Belluno punta sui crediti di carbonio: valgono 10 milioni di euro all'anno. “Siamo carbon neutral con 25 anni di anticipo, possiamo scambiarli sul mercato”
Grazie alla sua storia idroelettrica, all’attivazione di filiere locali a biomassa e alle modalità di selvicoltura il territorio può generare migliaia di crediti ogni anno. Secondo Francesco De Bettin, presidente Dba Group Spa, nel Bellunese
valgono ad oggi una decina di milioni di euro. Possono essere scambiati su due tipi di mercati: quello regolato, nel quale le grandi industrie acquistano crediti per compensare le emissioni in eccesso, e quello volontario, in cui enti, imprese, associazioni e cittadini possono promuovere progetti di riduzione delle emissioni, ottenere una certificazione e rendere i crediti disponibili per chi vuole contribuire alla neutralità climatica

BELLUNO. Il Bellunese punta ai crediti di carbonio: grazie alla sua storia idroelettrica, all’attivazione di filiere locali a biomassa e alle modalità di selvicoltura il territorio può generare migliaia di crediti ogni anno. “Ci siamo chiesti se e come i crediti di carbonio possano contenere un potenziale ambientale, sociale ed economico da far fruttare a beneficio di persone, ambiente e imprese. È una materia complessa e va affrontata in termini legislativi, di modalità di generazione, di certificazione delle attività e in relazione alla spendibilità dei crediti: dobbiamo rispondere a queste sfide attraverso la condivisione con tutti i portatori di interesse” afferma Giovanni Piccoli, presidente del Centro studi bellunese, durante il primo incontro sul tema avvenuto qualche giorno fa.
La provincia di Belluno ha recentemente ricevuto la certificazione di “carbon neutral” e uno strumento importante per il contrasto al cambiamento climatico e la promozione di pratiche forestali sostenibili sono i crediti di carbonio, dei quali si punta a valorizzare i benefici. Parliamo di milioni di euro l’anno, visto che la CO2 prodotta è inferiore a quella assorbita. “Per noi è una partita importantissima - afferma Alberto Peterle, consigliere provinciale - perché da poco abbiamo presentato i risultati dello studio CaN-Be, che non sono scontati. La capacità di assorbimento dei gas serra della nostra provincia è superiore alle emissioni, ma questo va inserito nel quadro legislativo europeo: è previsto di dover arrivare alla neutralità carbonica entro il 2050, ma noi siamo già nel 2050, anzi forse nel 2070 perché abbiamo anche un po’ di avanzo. Ora tutto ciò è certificato e da qui nasce anche la necessità di un monitoraggio costante. I crediti di carbonio sono uno strumento fondamentale in tal senso: il nostro patrimonio di neutralità va gestito e lo devono fare i bellunesi, sull’esempio del Cansiglio che nei secoli è sempre stato gestito sia per favorire le economie sia nell’ottica di tutela e rigenerazione”.
I crediti di carbonio sono strumenti tecnici con un grande potenziale economico e sociale poiché permettono di dare un valore a ogni tonnellata di CO2 non emessa (ad esempio grazie a produzione da fonti rinnovabili, efficientamento energetico, riforestazione o gestione sostenibile delle biomasse). Possono essere scambiati su due tipi di mercati: quello regolato, nel quale le grandi industrie acquistano crediti per compensare le emissioni in eccesso, e quello volontario, in cui enti, imprese, associazioni e cittadini possono promuovere progetti di riduzione delle emissioni, ottenere una certificazione e rendere i crediti disponibili per chi vuole contribuire alla neutralità climatica. “Come provincia - spiega Francesco De Bettin, presidente Dba Group Spa - ragioniamo sul mercato volontario, costituito da soggetti che per motivi etici, di marketing, o di rispetto di indirizzi di bilancio vedono la convenienza nel comprare o vendere crediti di carbonio”. Un processo che richiede però rigore, monitoraggio (anche tramite l’iscrizione dei crediti in un registro ufficiale), calcoli dei benefici e soprattutto una certificazione di enti terzi secondo standard internazionali.
Quanto valgono potenzialmente per il Bellunese? “Il mercato globale - prosegue De Bettin - vale 1,7 miliardi di dollari, cresce del 25% ogni anno e da qui al 2030 esploderà. Nel Bellunese, calcolando i crediti da evitata emissione (circa 300 mila euro l’anno), la produzione della Cer Dolomiti (circa 120 mila euro l’anno), e la parte principale, cioè i boschi (le tonnellate di CO2 assorbite nel dopo Vaia potrebbero valere dai 9 ai 12 milioni di euro) possiamo dire che in linea di massima i crediti valgono ad oggi una decina di milioni”. Introiti che potrebbero essere utilizzati a favore delle comunità locali: secondo Marco Staunovo Polacco, presidente Consorzio Bim Piave, si tratta infatti di sfruttare lo stesso modello già esistente con i sovracanoni idroelettrici, nel quale chi sfrutta l’energia derivante dall’idroelettrico restituisce al territorio un ristoro ambientale gestito a livello centrale.
Dello stesso parere anche Riccardo Valentini, docente dell’Università della Tuscia e premio Nobel per la pace 2007. “Il riscaldamento globale ci impone di pensare a modelli economici di riduzione delle emissioni - afferma - e di catturare la CO2 in eccesso, ad esempio con una gestione sostenibile delle foreste. In questo le istituzioni possono avere un ruolo di coordinamento nel mettere a sistema progetti e stabilire schemi di certificazione per garantire la presenza sul territorio di questi crediti. Inoltre possiamo scambiare questi assorbimenti di CO2 sui mercati, ma l’importante è coordinare, per evitare greenwashing e scorciatoie. Tuttavia - conclude Valentini - più che vendere i crediti alle industrie sui mercati internazionali, per le nostre dimensioni bisogna cercare di creare comunità a emissioni zero, cioè marchi di carbon neutrality: tornare quindi a territori, cittadini e associazioni come asset fondamentali che possono agire andando a ricostruire zone degradate, attuare interventi di miglioramento del suolo boschivo, o acquisire quote di crediti di carbonio riversando i benefici economici per la comunità”.












