“Melanoma, incidenza in crescita. A Belluno colpisce soprattutto testa e collo, le zone più esposte quando si va in montagna”
Durante l’ultimo appuntamento del ciclo di convegni “Salute oltre la città” si è parlato anche di melanoma, tra le patologie più diffuse nella nostra Regione e nel Bellunese: oggi, si colloca al 2° posto tra i tumori maschili e al 3° tra quelli femminili. I rischi in montagna sono molteplici e spesso sottovalutati: neve e alte quote aumentano notevolmente l’esposizione rispetto al mare

BELLUNO. Tra i fattori di rischio maggiore per la salute in montagna c’è un aspetto spesso sottovalutato, cioè l’esposizione al sole. I numeri evidenziano un notevole incremento del melanoma in Veneto e la Provincia di Belluno risulta tra le più colpite, in particolare nella zona di testa e collo: dunque, le parti più esposte quando si va a camminare in montagna.
Recentemente l’Ulss 1 Dolomiti ha avviato una campagna contro il melanoma in vista delle Olimpiadi, ma soprattutto data appunto la crescita dell’incidenza di questo tipo di tumori. Ne ha parlato al convegno “Salute oltre la città”, dedicato alla gestione della sanità nei territori di montagna, anche Anna Belloni Fortina, docente e dirigente medico presso il Dipartimento di salute della donna e del bambino dell’Università di Padova.
“In provincia di Belluno - conferma Belloni Fortina - il melanoma ha numeri importanti. Dai registri del Veneto notiamo che c’è stato un incremento di incidenza dal 2% nel 1990 al 5% nel 2020 a livello regionale. Inoltre, nella classifica generale dei tumori, se nel 1990 il melanoma era al 16esimo posto nei maschi e al 14esimo posto nelle femmine, nel 2020 si colloca rispettivamente al 2° e al 3° posto. E questo problema è ancora più importante nel Bellunese”.
Quali sono i fattori di rischio, che possono causare questi numeri? Oltre alla genetica, presente nella maggioranza dei casi, incide l’esposizione ai raggi solari, soprattutto UVA e UVB, fattore che agisce per effetto cumulativo, cioè più sole e scottature si prendono più c’è il rischio di sviluppare un melanoma. “A Belluno - prosegue - si è visto che il primato di insorgenza è nella regione testa-collo, che sono le zone più esposte quando si va in montagna senza indumenti che proteggono la pelle.
Altri fattori di rischio sono poi il numero di nei e la pelle chiara, che è indice di minore quantità di melanina e maggiore rischio epidemiologico. Anche qui va evidenziata la particolarità di Belluno: nell’essere umano esistono 6 fototipi, classificati in base alla quantità di melanina (più alto è il fototipo, maggiore è il tempo consentito di esposizione prima che insorgano effetti indesiderati), ma nella provincia di Belluno è difficile arrivare al fototipo 3. Ci sono cioè in prevalenza soggetti con capelli, occhi e pelle molto chiari, quindi i più a rischio perché con poca possibilità di foto-proteggersi.
A questi fattori si aggiungono quelli esterni, spesso sottovalutati. In particolare le radiazioni incidono quando sono più perpendicolari, quindi nelle ore centrali, ma aumentano con la neve, che riflette più dell’80% dei raggi UV (mentre la sabbia chiara più del 15%) e l’altitudine, poiché l’intensità dei raggi aumenta del 4% ogni 300 metri.
Tutti questi dati sono importanti perché espongono anche le pelli più scure a un rischio maggiore. Spesso nell’immaginario collettivo l’esposizione al sole è solo quella marina, per questo bisogna fare attenzione alle quote più elevate e nelle zone all’ombra”.
Come interviene allora la sanità? “Noi cerchiamo di intercettare il prima possibile il melanoma - conclude Belloni Fortina - che è simile a ogni neo sulla pelle. Ci sono delle regole adottate dai dermatologi per la caratterizzazione di queste lesioni: regole che si cerca di passare al paziente affinché sappia lui stesso effettuare un autocontrollo sulle proprie.
In questi casi la telemedicina non viene molto in aiuto, salvo forse nelle visite di controllo in caso di lesioni a rischio. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, invece, il suo ruolo è ancora oggetto di dibattito. Sicuramente l’IA è il futuro, ma quello che è interessante in una Provincia a rischio è la tecnologia di screening: se per la diagnosi l’IA è ancora lontana dal poter dare un risultato significativo, per la valutazione dei pazienti, accelerando l’inclusione nel percorso di cura, potrebbe essere utile avvalersene, soprattutto nel caso di una popolazione esposta come quella bellunese”.












