La provincia di Belluno ha un effetto positivo sul riscaldamento climatico: “cattura” più CO2 di quella che produce. In calo però la capacità di assorbimento delle foreste
Presentati i dati raccolti nell’ambito del progetto CaN-Be, finalizzato al monitoraggio delle emissioni di gas serra: la provincia si conferma “carbon neutral”, cioè l’assorbimento di CO2 è superiore alla quantità di emissioni prodotte. Al contempo però è emerso che questa capacità di assorbimento sta diminuendo: i dati serviranno quindi come base per costruire politiche specifiche per il territorio

BELLUNO. La provincia di Belluno ha un effetto positivo sul riscaldamento climatico: lo attestano i dati raccolti nell’ambito del progetto CaN-Be (Carbon neutral Belluno), finalizzato al monitoraggio delle emissioni di gas serra. Dati che hanno ora permesso di ottenere la certificazione internazionale GHG Protocol for Communities e che costituiscono una base su cui costruire politiche per la riduzione delle emissioni nel territorio.
La provincia di Belluno è la prima ad applicare questo standard in Italia e farà probabilmente scuola per altri territori che vorranno certificarsi, all’interno di un contesto nazionale e internazionale che richiede sempre maggiore attenzione su questi temi. Prendendo spunto da una proposta della Consulta provinciale degli studenti avanzata nel 2019, la Provincia ha infatti deciso di dar seguito allo sviluppo del Progetto CaN-Be e avviato una collaborazione con l’Università di Siena.
“Il lavoro commissionato dalla Provincia è partito nel 2019 e si è concluso nel 2024, con il ruolo fondamentale delle Scuole in rete. I risultati - afferma il consigliere Alberto Peterle - confermano che la provincia ha una capacità naturale di assorbire più CO2 di quella emessa. Tuttavia, è anche emerso come stia diminuendo la capacità di assorbimento: è proprio su questo che dobbiamo porre ora maggiore attenzione. Assieme alle Scuole in rete stiamo quindi cercando di dare continuità al progetto con un’alleanza pubblico-privata, per portare avanti il monitoraggio e trovare poi, in nome della specificità del territorio, misure specifiche da adottare”.
A elaborare lo studio è il ricercatore Emanuele Prest, che ne spiega i risultati. “I primi inventari del 2009, 2014 e 2019 hanno permesso di creare una serie storica e favorire un monitoraggio consapevole. Con la successiva fase iniziata nel 2023, parte il secondo monitoraggio al fine di trovare uno standard di certificazione dei dati raccolti (il Global Protocol for Community-Scale, Greenhouse Gas Inventories): avere ottenuto questa certificazione è fondamentale perché, oltre a essere un marchio di veridicità delle informazioni raccolte, permette di confrontare i risultati nel tempo”.
Vediamo allora i dati. Le emissioni calcolate provengono dal settore energia (tra cui trasporti e riscaldamento), i processi industriali, il settore rifiuti e il settore “Afolu”, cioè foreste e usi del suolo (ad esempio incendi, tagli boschivi e gestione del letame). Queste emissioni si inseriscono in un territorio provinciale composto per il 59% da foreste, il 30% da altre aree naturali, l’8% dall’agricoltura e il 3% da aree edificate. Inoltre, la provincia produce energia rinnovabile superiore ai consumi annuali: perciò, all’interno di questo studio, il bilancio delle emissioni per il consumo di energia elettrica è pari a zero.
Per tutte le altre fonti di CO2 equivalente, invece, la maggioranza delle emissioni deriva dalle attività umane (63,1%). Tra di esse spicca il settore energia (84,4% delle emissioni antropogeniche) nel quale pesano soprattutto riscaldamento e trasporto su gomma; seguono i processi industriali (4%), il settore rifiuti (2,5% - quota modesta grazie alla capacità di raccolta differenziata) e il settore Afolu (9,1%). In totale, nel 2022 le attività umane hanno emesso 1.009.387 tonnellate di CO2 equivalente, in leggera diminuzione dal 2019. Ad aumentare notevolmente (+34,7%) sono state invece le emissioni biogeniche, cioè da fonti biologiche come la combustione di biomassa e gli incendi boschivi, che incidono per il restante 36,9% delle emissioni (589.595 di tonnellate).
Il totale delle emissioni (1.598.982 tonnellate) è in crescita del 7,5% dal 2019, anche se, per entrambi gli anni di analisi, gli assorbimenti delle aree forestali rimangono superiori alla somma delle emissioni arrivando a coprirle per il 122% nel 2019 e il 114% nel 2022.
“Una delle sfide principali - prosegue Prest - è stata calcolare gli assorbimenti forestali. L’ultima mappa del suolo elaborata con rilevazione satellitare era del 2018, quindi prima di Vaia: considerando però l’importanza delle foreste nel bilancio dei gas serra, abbiamo voluto prestare particolare attenzione all’impatto di Vaia, che ha ridotto del 5% la capacità di assorbimento. Sembra poco, ma parliamo di quasi 100 mila tonnellate di CO2 equivalente. Questa capacità sta lentamente risalendo (+1%), grazie alla ricrescita spontanea delle aree boschive e a cinque progetti di riforestazione e continuerà a farlo, sempre che il bostrico non progredisca".
Va comunque specificato che non si tratta di un’analisi che misura la sostenibilità in toto del territorio o quanto siamo green: tanti fenomeni, non considerabili come sostenibili, non sono inclusi nell'analisi (si pensi ai fertilizzanti sintetici, che impattano poco in termini di emissioni ma hanno altri effetti negativi sull’ambiente). Rimane però una base essenziale per capire i settori sui quali concentrare le scelte politiche. “Non abbiamo capacità cogenti di imporre misure di abbattimento delle emissioni - conclude infatti Antonella Bortoluzzi, responsabile del settore Acque e ambiente - ma questo focus si inserisce nel contesto europeo di riduzione dei gas climalteranti al 2030. L’intento, rispetto all’analogo inventario nazionale, è stato stabilire con più dovizia di particolari la nostra situazione per vedere se è possibile inserire nella pianificazione regionale misure specifiche per il nostro territorio", conclude Antonella Bortoluzzi.












