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| 07 luglio | 12:09

C'eravamo davvero tra i 250 mila al concerto di Ultimo, affollando le Dolomiti o cercando di scalare l'Everest? O eravamo nel "tunnel" dove il racconto vince sulla realtà?

Dai 250 mila spettatori al concerto di Ultimo all'overtourism sulle Dolomiti, fino ai serpentoni sull'Everest e il bungee Jumping. Siamo uguali ai nostri genitori (e nonni) che accorrevano per vedere un concerto dei Beatles o siamo cambiati? La risposta, forse, sta in una domanda: siamo ancora capaci di vivere un momento senza pensare, anche solo per un istante, a come apparirà una volta pubblicato?

TRENTO. Duecentocinquantamila persone: una città che si muove verso un'altra città con tende montate giorni prima, file interminabili, strade bloccate in entrata e in uscita dal live. Quasi un esodo e controesodo estivo condensato in pochi giorni.

 

Il grande concerto di Ultimo a Tor Vergata è stato vissuto e raccontato soprattutto attraverso i numeri: numeri che, lo diciamo subito, certificano il successo di un artista che ha fatto breccia in una generazione, e non solo. Per quanto riguarda il lato artistico, affidiamo ad altre sedi il dibattito o, ancor più comodamente, lo releghiamo alla sfera del de gustibus.

 

Dentro quella folla c'è però una domanda che va oltre la musica. Scene come questa non sono una novità: i Beatles sessant'anni fa provocavano isterie collettive e migliaia di persone hanno passato notti ai botteghini per accaparrarsi un biglietto, con intere generazioni che hanno affrontato viaggi interminabili pur di assistere ai loro concerti. E la lista di band e degli artisti che hanno "mosso" onde oceaniche è lunga.

 

Il punto è un altro. Non è la folla ad essere cambiata, forse siamo cambiati noi o, meglio, è cambiato il modo in cui attribuiamo valore alle esperienze: se prima l'obiettivo era esserci, oggi sembra essere un altro, dimostrare di esserci stati. Può sembrare una sfumatura, in realtà è una rivoluzione che non tocca solo i concerti, ma tutto il presente che viviamo: il modo in cui riempiamo il tempo libero, i viaggi, le escursioni in montagna e perfino la voglia di superare i nostri limiti (o almendo mostrare di averlo fatto).

 

Come se ogni esperienza, prima ancora di essere vissuta, venisse inconsciamente progettata pensando al racconto che ne faremo, alla fotografia che scatteremo, al video che pubblicheremo, al selfie che certificherà la nostra presenza. Cosa emerge? Che non viviamo più soltanto un momento, ma soprattutto la sua futura rappresentazione.

 

Quante volte ci siamo sorpresi a seguire un concerto attraverso lo schermo del telefono invece che con gli occhi? Quante volte abbiamo riguardato i video registrati, ricordando invece molto meno ciò che abbiamo realmente provato mentre quelle canzoni riempivano l'aria? Il paradosso è chiaro: non siamo mai stati così impegnati a conservare i ricordi, eppure rischiamo di non possederne di reali.

 

A scanso di equivoci lo diciamo subito: non stiamo condannando i social, perché sarebbe fin troppo semplice. I social non hanno inventato il desiderio di raccontarsi, hanno però trasformato l'esperienza in qualcosa che assomiglia sempre di più ad una prestazione. In parole più semplici, la stessa esperienza deve essere eccezionale, documentata e poi resa pubblica: completato il triangolo, solo allora sembra acquisire un valore pieno.

 

E dal concerto di Ultimo, preso solo ad esempio, questa riflessione si può applicare a tutti gli spazi e i tempi del nostro presente. Scrivendo su il Dolomiti, il pensiero non può che toccare la montagna.

 

Basta aprire un qualsiasi social network, in un qualsiasi weekend in stagione, per realizzare come le montagne più famose vengano prese d'assalto: puntando in alto, ci scusiamo per l'ironia, ci tornano in mente le recenti "invasioni" sull'Everest (QUI ARTICOLO), o le tante scene di overtourism sulle Dolomiti (QUI ARTICOLO), tanto per giocare in casa.

 

Alcune vette sembrano avere una seconda coda: quella per la fotografia sulla croce o sul punto panoramico diventato mainstream. E le scene sono ormai rituali: luoghi virali raggiunti da migliaia di persone che, spesso, rimangono il tempo necessario per portarsi a casa un'immagine identica a quella di tanti altri. Un po' come le centinaia di selfie scattati sotto la prima transenna del palco dove si è esibito Ultimo.

 

Poi ci sono le esperienze più "attive": pensiamo a quelle estreme - dal bungee jumping al volo in parapendio, solo per citarne due - che si trasformano in "luoghi" che perdono la loro dimensione personale per diventare cortometraggi e fotogallery da sottoporre al giudizio della platea social.

 

Va detto, sia chiaro, che è ingiusto generalizzare: esistono escursionisti che salgono in montagna per amore di ciò che fanno, fan che affrontano giorni di attesa semplicemente perché desiderano ascoltare da vicino il proprio artista preferito e persone che praticano sport estremi per passione autentica.

 

È altrettanto chiaro però che le due sfere convivono e che le proporzioni sono importanti: quanti, oggi, si sentono di appartenere al primo o al secondo gruppo? La risposta non è difficile da intuire.

 

E quindi? Capita che non scegliamo più quello che desideriamo vivere ma, almeno in parte, ciò che sarà più efficace da mostrare. Ed ecco che il maxi concerto diventa il luogo del video perfetto, la vetta la fotografia da regalare ai social, il tramonto una scenografia e perfino il superamento del limite una didascalia.

 

Un' ultima riflessione. Al netto di quanto detto, è facilmente intuibile come le esperienze più importanti della nostra vita abbiano quasi sempre una caratteristica opposta: quando le stiamo vivendo, spesso ci dimentichiamo di estrarre il telefono. Ed allora forse è questo il lusso più prezioso che ci resta: riuscire ad ascoltare una canzone, raggiungere una vetta o guardare un tramonto senza sentire il bisogno di dimostrare a qualcuno che eravamo lì.

 

E la domanda, in fin dei conti, non è se valga la pena dormire più notti in tenda o su un materassino per conquistare la prima fila al concerto di Ultimo: la risposta è probabilmente sì.

 

La domanda che sarebbe auspicabile porci è un'altra: siamo ancora capaci di vivere un momento senza pensare, anche solo per un istante, a come apparirà una volta pubblicato?  Trovando una risposta, probabilmente comprenderemo che forse il rischio più grande non è perdere la fotografia dell'anno, ma il presente mentre siamo impegnati a dimostrare che esiste.

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