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| 26 lug 2023 | 11:22

Torna in carcere dopo il permesso con ovuli di hashish in pancia: detenuto fermato dalla Polizia penitenziaria

E' successo a Verona, a rendere nota la scoperta il sindacato autonomo polizia penitenziaria: “La droga poteva essere usata anche per traffici illeciti”

Torna in carcere dopo il permesso con ovuli di hashish in pancia: detenuto fermato dalla Polizia penitenziaria
di Redazione

VERONA. Rientra da un permesso tentando di portare della droga all'interno del carcere: detenuto fermato dagli agenti della polizia penitenziaria a Verona. A renderlo noto è Giovanni Vona, segretario nazionale per il Triveneto del sindacato autonomo polizia penitenziaria: “Ancora una volta – dice – un detenuto rientra dal permesso con ovuli di hashish in pancia. L'uomo è stato inviato al pronto soccorso dell'ospedale cittadino per gli accertamenti strumentali del caso che hanno evidenziato la presenza degli ovuli ingeriti”.

 

Grazie all'attività di indagine del reparto di polizia penitenziaria di Verona, insomma, è stata bloccata l'introduzione e il successivo spaccio della sostanza stupefacente all'interno del carcere scaligero. “La polizia penitenziaria – ricorda Vona – è costantemente impegnata anche per contrastare l'introduzione di telefonini con i quali i detenuti cercano di mantenere i contatti con l'esterno, ma gli organici sono estremamente ridotti in tutti i settori, causando notevoli difficoltà per garantire le competenze assegnate”.

 

I tentativi di introdurre droga nei penitenziari, aggiunge il segretario generale del Sappe Donato Capece, continuano sempre “anche a causa dei tanti tossicodipendenti che popolano i penitenziari italiani, nonostante una normativa molto favorevole consentirebbe di adottare iniziative volte a far scontare la pena in strutture ad hoc, sia all'interno del carcere, per brevi periodi, sia all'esterno, nelle comunità. Certo, un detenuto che ottiene un permesso e che al rientro in carcere tenta di introdurre furtivamente della droga fa seriamente riflettere sull'efficacia del trattamento rieducativo per certi soggetti”.

 

Secondo Capece: “Basterebbe avviare dei percorsi di recupero adeguati, ma sembra che il problema non interessi a nessuno, sia dal punto di vista del recupero, sia da quello della repressione del fenomeno, visto che è previsto dal 1995 l'istituzione e l'impiego delle unità cinofili del Corpo, ma sono ancora poche le regioni che ne sono dotate e, come avviene in Triveneto, il personale dei nuclei cinofili è nettamente inferiore alle reali necessità”.

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