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Belluno
11 aprile | 15:59

La Provincia di Belluno “front runner” in Italia nella sanità di montagna

Il ciclo di convegni “Salute oltre la città” si è chiuso con l’ultimo appuntamento, dopo Feltre, Pieve di Cadore e Agordo. Presso il teatro Buzzati di Belluno si è svolto l'incontro dal titolo “Gestire la complessità”, durante il quale diversi relatori hanno riflettuto su come il territorio bellunese può gestire, e gestisce, le difficoltà tipiche di un territorio di montagna: spopolamento, distanza dai servizi, poche risorse economiche e carenza di professionisti

BELLUNO. “Il Bellunese ha elementi oggettivamente difficili con cui doversi confrontare, ma è passato dalla condizione di “sono un problema” a “sono un front runner della sanità”. Quello che deve ora implementare sono una visione strategica condivisa tra aziende sanitarie e amministratori e la presa d’atto realistica della situazione nazionale, sulla base della quale focalizzare poi le sue priorità”. È positivo il quadro della sanità bellunese che emerge dalle parole di Mario Del Vecchio, economista e professore affiliato all'Università Bocconi, tra i relatori dell’ultimo degli incontri sulla sanità di montagna promossi dall’Ulss 1 Dolomiti.

 

Il ciclo di convegni “Salute oltre la città” giunge infatti al termine dopo gli incontri di Feltre, Pieve di Cadore e Agordo. L’appuntamento finale si è svolto presso il teatro Buzzati ed è stato introdotto da Giuseppe Dal Ben, commissario dell’Ulss 1 Dolomiti: “questi incontri sono serviti a capire come la realtà bellunese si colloca nel Sistema sanitario regionale e nazionale, ma anche a fare un confronto con realtà che vivono problematiche simili, come Valle d’Aosta, Svizzera, Austria e Friuli Venezia Giulia, con le quali abbiamo condiviso diverse progettualità. Abbiamo coinvolto oltre 200 persone ed elaborato una ventina di progetti che stiamo portando avanti per far sì che la sanità bellunese possa dare le migliori risposte possibili nel contesto in cui viviamo. Siamo partiti da un percepito delle persone non totalmente positivo, ma stiamo cercando di cambiarlo facendoci portatori di messaggi che apprezzano il bicchiere mezzo pieno e lavorano per riempire quello mezzo vuoto”.

 

Questi incontri hanno fatto bene a una provincia che aveva bisogno di dialogare con la sanità e sentirsi coinvolta – aggiunge Oscar De Pellegrin, sindaco di Belluno – perché i territori montani sono sempre difficoltosi da raggiungere. Credo che il lavoro di rete tra l’azienda sanitaria e la conferenza dei sindaci abbia portato maggiore consapevolezza. Da questi incontri sono emerse tante problematiche, ma anche prospettive e progetti che avranno un senso se, da oggi in poi, riusciremo a dare loro concretezza”.

 

Il sistema Belluno funziona: lavorare ora per attrarre nuovi professionisti

 

Finora sembra che il “sistema Belluno” sappia effettivamente dare concretezza a ciò che impara. Durante gli interventi della mattinata, il quadro della situazione nella nostra Provincia è risultato perlopiù positivo, in particolare nell’intervento di Del Vecchio, che sottolinea sia il buon esempio di Belluno sia le criticità e le sfide per il futuro della sua sanità. “Il sistema sanitario veneto – spiega - ha alcune peculiarità e tra queste quella che più mi colpisce, rispetto al resto d’Italia, è il fatto che le cose decise vengono poi fatte. E a Belluno si sta facendo tutto quello che la letteratura consiglia per sistemi sanitari in situazioni particolari come queste”.

 

Quali sono allora i principali problemi che il nostro territorio deve affrontare? “Sono la bassa densità abitativa, la distanza dai servizi, le risorse economiche in contrazione e la carenza di professionisti. Tuttavia - prosegue Del Vecchio - se tendenzialmente le aree interne hanno svantaggi strutturali, e quindi finora siete stati e vi siete considerati come un’area svantaggiata, ora dovete iniziare a pensarvi come “front runner” che devono sì affrontare determinati problemi, ma che già offrono soluzioni cui gli altri potranno attingere.

 

L’unico modo per garantire l’equità nell’accesso alle cure è infatti gestire ogni situazione in base alle sue particolarità, anche se spesso si pensa erroneamente che sia invece l’omogeneità dei servizi sanitari a dover essere preservata. A Belluno gli interventi sanitari devono cioè essere fatti in maniera diversa. Non possiamo certo ignorare che l’Italia destina solo il 6,2% del Pil nazionale alla sanità, percentuale tra le più basse in Europa, ma partendo da questo dato dobbiamo costruire specifici interventi sanitari e Belluno lo sta facendo, ragionando su come distribuire i servizi su tutto il territorio.

 

La territorialità è quindi il vostro pane quotidiano, ma va contestualizzata per costruire il cambiamento. Come? In primo luogo attraendo risorse esterne, perché quelle interne non bastano: ci sono diversi progetti europei sui cosiddetti “deserti medici”, cioè il fatto che alcune zone interne non riescono ad attirare risorse. Perché un giovane professionista dovrebbe venire a lavorare qui? Perché riceve formazione specifica, incentivi economici e supporto organizzativo, ma anche autonomia, maggiore visibilità e maggiori competenze, cioè fin da giovane può ricevere responsabilità che altrove arrivano tardi. E perché è più vicino al paziente e, quindi, al risultato finale.

 

Su tutto ciò bisogna lavorare. Non basta avere gli ingredienti nel frigorifero, cioè il giusto numero di professionisti, ma bisogna anche saper preparare la cena, far sì che le persone agiscano esattamente per quello di cui ha bisogno il territorio. Io non vado in montagna – conclude - ma so che, per farlo, servono gli stessi elementi di cui ha bisogno anche il sistema salute: pazienza e costanza, collaborazione e solidarietà, una mappa del percorso e le attrezzature adeguate per compierlo, nonché coraggio e fiducia nella meta da raggiungere”.

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