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Trento
26 giugno | 20:11

"Porno online, crescente consumo tra i giovani" la psicoterapeuta Bommassar: "Video stereotipati e ipermascolinità, danni all'autostima e rischio ansia e depressione"

L'età media del primo accesso a contenuti pornografici sul web è 11 anni, e 9 giovani su 10 tra gli 8 e i 16 anni  hanno già avuto accesso a contenuti espliciti. Ma quali sono le conseguenze di ciò su giovani e giovanissimi? A rispondere è la psicoterapeuta Roberta Bommassar

TRENTO. Ha creato molto dibattito, nelle scorse settimane in Francia, la scelta del gruppo Aylo – che controlla tre noti siti di contenuti pornografici – di auto oscurare i tre portali per "protesta" nei confronti del decreto governativo che prevedeva la verifica obbligatoria dell'età da parte degli utenti. Ora la questione è in parte rientrata, dal momento che il tribunale amministrativo di Parigi ha sospeso temporaneamente il decreto che imponeva ai siti la verifica dell'età al fine di impedire ai minorenni di accedervi.

 

E in Italia? Il tema è sempre lo stesso e Agcom, l'autorità garante delle comunicazioni, ha approvato – in attuazione del decreto legge "Caivano" del 2023 – delle nuove regole a cui i siti dovranno attenersi entro sei mesi per controllare l'età degli utenti, qualora i portali ospitino contenuti per adulti. In sintesi la verifica dell'età dovrà avvenire basandosi su un modello di "doppio anonimato" volto a bilanciare la necessità di proteggere i minori (i fornitori dei servizi non avranno accesso ai dati personali degli utenti) e tutelare la privacy degli adulti.

 

Ma al di là dei "tecnicismi" sulla modalità di verifica dell'età, vale la pena addentrarsi negli anfratti della questione, cercando di capire il senso dell'introdurre uno "sbarramento" volto ad impedire ai minorenni di poter fruire liberamente di contenuti pornografici sul web. In sintesi, la domanda da porsi è questa: quali effetti ha sui giovani (e giovanissimi) il fatto di entrare in contatto senza censure con i contenuti espliciti presenti online?

 

Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Roberta Bommassar – già presidente dell’Ordine degli Psicologi della Provincia di Trento, nonché referente del Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza per il Consiglio Nazionale dell’Ordine – che, prima di approfondire i tratti della questione, fornisce alcuni numeri sul fenomeno, basandosi su alcune recenti ricerche.

 

In modo sintetico, spiega, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un crescente consumo di pornografia e alla diminuzione dell'età dei fruitori: numeri alla mano, l'età media del primo accesso a contenuti pornografici sul web è 11 anni, e 9 giovani su 10, tra gli 8 e i 16 anni, hanno già avuto accesso a contenuti espliciti. "Un ulteriore aspetto che emerge dagli studi – specifica – è che la stessa percentuale di giovani, nella medesima fascia d'età, è entrato in contatto con la pornografia online in modo non intenzionale mentre si trovava su internet per altri motivi".

 

Compreso che la fruizione di determinati contenuti è ampiamente diffusa, Roberta Bommassar spiega come la conseguenza, il principale "effetto", di questa situazione nei ragazzi e nelle ragazze sia innanzitutto un attacco al processo di costruzione della propria autostima, dal momento che la pornografia "favorisce un'ipersessualizzazione delle relazioni" anche quando questo normalmente non dovrebbe accadere. 

 

"Questo porta al sorgere di disagi quali ansia da prestazione, insoddisfazione sessuale e minor accettazione del proprio aspetto fisico – specifica la psicoterapeuta – perché nella stragrande maggioranza dei contenuti espliciti vengono proposti modelli irraggiungibili nella vita reale e la tendenza è un’inevitabile confronto, commisurandosi con questi standard, che non può che essere perdente. Sentirsi inadeguati e quindi insicuri porta al rischio che ad insorgere siano anche emozioni negative come angoscia, rabbia, paura o tristezza che possono sfociare nei casi più gravi in ansia e depressione".

 

Ma non solo. "Come anticipato, un altro importante attore – spiega Bommassar –  riguarda la tendenza ad ipersessualizzare le relazioni, inibendo la dimensione affettiva dei rapporti, con la conseguenza di creare relazioni con i coetanei spesso portatrici di equivoci, incomprensioni ed infine rifiuti che aggravano il senso di disvalore e disistima".

 

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione è il fatto che la pornografia tradizionale è caratterizzata da una marcata ipermascolinità, con l'uomo presentato come figura dominante rispetto alla donna sottomessa e che gode di questa sottomissione, il che veicola un modello di sessualità predatoria, che non ha bisogno di chiedere il consenso dell’altra. "Appare ovvio che la donna nella pornografia rischia di essere invece costantemente oggettivizzata – viene sottolineato – e nella realtà questo, naturalmente, non è un modello che dovrebbe realizzarsi. Se da un lato, guardando ai soggetti di sesso maschile, il rischio è che questo venga interiorizzato, per quanto riguarda le ragazze può concretizzarsi in un senso di inadeguatezza se non si assecondano determinati modelli".

 

Il pensiero viene poi affinato: ad essere sottolineato è come negli adulti approcciarsi al vivere una sessualità definita spinta non porti necessariamente a conseguenze negative, proprio alla luce di una maggiore consapevolezza, mentre nei giovani il rischio è quasi quello di un disorientamento, "proprio perché c'è un contrasto con quei valori, in primis il rispetto, che sono considerati giusti e da promuovere nella società civile".

 

Ma se fino a questo punto abbiamo parlato di ragazzi e ragazze in fase adolescenziale, vale la pena soffermarsi sulle conseguenze che possono avere i bambini se dovessero venire in contatto con contenuti pornografici accidentalmente, cosa che stando ai numeri sopracitati avviene non raramente.

 

"La reazione di un bambino nei confronti di certi contenuti è tendenzialmente di spavento e refrattarietà – spiega Roberta Bommassar – che sfociano anche in sensazioni di puro disagio di fronte a scene particolarmente violente".

 

Il rischio più grosso a livello psicologico? "Che l'accesso alla sessualità non avvenga serenamente: prima dell'avvento di internet questo si concretizzava prima attraverso sensazioni naturali che sfociavano poi in esperienze fisiche soggettive, ora il rischio è che gli stimoli esterni, che arrivano spesso in modo confuso, possano causare dei traumi, che sono per definizione esperienze non elaborabili. Mettere un filtro è quindi sicuramente la strada giusta per evitare certe conseguenze".

 

Lanciando una provocazione, chiediamo a Roberta Bomassar se quest'inversione di paradigma nella scoperta della sessualità a cui stiamo assistendo possa contemplare anche qualche aspetto positivo. "Sono convinta che non bisogni demonizzare la possibilità di accedere a determinati siti con materiale a carattere sessuale – spiega – però il problema è legato ai contenuti che, in quanto veicoli di stereotipi, possono portare, come spiegavo poc'anzi, a conseguenze psicopatologiche".

 

Un'ultima battuta la psicologa e psicoterapeuta la dedica all'importanza dell'educazione sessuale, nella quale il sistema scolastico dovrebbe giocare un ruolo chiave.

 

"Parlando di questo tema non credo che la soluzione migliore sia agire esclusivamente sulle individualità – chiosa Roberta Bommassar – ma è fondamentale investire sull'educazione alla sessualità dei giovani, che deve partire in primis dal mondo scolastico, quello dove vengono sperimentate le prime dinamiche di interazione sociale. La soluzione migliore sarebbero percorsi specifici e continuativi, strutturati attraverso programmi definiti e momenti di confronto con professionisti in grado di accompagnare i giovani nella scoperta del significato profondo della sessualità. Tornando al web, è poi fondamentale sensibilizzare in genitori sul fatto che i loro figli possono entrare in contatto con determinati contenuti, e sulle possibili conseguenze di cui abbiamo ampiamente parlato".

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