''Più grandi carnivori vuol dire più cani da guardiania e i conflitti con le persone aumentano. Non tutti sanno come comportarsi in montagna''
Al mondo d’oggi la pastorizia presenta molte difficoltà, ma non mancano per fortuna i giovani pronti ad intraprendere questa strada nonostante le tortuosità: “Servono determinazione, capacità di adattamento e spirito di sacrificio”. La mostra “Giovane transumanza e una montagna di lavoro” di Daniele Mosna, inaugurata oggi al Festival dell’Altramontagna a Brentonico (e visitabile fino a settembre), nasce proprio con l’obiettivo di porre l’attenzione sul lavoro dei pastori e sulla straordinaria pratica della transumanza

BRENTONICO. Una pratica antica che continua a modellare il paesaggio montano, ma che oggi deve comunque fare i conti con sfide sempre nuove. È questo il filo conduttore della mostra “Giovane transumanza e una montagna di lavoro” di Daniele Mosna, inaugurata oggi al Festival dell’Altramontagna a Brentonico. Un percorso che accende i riflettori sul mondo della pastorizia e della transumanza, raccontandone il valore, le difficoltà e il suo contributo fondamentale alla cura del territorio.
Una pratica, quella della pastorizia, che oggi sì presenta alcune difficoltà ma che comunque (e per fortuna) riesce a sopravvivere anche grazie alla forza di volontà di giovani pastori. Tra i protagonisti della mostra fotografica, infatti, insieme alle greggi immortalate sui pascoli e sui versanti montani, ci sono anche giovani pastori come i fratelli Manuel e Michael della Valle dei Mocheni, e Alex della Val di Fiemme.
Nessuno di loro proviene da una famiglia già legata a questo mondo: non hanno seguito un’eredità familiare, ma la loro passione è nata in modo spontaneo, frequentando gli ambienti giusti, informandosi e scegliendo infine di mettersi alla prova in prima persona: “Era un mondo che ci incuriosiva. Io mi sono diplomato come agrotecnico e mio fratello invece è diventato macellaio. Io e Michael siamo partiti da zero e tra alti e bassi è andata bene. Abbiamo aumentato il numero di capi e oggi ci occupiamo di 800 pecore e di una centinaia di capre - racconta a Il Dolomiti il pastore Manuel-. Poi ovviamente non è facile, è un lavoro che richiede molti sacrifici, una disponibilità ventiquattro su ventiquattro per così dire, e non c’è nessuna differenza tra bello o brutto tempo: anche sotto la pioggia ci si deve rimboccare le maniche”.
Le difficoltà che si incontrano? Parecchie ed è giusto discuterne. Si parla della sempre più crescente burocrazia, dell’aumentare della presenza dei grandi carnivori, del turismo di montagna spesso (e purtroppo) preso con poca serietà e infine, anche della presenza di persone poco aperte a comprendere la vera importanza di questo tipo di allevamento, che considera sia il benessere dell’animale che quello dell'ambiente: “Servono inizialmente i permessi per passare nei paesi, poi quelli per sostare sugli argini fluviali che sono proprietà del demanio pubblico. Ci sono poi le varie delibere sanitarie da sistemare e da avere in regola ogni anno, oltre ai diversi trattamenti che ci impone la regione. Senza dimenticare poi anche le assunzioni dei dipendenti e l'elaborazione del piano di sicurezza"
Tra i temi affrontati durante il Festival c’è stato anche quello del turismo montano e della crescente frequentazione delle terre alte, una realtà che non può essere interpretata soltanto in termini positivi o negativi. Anche per chi vive e lavora in montagna, come i pastori, i benefici si intrecciano con difficoltà e sfide che rendono il quadro più complesso di quanto possa apparire: “Abbiamo tre malghe durante l’estate, alcune vicine a sentieri europei e quindi anche molto frequentati – racconta sempre Manuel -. Molti turisti sanno come muoversi, chiedono, osservano, altri invece quando sono presi dalla curiosità oltrepassano quella linea di confine. A seguito dell’aumento dei predatori abbiamo dovuto procurarci più cani da guardiania e spesso anche per questo ci si scontra. Qualche screzio c’è stato e ci sarà inevitabilmente. Non è facile. Non sempre chi frequenta la montagna sa come comportarsi e questo può generare incomprensioni e qualche momento di tensione”.
Una scelta, quella presa dai tre giovani, che va controcorrente e che richiede capacità di adattamento, determinazione e spirito di sacrificio. Il settore della pastorizia è complesso, ma rappresenta una risorsa preziosa per il futuro delle terre alte e delle comunità montane. Non è solamente allevamento di capi e produzione di prodotti, ma questo mestiere, assieme alla pratica della transumanza contribuisce alla manutenzione del territorio, al contenimento dell’avanzata del bosco, alla conservazione dei prati e alla tutela della biodiversità.
La transumanza, dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dall’UNESCO nel 2019, negli ultimi anni ha suscitato anche alcune lamentele da parte di sindaci e cittadini infastiditi dal passaggio delle greggi nei propri Comuni. Tuttavia, non mancano anche segnali positivi che fanno ben sperare: “Passiamo tranquilli solitamente. Ci sono alcune zone dove magari in precedenza c’è stato qualche disguido e questo mette le persone in allerta, ma non abbiamo trovato grosse difficolta nelle fasi di spostamento. La gente a volte si preoccupa e avvisa la Guardia Forestale e per questo motivo capita di sentirsi un po’ sotto stress nonostante si abbia tutto in regola. È necessario, per evitare disguidi, avvisare e organizzarsi coi Comuni per pianificare il percorso” conclude Manuel.
Oggi quindi, rispetto ad anni fa, sembra che il mestiere del pastore e lo straordinario valore della transumanza siano riconosciuti per il ruolo che svolgono nella cura del territorio e nella tutela degli equilibri ambientali, ma è giusto ribadire il fatto che sono anche parte di un sistema tutt’altro che semplice: è un percorso spesso tortuoso, fatto di fatica quotidiana, imprevisti e grande responsabilità, ma come si nota anche dalle foto della mostra “Giovane transumanza e una montagna di lavoro”, non mancano i giovani intraprendenti.












