"Che casino che avete combinato. Ma è fatta". Quella volta che Guccini raddoppiò i concerti a Trento per evitare il patatrac. Un ricordo (da testimone) tra una cassa di vino e una cena

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Dicono che gli anziani (sono ormai lì sulla porta, ma non mi lamento) difettano della memoria corta ma abbondano, al contrario, in quella lunga. Sarà, ma mi tocca constatare che iniziano gli inciampi sia per l’una che per l’altra. E allora? Allora IA, intelligenza artificiale. Quella che – si giura e si spergiura – ha risposte per tutto: un delirio di nozioni che ignorano le vitali varianti dell’anima e del sentimento.
All’Intelligenza senza fatica ho posto la domanda relativa a mezzo secolo fa. Con la fregola di capire i limiti eventuali degli algoritmi. “Quando è stato il concerto di Francesco Guccini al cinema Roma di Trento?”. In un battibaleno mi è stato indicato il 1974. Sarà pur che la memoria singhiozza, ma evidentemente certe sensazioni attivano ancora quel po’ di neuroni superstiti.
Insomma, l’anno non mi quadrava mentre era piuttosto nitido un ricordo che, visto la grandezza del personaggio in questione, è stato e soprattutto sarà tempo-resistente. Ed infatti, laddove la tecno intelligenza infallibile “canna”, ci sono – per fortuna – persone. Nella fattispecie persone che di nome fanno un nome e che di cognome fanno “archivio vivente” di un’epoca.
Il dubbio sulla data, dunque, è risolto. Non era il 1974 ma il 1977, tre anni dopo. Ed era, beata precisione, il 17 gennaio. Finita la parte stupidamente puntigliosa, veniamo al perché quel giorno e quell’anno possono essere un piccolo ma sentito contributo personale alla doverosa celebrazione di Francesco Guccini.
Nel 1977 avevo 21 anni. Erano anni di una Lotta Continua aliena al dubbio, alle incertezze e le disillusioni che sono arrivate, inesorabili e benedette, più tardi nel tempo. Mettendo finalmente anche il grigio (e gli altri colori) in una pericolosa cromia fatta solo di rosso e di nero. Non so perché e per come, ma il calcio e la musica furono un diversivo di salute (mentale), una fuga salvifica dall’obbligo di una militanza esageratamente totalizzante.
Per via della passione musicale mi ritrovai a mettere del mio (poco ma intenso) in quel Circolo Ottobre che fu il braccio cultural aggregativo di Lotta Continua. Si proponevano spettacoli, incontri e scontri (verbali), cineforum così pallosi da far sembrare la Corazzata Potemkin un film di Zalone. Con il Circolo – salto in avanti per portata dell’iniziativa - organizzammo il concerto acustico di Francesco Guccini (lui ed il suo chitarrista alter ego, Flaco Biondini). Al Cinema Roma.
Inutile girarci attorno: si trattò di uno s/concerto. Se oggi si racconta non è per incensarsi ma per offrire il ricordo di un aspetto del “Maestrone” che per me vale perfino di più della sua meravigliosa arte di narratore in musica (e più recentemente in carta). Lui che propugnava, finalmente senza retorica, un’Italia mai riuscita ad essere quella che, senza salire in cattedra, avrebbe voluto. E che ci vorrebbe ancora.
A Guccini, a quel gigante nello spirito oltre che nel fisico, devo la gratitudine per aver dimostrato come un gesto può radiografare la coerenza degli ideali e dei valori più delle mille indimenticabili parole delle sue canzoni.
Capitò questo. Per un’attitudine al pressappochismo di cui ancora adesso non mi dò colpa (non mi occupavo io della questione), per quel concerto furono venduti più biglietti rispetto alla capienza del cinema Roma. Guccini nel 1977 era già il Guccini che ti evitava di cercare le parole giuste per una democrazia che non fosse farlocca: bastava ri/cantarlo. La sala “ciminiera” del Roma era stracolma e convinta (con Guccini) che Dio fosse morto perdendo la sua biblica battaglia contro l’ingiustizia. Una diseguaglianza, un egoismo, che allora era per altro meno dilagante di quanto è oggi.
Fuori dal cinema, però, c’era un'altra, intera, sala: col biglietto ma senza posto. Gente infuriata, maledicente, spingente al punto che si temette non poco per le vetrate di ingresso al Roma, disperatamente protette da un “servizio d’ordine” arcigno sì, ma solo negli allenamenti. Tempi strani quelli. Mi domando, quasi da allora, dove stavano le “forze dell’ordine” vere.
Avrebbe potuto essere un disastro quello s/concerto. Ma sul palco c’era Guccini, mica uno che predicava giustizia a cazzo. Con altri, a dire il vero un po' più di altri perché fui mandato avanti pur sapendo della mia scarsa attitudine alla diplomazia, spiegai a Guccini di come e di quanto la situazione fosse diventata preoccupante. Oddio, più che una spiegazione fu un’implorazione della quale per anni mi sono chiesto con quale coraggio e con quale ingenuità.
Lui, il Maestrone, bofonchiò qualcosa in emiliano (presumo parolacce, più che legittime) ma indicò la soluzione (la nostra salvezza) in un nano secondo. "Ok – credo mi disse - faccio due concerti di fila. Quando escono questi (quelli della ciminiera affollata) entrano gli altri. E si ricomincia”.
Questo (prima e oltre il cantante poeta) è il Guccini che mi si è piantato in testa. Più della Locomotiva. La sua, di Locomotiva, quella che viaggiava su un binario di umanità rara, esemplare. Non dovuta.
Quei due concerti a seguire dentro il cinema Roma mi hanno convinto, per decenni, che non è sempre vero che in fatto di coerenza (e sensibilità) tra il dire (nel suo caso, cantare) ed il fare c’è di mezzo un mare.
Se poi, altro spezzone di rimembranza, considero il “dopo concerti”, il ringraziamento che devo a Guccini non è nemmeno quantificabile. Lo rivedo al momento del compenso (qui, ancora, non c’entro, ma c’ero). Rivedo quel centinaio di mila lire come chacet. Rivedo quella cassa di Teroldego, nemmeno del migliore, ma comunque apprezzata dai due musicisti fratelli. Rivedo quella cena - Cannavacciuolo non apprezzerebbe - nella sede di Lotta Continua in via Suffragio, al Vecchio Albergo al Tram. Lì dove una pasta forse inenarrabile e altri bicchieri di rosso scarto portarono, comunque, Guccini al diapason della disponibilità. Disse una roba tipo “Cazzo, che casino che avete combinato. Ma è fatta: prosit.
Perché raccontare questa storia? Perché non raccontarla? Perché, certo, erano altri tempi. Era altra musica, ma non nel senso musicale. Di quello che Guccini ci ha lasciato in eredità, tutti parlano. E parleranno sicuramente meglio di me.
Orpo, non proprio tutti se è vero che l’ipocrisia non si inchina nemmeno ai morti. Dopo il “mondo al contrario” di un furbacchione in divisa da perfido, la presidente da S/consiglio ha coniato la “canzone al contrario”. Nel senso “Canto Guccini ma faccio, fieramente, l’opposto di quello che dice”. Miserie che non stupiscono e nemmeno interessano.
A me interessava sottolineare solo quel che in quel 1977 ho imparato e non più dimenticato: prima di una canzone ci deve essere un uomo. Una bella canzone (tra quelle di Guccini imbarazza solo la scelta) può far storia, cultura, socialità, valore. Ma questo succede solo se chi l’ha scritta ci ha messo dentro davvero tutto sé stesso. Anche quel sé stesso che di fronte ad un casino non cerca le colpe (ne avrebbe avuto pieno diritto) e non svicola dal problema. Si dà, invece, da fare per risolverlo.
Tutto qui. Sì, tutto qui. Ma in quel tutto qui – la storia dei due concerti a seguire in un cinema tutto fumo e pugni alzati - c’è tanto di irripetibile, di inimmaginabile, di unico. C’è tanto del Guccini che anche da pensionato deluso, da esempio di una sinistra pensante anziché tragicamente divagante, per me resta quello che probabilmente mi disse “Ragazzo, anzi Ragozzino, non ti preoccupare. Si aggiusta”.














