (di quasi 8 mesi) si è fiondata al pronto soccorso di Borgo Valsugana. Con difficoltà ha trovato parcheggio perché quello a servizio dell’ospedale era occupato da lavori. Mai una gioia.

 

Arrivato anche io a Borgo Valsugana non trovo parcheggio (non c’è mai quando serve). Sono costretto a lasciare l’automobile in un parcheggio con disco orario sapendo di rischiare di prendere una sanzione. Raggiungo mia moglie al pronto soccorso che si presenta come un cantiere a cielo aperto. Resto sul corridoio perché non mi sembra intelligente entrare nella saletta di attesa allestita temporaneamente, già piena di persone. Lascio mia moglie ritornare a casa con gli altri due pargoli perché non è saggio, in quella situazione, attendere tutti in un cantiere. Aspetto pazientemente il nostro turno.

 

Finalmente ci chiamano e, dopo una radiografia, veniamo immediatamente trasferiti in ambulanza all’ospedale Santa Chiara di Trento per l’operazione di rimozione della moneta del vecchio conio che si era incastrata nell’esofago, proprio prima dello stomaco. Ma come, sono andato in un ospedale e mi mandano in un altro? Alla mia domanda di come posso poi rientrare a casa mi viene risposto di farmi raggiungere da mia moglie in auto a Trento. Ma come? Con due bambini di cui una di 8 mesi? Per quanto? Lascio stare e aspetto di vedere come evolve la situazione. Male che vada prenderò una sanzione per il parcheggio, non è niente.

 

Arrivati a Trento, dopo l’accettazione, siamo trasferititi nel reparto di pediatria e poco dopo in sala operatoria. Prima però la burocrazia: firmi qui, legga qua, serve il consenso anche di sua moglie altrimenti non si fa niente. Ma come, sono il padre. Non conta nulla, o meglio solo la metà. In ascensore incomincio a fare foto a moduli ed inviarli a mia moglie che velocemente li firma e me li manda. Per fortuna che siamo attrezzati, altrimenti? Niente operazione? Mi viene chiesto anche il suo documento di identità che prontamente recupero mentre mi dirigo in sala operatoria. Mi viene chiesto di inviare il tutto ad un indirizzo e-mail di una infermiera del reparto. Non so nemmeno chi sia. Intanto che aspetto che si concluda l’operazione, sento due manutentori insultarsi a vicenda con bestemmie e parolacce perché, a detta di uno, l’altro è incapace e lento. Sembra l’avranno lunga anche perché il corridoio è di fatto un cantiere. Ma dove sono finito? Sembra un set cinematografico di un brutto film degli anni ottanta.

 

Finalmente la moneta viene estratta: maledette 200 lire del 1983, quasi mie coetanee. Ma non le avevano ritirate? Mi vengono consegnate a ricordo di questa avventura che invece vorrei solo dimenticare. Ormai la notte è abbondantemente iniziata e quindi mio figlio ed io siamo costretti a rimanere nel reparto di pediatria. Mi viene offerto un letto pieghevole di modesta qualità. Lo apro e sono costretto ad affiancarlo ad una finestra che incredibilmente fa entrare più aria all’interno di quanta ce ne sia fuori. La studio un po’: non mi sembra nemmeno così vecchia, probabilmente è un modo per tenere svegli i genitori per vegliare meglio sui figli.

 

Non dormo nulla e al mattino, in attesa della visita di dimissione, mi offrono un tè dal sapore indecifrabile (ma è veramente tè? Non ho nemmeno cenato, lo bevo per disperazione masticando a denti anno un panino di bassa qualità). Solo alle 12:30 finalmente nostro figlio viene dimesso. Mi dicono che il reparto era pieno. Mi tocca chiedere a mio suocero un passaggio fino a Borgo Valsugana per recuperare l’automobile e tornare a Roncegno Terme dove viviamo. Almeno non ho preso la sanzione.

 

Sarà quindi banale, ma ho pensato che è proprio vero che, soprattutto nel sistema sanitario, sono le persone che ci lavorano che fanno la vera differenza tanto da riuscire a “coprire” molti piccoli e grandi disguidi. Le strutture e le dotazioni strumentali di supporto sono certamente importanti, ma al centro del dibattito politico vanno messi questi professionisti. Sono loro che reggono il sistema sanitario e se il decisore politico pensa di risolvere i problemi senza un loro coinvolgimento, senza pensare anche a loro, non potrà mai avere successo.

 

Un grazie quindi veramente di cuore per il vostro prezioso lavoro.

 

Giuseppe Gubert

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