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Trento
04 maggio | 06:01

Sanità, non si trovano i tecnici di laboratorio: "Alla ribalta durante il Covid ma mai valorizzati". Il caso dell'ospedale di Cles, situazione insostenibile 

Barbara Cristofolini, presidente dell’Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche ha spiegato: "Non è solo una questione economica, occorre riconoscere che questo lavoro è importate dando il giusto peso al professionista". La situazione "insostenibile" a Cles finisce in Consiglio provinciale con un'interrogazione della consigliera Paola Demagri di Casa Autonomia  

TRENTO. Mancano infermieri, medici, operatori socio-sanitari ma a mancare sono anche i tecnici di laboratorio. Sono stati in prima linea durante l’emergenza da Covid-19 nell'individuazione delle positività, ma questa figura, nonostante la sua importanza all'interno del sistema ospedaliero, non è mai stata adeguatamente valorizzata ed oggi persiste una grande difficoltà nel reperirla e ogni tentativo sembra rimanere vano. Tutto questo riguarda anche i tecnici di radiologia. 

 

A confermarcelo è Barbara Cristofolini, presidente dell’Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione che oggi conta più di 200 iscritti. “Purtroppo anche in Trentino – ci spiega – ci troviamo davanti alla poca disponibilità di personale. Se una volta ai concorsi partecipavano 300 persone oggi se ne presentano 5”.

 

La situazione si sta facendo sentire con orari di lavoro interminabili, turni che non si riescono a programmare e c'è chi fatica ad ottenere le ore necessarie per riposarsi.  Non tutti lo conoscono ma il ruolo di tecnico di laboratorio è davvero importante all'interno di un ospedale: lo dimostra il fatto che viene richiesto da tutti i reparti, a partire dal Pronto soccorso.  

 

Svolge attività di analisi e di ricerca relative ad analisi biomediche e biotecnologiche, in particolare di biochimica, di microbiologia e virologia, di farmacotossicologia, di immunologia, di patologia clinica e tanto altro. E' colui che, fra gli altri compiti, compie l’analisi di un campione biologico (sangue, pezzo chirurgico, urine o altro).  

 

Quest'anno, a distanza di anni, ripartirà un corso di laurea ad hoc anche a Trento. “L'ultimo è stato fatto 10 anni fa e si spera che formando il personale sul territorio poi rimanga e possa aiutare le strutture in Trentino” chiarisce Cristofolini. 

 

Capire quale sia stato il calo dell'interessamento a questa professione è difficile ma non impossibile. “Spesso – spiega la presidente – si riconduce questa situazione al riconoscimento economico ma non è questa l'unica motivazione. Occorre pensare alla valorizzazione delle persone, al riconoscere che questo lavoro è importate dando il giusto peso al professionista e al contributo che riesce a dare. Con il Covid si è visto, il tecnico di laboratorio, per esempio, è andato alla ribalta perché era colui che ci forniva il dato sulla positività del tampone. Ma è presente anche in altre situazioni nel quotidiano nonostante spesso non venga valorizzato come figura fondamentale”. 

 

IL CASO DI CLES
Le croniche difficoltà organizzative legate alla carenza di personale continuano a farsi sentire in Trentino e spesso, vista la mancanza di adeguate soluzioni, consentono di creare un ambiente non realmente attrattivo e soddisfacente. E' il caso dell'ospedale di Cles. Da terzo ospedale più importante del territorio (dopo Trento e Rovereto) è partita una lettera ai vertici dell'Apss con la quale viene chiesta l'istituzione di una guardia attiva notturna, nei fine settimana e nei festivi, al laboratorio di Patologia clinica. 

 

La situazione che si trovano a vivere i tecnici di laboratorio è diventata insostenibile e la vicenda ora è stata portata all'attenzione del Consiglio provinciale con un'interrogazione presentata dalla consigliera di Casa Autonomia, Paola Demagri. 

 

Il laboratorio dell'Ospedale di Cles dispone di una dotazione organica di 10 tecnici di laboratorio più altro personale. L'attuale organizzazione prevede il lavoro su due turni di servizio diurni e per l'orario notturno e dei sabati e festivi, sono previste delle reperibilità. Un totale di circa 40 turni al mese. Solo 4 dei tecnici impiegati possono espletare il numero massimo di 6 turni mensili. Così gli altri non sono sufficienti per coprire tutti i 40 mensili necessari.

Per questo, fino a dicembre veniva in aiuto il personale del Santa Chiara e questo anche perché le richieste notturne del pronto soccorso al laboratorio sono aumentate in maniera esponenziale, passando da 3 a 10/12 chiamate a notte nonostante il personale non sia stato adeguato.

 

Da qui la richiesta di fermarsi con il regime di reperibilità e di introdurre una guardia attiva. Bocciata sembra essere anche la cosiddetta “metodica Poct”, le analisi effettuate con specifici macchinari, sia dal punto di vista organizzativo che di costi. 

 

“Questa organizzazione del lavoro – spiega Demagri nell'interrogazione - costringe a frequenti nottate lavorative con grande impatto sul benessere dei lavoratori poiché agli stessi manca la possibilità di recupero nel giorno successivo. Considerati i numeri in termini di notti lavorate e di chiamate in reperibilità, ben si comprende perché tale situazione sia da ritenersi insostenibile”.

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