Fori sul fianco delle vacche, mistero svelato: ''Dopo l'articolo un collega mi ha segnalato uno studio del 2010 che parlava di una larva tropicale. E' lei e ora è diffusa anche qui''
Il mistero dei fori e dei rivoli di sangue trovati sulle vacche è stato risolto: la colpa è da attribuire alla Parafilaria Bovicola. Un parassita originario dei tropici e studiato inizialmente nelle Filippine, ma che ormai, a causa del cambiamento climatico, ha raggiunto anche i pascoli trentini. Il veterinario trentino Michele Dallapiccola, tramite un collega e l’appello diffuso da Il Dolomiti è riuscito a trovare la causa delle lesioni

TRENTO. Dei fori sul fianco delle vacche, un rivoletto di sangue che scende lungo il ventre e la scoperta al mattino con conseguente mistero legato al fatto che la stalla è chiusa, pulita, ordinata. La richiesta di aiuto lanciata tramite il Dolomiti alla rete dal veterinario trentino Michele Dallapiccola per cercare di scoprire a cosa possa essere dovuta quella ferita tra testa e collo del bovino e quindi la scoperta: uno studio che risale al 2010 che racconta di una sintomatologia simile e una larva di origine tropicale che ormai ha messo solide radici anche in Trentino.
Insomma, svelato l'arcano: a produrre quel foro sulla cute della vacca sarebbe la Parafilaria Bovicola, un parassita, che almeno per quanto riguarda la letteratura scientifica non era ancora stata segnalato in Italia se non nel lontano 2010 da un veterinario che ha studiato e approfondito dei casi riscontrati in alcune aziende site nell’appennino tosco-emiliano-romagnolo. Questi fori sono ricomparsi di recente, nella stagione in corso, su vari capi in stalle diverse dalla Val dei Mocheni a Levico passando per la Bassa Valsugana per arrivare al Bondone in questi giorni.
Nonostante le ipotesi più varie (c'era chi aveva pensato alla faina, chi ha proposto dei pipistrelli, chi si è buttato sul mito e ha scritto direttamente del chupacabras) che sono state lanciate dai lettori sotto l'articolo che avevamo pubblicato qualche giorno fa su il Dolomiti d'accordo con il veterinario che aveva segnalato la vicenda (questo il titolo del pezzo: ''Dei fori e rivoli di sangue trovati al mattino su fianchi, cosce e collo di vacche ricoverate nelle stalle. L'appello: ''Di cosa si tratta? Potrebbe essere un tabanide crepuscolare?'') ricerca e comunicazione tra esperti hanno avuto comunque la meglio.
“Tra i tanti che hanno detto la loro - spiega Dallapiccola - mi ha scritto anche un collega che mi ha segnato uno studio del 2010. Si tratta di una malattia emergente studiata nei bovini che trascorrono parte del tempo sui pascoli. È un nematode trasmesso dalla mosca facciale, che depone le uova nel muso della mucca. Queste entrano, migrano e crescono nell’organismo dell’animale. L'aspetto clinico è proprio del tutto coerente quello che ho descritto pochi giorni fa: la presenza di piccole emorragie cutanee soprattutto a livello di collo, spalle, dorso e costato e la formazione di piccoli rivoli di sangue che tendono a conglutinare e ad essiccarsi. Le lesioni sono evidenti soprattutto in primavera o inizio estate e le emorragie cutanee sono dovute alla migrazione delle femmine adulte verso la superficie esterna della cute, dove depongono le uova. La Musca Autumnalis, detta anche mosca facciale, si nutre poi delle secrezioni sul foro e così facendo contribuisce a diffondere il parassita e a continuarne la sua diffusione. La larva, una volta entrata nell’organismo dell’animale, essenzialmente migra lungo il tessuto sottocutaneo e nel giro di sette mesi diventa adulta, raggiungendo l’esterno e deponendovi le uova”.
Per la prima volta, questo nematode (un organismo vermiforme) è stato descritto e trovato nel 1934 in bovini indigeni delle Filippine e per diverso tempo quindi, si pensò che il parassita fosse diffuso solamente in zone a clima tropicale e sub tropicale, ma col cambiamento climatico anche i parassiti si spostano: inverni miti e caldo prolungato ne aumentano sopravvivenza e riproduzione. “Necessita di zone calde, per questo motivo alle nostre latitudini non era ancora stato ritrovato. Dopo il suggerimento del collega, sono tornato in una delle stalle visitate recentemente per confermare la nuova ipotesi – racconta il veterinario trentino -. Con l’anestesia locale, ho inciso e divaricato la cute dell’animale per capire se veramente dietro questi fori potesse nascondersi la Parafilaria Bovicola. Così è stato perché divaricando bene la cute del bovino, che è quasi un centimetro, negli strati muscolari ho visto un codino che si muoveva. L'ho estratto ed ecco svelato l'arcano: la larva vermiforme era lì davanti a me''.
La soluzione, dunque, è stata trovata. Non Chupacabras, creature mitologiche del Sud America e Pipistrelli Vampiro (Desmodini), ma un parassita che a causa del surriscaldamento globale è arrivato sino ai pascoli trentini. “Come prevenire la diffusione di questo parassita quindi? L'animale è sensibile all’ivermectina, un farmaco antiparassitario, però detto questo c’è tutta la parte relativa alla profilassi, alle misure da prendere per prevenire la diffusione di questo parassita – conclude il veterinario Dallapiccola -. Curare l’animale che manifesta i sintomi significa intervenire almeno sette mesi dopo che ha avuto dentro l’ospite infestante e dannoso. Dovrà essere opportuno quindi, nelle malghe in cui è stato segnalato il problema, effettuare una forma di dissuasione e controllo delle mosche con repellenti e trattamento delle larve. Al ritorno dal pascolo e dalla malga, bisognerà effettuare un trattamento terapeutico precoce in grado di uccidere il parassita nelle sue prime fasi, visto che poi rimane dentro tutto l’autunno e gli adulti depongono le uova in primavera. È da eliminare nelle sue prima fase infestante”.












