Niente comunicazioni al di fuori dell'orario di lavoro e almeno 12 ore di "stacco" tra un turno e l'altro: la proposta di legge sul "diritto alla disconnessione"
"Il diritto alla disconnessione deve essere tutelato: se il datore di lavoro non lo può fare, per il lavoratore non si pone nemmeno se essere sempre sull'attenti, pensando possa accadere chissà cosa" spiega il sindacalista Alan Tancredi. "In un mondo iper competitivo e frenetico, nella testa del lavoratore c'è la paura che il "non rispondere" porti a conseguenze negative. E questa "disponibilità" totale genera ansia, stress e peggiora la salute mentale" aggiunge la psicologa Giulia Tomasi

TRENTO. In tanti, tantissimi, auspicano che da "proposta di legge" si trasformi, nel giro di pochi mesi, in una legge vera e propria.
Nei giorni scorsi il Partito Democratico ha presentata una proposta per far sì che il "diritto alla disconnessione" diventi una norma dello Stato, con regole precise e pesanti sanzioni per chi non le rispetta.
Ma cosa s'intende per diritto alla disconnessione? E' la legittima pretesa del lavoratore di non essere costantemente reperibile. E questo significa non solamente che l'attività prevista e richiesta venga ripresa al momento dell'inizio del turno, ma anche che il lavoratore stesso possa non rispondere alle comunicazioni di lavoro (nel significato più ampio, ovvero telefonate, whatsapp, messaggi ed e mail) durante il periodo di riposo, senza che questo abbia alcuna ripercussione sul rapporto lavorativo.
La proposta di legge ha un titolo emblematico, "Lavoro, poi stacco" per rendere ancora meglio l'idea di quanto sia importante per i lavoratori non vivere con l'assillo di dover essere sempre reperibili. La domanda che sorge spontanea è: perché rispondere se non si è tenuti a farlo? La risposta è preoccupante, financo desolante: per la paura di essere considerati "di serie B", subire ripercussioni o, ancora peggio, essere licenziati.
Lo smart working, introdotto in maniera massiccia dopo la pandemia, rappresenta certamente uno strumento molto importante per i lavoratori italiani, ma ha anche un rovescio della medaglia. Sono numerosi, infatti, i casi in cui i datori di lavoro hanno iniziato a richiedere ore d'attività lavorativa anche al termine dell'orario, in nome della "reperibilità". E, molto spesso, l'operato "extra" non viene retribuito e sono rarissimi i casi in cui viene contemplato come straordinario.
In diversi Ccnl (contratti collettivi nazionali di lavoro) il "diritto alla disconnessione" non è previsto. "Lavoro, poi stacco" è rivolta ai lavoratori autonomi e a quelli che già non godono di tale diritto. All'articolo 3 della proposta di legge è specificato che "il lavoratore ha diritto di non ricevere comunicazioni dal datore di lavoro o dal personale investito di compiti direttivi nei confronti del lavoratore stesso al di fuori dell'orario ordinario di lavoro previsto dal contratto di lavoro applicato e, comunque, per un arco minimo di tempo di dodici ore dalla cessazione del turno lavorativo".
Infatti per l'Italia il tema della "disconnessione digitale" non è un'assoluta novità, visto che viene citata nella legge sul "lavoro agile", dove però si legge che "l'accordo tra lavoratore e datore individui tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”. Ma non per tutti e, da qui, la necessità di renderla una legge.
E in caso di violazione? La proposta è quella di applicare un sanzione amministrativa pecuniaria che va da 500 a 3mila euro per ciascun lavoratore interessato.
"Certamente esiste un problema legato alla disconnessione - commenta Alan Tancredi, segretario della Uiltec Uil - e, in taluni casi, abbiamo messo regole ben precise con l'azienda. Si pretende una reperibilità extra e l'interconnessione con i lavoratori al di fuori dell'orario di lavoro? Chi accetta di farlo deve essere retribuito. Ma, allo stesso tempo, chi non accetta di essere contattato in quelli che sono gli orari previsti dal contratto, non deve subire alcuna discriminazione o pressione. Al momento è previsto che tra un turno e l'altro devono intercorrere almeno 11 ore, anche se sono tantissime le aziende che puntano ad abbassare questo limite. Quindi ben venga l'innalzamento del numero minimo di ore a 12. E non bisogna assolutamente pensare che che il fatto di rispondere a qualsiasi ora porti a dei vantaggi perché poi, lo vediamo concretamente, non è così. Tante aziende rispettano le regole e il tempo libero dei lavoratori, ma sono tante anche quelle che - invece - organizzano la produzione in modo differente e, dunque, i cambi repentini sono all'ordine del giorno. Questo discorso andrebbe poi allargato agli straordinari e alla gestione delle ore in "surplus". E' sacrosanto per il lavoratore potersi organizzare la vita privata e non essere costretto a fare i salti mortali perché le comunicazioni arrivano nei momenti sbagliati, con poco preavviso e con un tono "impositivo" che, molto spesso, arriva come diktat. Il diritto alla disconnessione deve essere tutelato e non vivere in un "limbo": se il datore di lavoro non lo può fare, per il lavoratore non si pone nemmeno il dubbio se rispondere o meno, se essere sempre sull'attenti, altrimenti potrebbe succedere chissà cosa. Poi, però, dovrebbero essere i lavoratori a non "far passare" eventuali violazioni. Affidandosi alle organizzazioni sindacali e denunciando eventuali comportamenti scorretti".
Il dover essere sempre "a disposizione", l'ansia del "rispondere a tutti i costi" e la paura delle conseguenze hanno effetti molto negativi sulla salute mentale e fisica dei lavoratori.
"In un mondo in cui si è connessi sempre e dovunque - spiega la psicologa e psicoterapeuta Giulia Tomasi - il "non rispondere" alle comunicazioni, di qualsiasi tipo, è un qualcosa che viene percepito in maniera negativa. Ma non solamente da chi non ottiene la risposta, anche da chi non la effettua. Nel caso specifico, in un mondo iper competitivo e frenetico, nella testa del lavoratore c'è la paura che il "non rispondere" porti a conseguenze negative, anche le più estreme, come il licenziamento. Oppure, più semplicemente, c'è la convinzione che garantire una totale disponibilità, anche al di fuori dell'orario previsto dal contratto, significhi avere la medesima "flessibilità" da parte del datore di lavoro in caso di necessità quando, invece, questa è prevista dal contratto stesso. Per non parlare poi dell'ansia e dello stress che vengono generati da questa "reperibilità" auto indotta. In questo senso le nuove generazioni danno molta più importanza al tempo libero e, dunque, sono più propense a staccare, mentre gli adulti e le persone che sono inserite nel sistema lavorativo da tanti anni faticano a "staccare" l'ambito lavorativo con il tempo libero, in considerazione anche del fatto che oggi si lavora molto più per "obiettivi" piuttosto che secondo un orario ben predefinito. Il "non rispondere" al di fuori dell'orario è salutare, vivere il proprio tempo libero in maniera sana aiuta, ovviamente, a lavorare meglio e anche di questo dovrebbero tenere conto i datori. Dire "no" è salutare in questi casi e, dunque, ben vengano la discussione e la proposta di legge per far sì che il lavoratore non debba essere nemmeno nel dubbio di rispondere ed essere sempre pronto a scattare. La paura di essere licenziati? Il concetto è più ampio, visto che oggi viene percepita una situazione di precarietà generale, non solamente per quanto concerne il lavoro. Il diritto di avere tempo libero, di "riprenderselo" e di goderlo appieno è sacrosanto. E di vitale importanza per la salute fisica e mentale".
E, riprendendo le parole della psicologa Giulia Tomasi, "L'asSociata", l'associazione di giovani che punta a creare un mondo del lavoro più sostenibile, scrive che "il cellulare è ormai uno strumento di lavoro che sovrappone la vita privata a quella professionale, eliminando qualsiasi limite spaziale e temporale legato all'attività lavorativa".
Nel 2021 il Parlamento Europeo ha chiesto agli stati membri di riconoscere ai lavoratori il diritto alla disconnessione come fondamentale e ha spinto la Commissione Europea a presentare una proposta di direttiva che disciplini l'uso degli strumenti digitali.
Belgio, Francia, Spagna, Portogallo e Irlanda hanno già introdotto leggi per garantire tale diritto. La Francia, nel 2016, è stata la prima con la "Loi du Travail", seguita poi da Spagna (2018), Portogallo (2021) e Irlanda (2021), mentre in Belgio è in vigore dal 2022, ma solo per quanto riguarda i dipendenti pubblici.
Guardando ad altri continenti, l'Australia ha promulgato una legge ad hoc dove si esplicita il "diritto applicabile sul luogo di lavoro di rifiutare di monitorare, leggere o rispondere a contatti, tentativi di contatto, da parte del datore di lavoro al di fuori dell’orario lavorativo".












