“Aiuto a raccontare se stessi e aiutare gli altri”: un laboratorio di storytelling per adolescenti con Caro, la mano bionica diventata progetto educativo
In arrivo a Longarone Fiere, promosso da FabLab Cadore e Centro consorzi con il sostegno di Fondazione Cariverona, una mattinata dedicata allo storytelling per ragazzi. Il laboratorio vedrà protagonisti la formatrice Fabia Timaco e CaroFaCose, la mano bionica diventata un progetto educativo per aiutare le persone a raccontare se stesse e aiutare gli altri a farlo.In arrivo a Longarone Fiere, promosso da FabLab Cadore e Centro consorzi con il sostegno di Fondazione Cariverona, una mattinata dedicata allo storytelling per ragazzi. Il laboratorio vedrà protagonisti la formatrice Fabia Timaco e CaroFaCose, la mano bionica diventata un progetto educativo per aiutare le persone a raccontare se stesse e aiutare gli altri a farlo

LONGARONE. Un laboratorio di storytelling per ragazze e ragazzi, pensato per aiutarli a superare la paura di esprimersi e favorire inclusione, costruzione di legami e sviluppo del pensiero narrativo: è in arrivo a Longarone, promosso da FabLab Cadore e Centro consorzi con il sostegno di Fondazione Cariverona.
Di cosa si tratta? Nella mattinata del 12 maggio, si terranno quattro workshop di storytelling totalmente gratuiti (qui per iscriversi) presso Longarone Fiere, tra le 10 e le 12. Protagonisti Fabia Timaco, storyteller e formatrice, e Caro. “Sono specializzata in comunicazione - spiega a Il Dolomiti Timaco - in particolare comunicazione della salute, e lavoro portando la narrazione al centro. Non la mia narrazione: sono sì nata senza un braccio, ma non ho mai voluto mettere al centro la mia disabilità o il ‘ti faccio vedere com’è la vita’. L’approccio che preferisco è più pragmatico, basato sul valore della narrazione della vita di ciascuno. Ognuno di noi infatti può raccontare e raccontarsi, senza che necessariamente ci si focalizzi sulla storia di quella che ce l’ha fatta, perché la vita non è così: ti mette davanti a prove ed esperienze diverse in momenti diversi, e tutto può e deve essere raccontato”.
L’idea quindi è portare i giovani del FabLab nel laboratorio di “CaroFaCose”, la mano bionica che ha fatto nascere nel 2021 il progetto educativo di Timaco. “Quando è emersa la possibilità di avere questa mano - racconta - ho dovuto imparare prima di tutto a conoscerla: non è stato facile infatti abituarsi di nuovo a fare tutto. Da lì ho iniziato, con un po’ di creatività e forse anche di pazzia, a darle un'identità. Il progetto è quindi nato per caso e il nome richiama l’idea stessa di racconto, che inizia spesso con ‘caro…’ rivolto alla persona cui si sta raccontando”.
Nel tempo Caro è diventato un cartoon con personalità ed emozioni: ma qual è la sua finalità educativa? “Con il laboratorio narrativo-creativo - risponde - uso il gioco (anche per gli adulti) come metodo di condivisione e riflessione, partendo da una domanda che può sembrare banale: ‘vuoi una mano?’. Solitamente la fanno a me, ma ora io la porto agli altri: si tratta di un modo di dire importante, perché spesso è difficile tanto chiedere aiuto quanto riceverlo. Questa mano diventa quindi un mediatore didattico che spinge ad aiutare, chiedere aiuto e raccontarsi”.

Il laboratorio di storytelling sarà diviso in quattro sessioni: la prima dedicata alla capacità di cambiare punto di vista e mettersi nei panni dell’altro; la seconda a imparare a riscrivere il finale trasformando, con l’aiuto reciproco, la trama; la terza a provare a narrare l’impatto di un’azione senza usare le parole e infine “diamoci una mano”, una parte nella quale i pensieri di ognuno confluiranno in un un manifesto corale.
“I laboratori sono solitamente divisi per età - spiega Timaco - ma aiutano comunque grandi e piccoli a raccontarsi attraverso le emozioni. Spiegando chi è Caro, come funziona, da dove viene, un semplice oggetto diventa un progetto che unisce creatività e tecnologia aiutando i partecipanti a coltivare l’empatia e lavorare insieme. Quello a Longarone sarà in particolare per adolescenti: un target impegnativo, ma anche con loro il gioco diventa un mezzo per tirare fuori se stessi nel rapporto con gli altri”.
In questo modo, bambini e ragazzi imparano inoltre a superare la paura di essere giudicati. “Attraverso il gioco - conclude - ho visto nascere forti rapporti di vicinanza, nei quali il racconto di ciascuno acquista importanza e ogni ragazzo si sente protagonista. Mi è capitato ad esempio un laboratorio 8-10 anni con una bimba di 6: pensavo fosse troppo piccola, invece tramite un gioco di memory ho modulato il laboratorio per renderla protagonista con gli altri. Con i giovani adulti, invece, la sfida è soprattutto intercettare i loro bisogni: il racconto può essere più diffidente e pensieroso, perciò vanno aiutati a potenziare le loro abilità accogliendone al contempo le fragilità. Hanno soprattutto paura di raccontarsi e ciò li porta a non esprimersi, invece un progetto di questo tipo dà il senso di aiutarsi a vicenda per riuscire a farlo”.












