Pochi infermieri, in regione si corre ai ripari: al via un progetto per reclutarli dal sud America: “Dobbiamo essere trasparenti se vogliamo che restino”
Partirà a settembre la fase operativa di un progetto pilota della Regione per l’inserimento di studenti e infermieri nel territorio dell’Ulss 1 Dolomiti. Si punta in particolare su accordi con le università di Argentina e Brasile, in virtù dei già forti legami presenti grazie alla storica migrazione veneta nell’America latina

BELLUNO. “La carenza di professionisti sanitari è legata anche alla necessità di restituire loro dignità sociale ed economica. In un sistema sanitario universalistico quale il nostro è inaccettabile che si possa prendere a ceffoni un infermiere o un medico in pronto soccorso: il rispetto che la società deve loro è quindi un segnale importante per ridare dignità a professioni che altrimenti non hanno più attrattività tra i giovani”.
Così l’assessore veneto alla sanità Gino Gerosa commenta il progetto pilota avviato per reclutare, integrare e formare personale infermieristico proveniente dall'estero nel territorio dell'Ulss 1 Dolomiti, cercando di tamponare una mancanza di infermieri divenuta ormai strutturale. Nella mattina di lunedì 3 agosto, infatti, i rappresentanti degli enti coinvolti (in particolare Regione Veneto, Provincia di Belluno, Comuni di Belluno e Feltre, Associazione Bellunesi nel mondo - Abm -, Ordine delle professioni infermieristiche, Ater e Università di Padova) hanno saldato una collaborazione per favorire la formazione professionale e la permanenza nel Bellunese di studenti e lavoratori provenienti da Argentina e sud del Brasile, territori verso i quali la migrazione veneta è sempre stata forte.
Mentre infatti il governo stringe accordi con Nuova Delhi per l'arrivo di infermieri indiani negli ospedali italiani, il Veneto ha deciso di procedere anche verso tali Paesi proprio in virtù dei legami già presenti. Al momento sono stati avviati i primi contatti diplomatici, mentre a settembre entrerà nel vivo la fase operativa con la definizione di un pacchetto di accoglienza da diffondere nelle comunità americane tramite le reti di Abm e Unipd.
Molti i nodi da affrontare, come il tema casa (è in definizione un percorso di social housing per mettere a disposizione strutture abitative Ater), le certificazioni linguistiche (è richiesto un B2 di italiano, per il quale si pensa a corsi dedicati), la tipologia di assunzione (inizialmente a tempo determinato fino al 31 dicembre 2029 alle stesse condizioni degli infermieri italiani), l’acquisizione del visto lavorativo, nonché l’inserimento degli infermieri e delle loro famiglie nel contesto sociale locale.

La previsione dei primi arrivi, ipoteticamente alcune decine, è per la seconda metà del 2027. “Definiremo con l’Ulss - spiega Claudio Costa, direttore risorse umane del servizio sanitario regionale - un primo fabbisogno per testare il progetto. Due le strade: una più rapida di reclutamento di infermieri già formati, mentre l’altra prevede l’apertura di canali con l’Università di Padova affinché studenti esteri possano fare qui il terzo anno oppure le matricole possano iscriversi già dal primo. Qui le tempistiche sono più lunghe, ma è la strada che porterebbe un maggiore radicamento sul lungo termine”.
Negli ultimi due anni, infatti, il Veneto ha perso quasi 500 infermieri su una popolazione di 25 mila, ma a preoccupare è soprattutto il calo delle iscrizioni al corso di laurea. “A livello italiano - prosegue - il numero di domande per posti a disposizione è stato di uno a uno, ma nella maggior parte degli atenei del nord siamo a circa 0.7. In Veneto, nell'ultimo anno accademico abbiamo coperto il 79% dei posti disponibili e questo determina anche una non selezione in ingresso e tassi di successo più bassi: su 100 iscritti, mediamente solo 70 arrivano alla laurea (contro il 95% per medicina)”.
Lo stipendio sarà però allettante? “In rapporto al costo della vita - risponde Costa - quello italiano è superiore a quello argentino e brasiliano, ma la differenza non è tale da essere da sola uno stimolo a venire qui. Puntiamo quindi molto sull’elemento culturale e sulla propensione dei giovani sudamericani a fare un’esperienza professionale in Europa e in Italia, specie per chi discende da immigrati. Inoltre gli stipendi italiani non sono alti rispetto a quelli europei e, siccome la carenza di personale è diffusa e la competizione alta, lo sforzo andrà anche in tale direzione”.
Non si è invece ancora discusso di un tempo minimo obbligatorio di permanenza di queste figure sul territorio, per evitare che, una volta formati, se ne vadano altrove. “Va valutato - conclude - ma l’importante è soprattutto non deludere le aspettative di chi è disposto a venire qui. Dobbiamo cioè essere trasparenti su condizioni lavorative, facilitazioni per gli alloggi e sul contesto socio-economico che troveranno. Altre esperienze internazionali ci insegnano che, se manca la qualità di vita, i professionisti tornano nel loro Paese o vanno altrove: dobbiamo quindi fare in modo che restino il più possibile e, nello stesso tempo, mantenere nei nostri infermieri la percezione che non si creeranno privilegi”.














