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| 11 set 2025 | 13:11

Pipe per il crack distribuite dal Comune, oltre le polemiche ecco cos'è la “riduzione del danno”. “Non si incentiva l'utilizzo, così i tossicodipendenti si avvicinano ai servizi"

Da giorni ormai la nuova sperimentazione del Comune di Bologna, che ha acquistato circa 300 pipette per il crack sterili da distribuire ai consumatori in un'ottica di riduzione del rischio, sta facendo discutere. Ne abbiamo parlato con due esperte: Ermelinda Levari, direttrice dell'Unità operativa dipendenze dell'Apss, e Paola Meina, direttrice dell'Associazione Famiglie tossicodipendenti

Pipe per il crack distribuite dal Comune, oltre le polemiche ecco cos'è la “riduzione del danno”

BOLOGNA. Qualcuno, come il ministro Salvini, ha parlato di una “follia”; qualcun altro, come l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Stefano Cavedagna, è arrivato a presentare una denuncia per “istigazione e delinquere e favoreggiamento dell'uso di sostanze stupefacenti” nei confronti del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, finito negli ultimi giorni al centro di una bufera mediatica per l'avvio della seconda fase di una sperimentazione che prevede la distribuzione di circa 300 pipe sterili monouso ai consumatori di crack in città.

 

Alla base dell'iniziativa presentata dall'assessora al Welfare, Matilde Madrid, c'è un approccio noto come “riduzione del danno”, che si muove su due direttrici fondamentali: evitare i più gravi effetti secondari dell'utilizzo di sostanze – dalle infezioni all'Hiv, oltre che possibili lesioni e ferite causate dall'utilizzo di inalatori 'rudimentali' come lattine o bottiglie – e facilitare al contempo l'avvicinamento dei tossicodipendenti a percorsi di cura. Una priorità in sempre più città mentre l'uso di sostanze, il crack in particolare, sembra in aumento.

 

“Non ideologia ma evidenze scientifiche”

 

Al di là degli annunci e degli scontri politici infatti – la riduzione del danno è portata avanti anche in territori nei quali amministra anche la Lega, tanto per dire – il tema è ben più profondo e radicato in una serie di evidenze scientifiche, e secondo Madrid a Bologna l'approccio avrebbe tra l'altro già fornito dei risultati positivi in una prima fase della sperimentazione: “Questi interventi – scrive per esempio su Quotidiano Sanità la Federazione degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze – si rivolgono esclusivamente ai consumatori a rischio e a chi ha già una dipendenza, a chi non si è ancora rivolto ai servizi di cura, persone quindi che vivono le situazioni più drammatiche e che molto spesso si trovano in condizioni di fragilità e disagio”.

 

In queste situazioni fornire materiali per il consumo – siano pipette o siringhe – costituisce “un elemento di prevenzione di gravi patologie” continua la Federazione “e di aggancio relazionale fiduciario di grande importanza, proprio nella prospettiva di realizzare una presa in carico della persona, di favorire il suo accesso al Serd, di scongiurare il peggio”. Altro che istigazione insomma.

 

“Non si incentiva l'utilizzo, si cerca di accompagnare la persona verso i servizi”

 

Tra gli addetti ai lavori il valore di interventi simili è noto da anni: come spiega infatti a il Dolomiti la direttrice dell'Unità operativa dipendenze dell'Apss, Ermelinda Levari, la distribuzione controllata di materiale di profilassi può rappresentare il primo passo verso un percorso con i servizi per le persone che vivono i casi più gravi di tossicodipendenza.

 

“Ciò che si sta portando avanti a Bologna – dice – avviene già in altre città italiane e non solo. Anzi, all'estero interventi di questo tipo si attuano da più tempo. La parola d'ordine è 'riduzione del danno', una tipologia di attività che tra l'altro da diversi anni rientra nei Lea (i Livelli essenziali di assistenza) per quanto riguarda la gestione delle tossicodipendenze”.

 

I centri per il consumo 'sicuro' in Canada

 

Non necessariamente le attività riguardano solo la distribuzione di pipette, come nel caso di Bologna, o di aghi sterili: in Canada per esempio sono da tempo attivi dei centri di consumo controllati, luoghi nei quali i tossicodipendenti possono consumare in sicurezza le sostanze in presenza di uno staff appositamente preparato. Oltre a prevenire possibili overdose e a ridurre la diffusione di malattie – Hiv in primis – i centri offrono tutta una serie di servizi, dal controllo della sostanza stessa all'accesso al trattamento delle dipendenze.

 

L'idea di fondo rimane ovviamente la stessa: ridurre al minimo i possibili danni collaterali e facilitare un avvicinamento a professionisti formati nella gestione delle tossicodipendenze.

 

“Parlare di 'vizio' per i tossicodipendenti è riduttivo: i circuiti cerebrali vengono letteralmente modificati”

 

“Molti – continua Levari – pensano che per un tossicodipendente la strada per uscire dalla propria condizione, una volta fatto il primo passo per avvicinarsi ai servizi di gestione, sia tutto sommato diretta. Ma la realtà è diversa: ci sono meccanismi di base che rendono difficile uscire dal tunnel. Le sostanze agiscono a livello neuro-biologico e man mano che il loro utilizzo aumenta vanno a modificare i meccanismi di funzionamento del cervello, rendendo indispensabile il consumo. Accade per ogni sostanza, dall'alcool all'eroina, ma anche per il gioco d'azzardo. Parlare di 'vizio' e di tossicodipendenti come 'viziosi' è riduttivo: i circuiti cerebrali vengono letteralmente modificati”.

 

Proprio per questo il paradigma, parlando di tossicodipendenza, deve passare dalla criminalizzazione alla presa di coscienza della patologia che sottende l'uso di sostanze.

 

“In questo contesto – continua Levari – la riduzione del danno, in questo caso la consegna di pipette, favorisce il contatto tra un persona tossicodipendente e gli operatori, formati proprio per cercare giorno dopo giorno di accompagnare gli utenti verso uno stile di vita differente. Attualmente siamo in fase di valutazione per l'eventuale opportunità di introdurre servizi del genere anche in Trentino”.

 

“La priorità dev'essere la presenza di operatori formati, altrimenti si rischia di peggiorare le cose”

 

Come precisa però la direttrice dell'Associazione famiglie tossicodipendenti, Paola Meina, al di là delle modalità attuative la priorità deve rimanere la stessa: “Fornire un punto d'incontro con operatori che siano in grado di ascoltare e di indicare un percorso di accompagnamento ai servizi”.

 

La distribuzione di pipette o siringhe va insomma incardinata nell'ottica dei cosiddetti drop-in, strutture a bassa soglia pensate proprio per fornire un primo punto di accoglienza e di contatto con il sistema di aiuto e sostegno presente sul territorio.

 

“In caso contrario – continua – si agisce a livello di prevenzione per ridurre la circolazione delle malattie legate alla tossicodipendenza, ma non si agisce sulla tossicodipendenza stessa. I giovani in particolare sono ostaggi di un mondo dello spaccio che vuole guadagnare sulla loro pelle: è un dovere della società aiutarli a uscire da questo tunnel. E certamente possiamo farlo anche tramite una siringa o una pipetta sterile, ma quello rimane solo uno degli aspetti”.

 

Anche per Meina però bisogna innanzitutto lavorare per un cambio di mentalità sulla natura stessa del problema.

 

“Il tossicodipendente in Italia è spesso criminalizzato, in particolare in Trentino – conclude –. Lo stigma è enorme, ma parliamo di una malattia con ricadute sociali pesantissime. Spesso i ragazzi che cercano di uscirne si sentono dire che non sono abbastanza motivati, talvolta anche dalle istituzioni. La scienza però ci insegna che le sostanze agiscono proprio sui centri motivazionali: in altre parole è come prendersela con uno zoppo perché zoppica”.

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