"Alex Zanardi era un uomo superiore alla media. Con una stretta di mano ti trasferiva una forza unica. E quell'aneddoto...". Il ricordo di Marco Cavorso
Marco Cavorso, che nel 2010 perse il figlio 13enne Tommaso, giovane ciclista che rimase vittima di un tragico incidente stradale, ha conosciuto Alex Zanardi a Verona, nel 2017, in occasione dell'assemblea annuale dell'Associazione Corridori Ciclisti Professionisti. "L'intensità con cui mi strinse la mano nel momento in cui ci presentammo fu incredibile. Aveva una forza fisica pazzesca, anche le falangi erano muscolose, ma quel gesto mi trasmise anche altro, una scossa interiore pazzesca"

FIRENZE. "Alex era un uomo superiore alla media. E non mi riferisco solamente all'ambito sportivo, ma sto parlando dell'aspetto umano. Aveva una forza unica, incredibile, che riusciva a trasmetterti con una semplice stretta di mano. Era una persona incredibile, che aveva reagito alle difficoltà con l'ironia: quando parlava del suo incidente lo faceva con ironia, quasi buttandola in caciara".
Alex Zanardi se n'è andato sei anni dopo quel tragico 19 giugno 2020, quando l'ex pilota di Formula 1 e quattro volte campione olimpico di handbike fu vittima di un terribile incidente a Pienza durante una staffetta di beneficenza.
Da quel momento non si è più ripreso, sino all'addio, avvenuto il primo maggio: al suo fianco la moglie Daniela e il figlio Niccolò, che non l'hanno lasciato solo nemmeno un giorno.
Marco Cavorso, che nel 2010 perse il figlio 13enne Tommaso, giovane ciclista che fu vittima di un tragico incidente stradale, ha conosciuto Alex Zanardi a Verona, nel 2017, in occasione dell'assemblea annuale dell'Associazione Corridori Ciclisti Professionisti, durante la quale venne nominato ("con grande sorpresa da parte mia" ammette) delegato alla sicurezza, ruolo che mantiene tutt'oggi a nove anni di distanza.
Zanardi, contestualmente, venne insignito del titolo di "Ambasciatore della sicurezza".
"Ci siamo incontrati per la prima volta in quella circostanza - racconta Cavorso - e ci siamo scambiati i nostri libri. Io gli regalai "Tommy sapeva correre" e lui mi donò il suo "Volevo solo pedalare... ma sono inciampato in una seconda vita. E mi fece una dedica meravigliosa, incredibile: "Dopo tanta salita, c'è sempre un po' di discesa". Parlando abbiamo scoperto di avere qualcosa in comune: entrambi avevamo partecipato all'Iron Men. Io per scommessa con l'autore del libro dedicato a Tommaso, Paolo Alberati, con il quale ci eravamo detti: se "Tommy sapeva correre" andrà bene dobbiamo fare qualcosa di grande dedicandolo a mio figlio. E così è stato. Lui, invece, perché amava gareggiare e voleva ribadire che era ancora vivo e combattente. E' stato un esempio straordinario e una persona di una profondità e umanità uniche".
Durante quella sera a Verona i due parlarono a lungo e Zanardì raccontò a Cavorso un aneddoto che, ancora oggi, racconta perfettamente chi era l'ex pilota bolognese. E quali sono stati i suoi valori.
"E' vero - prosegue -, tutto vero. Mi raccontò di quella volta in cui si trovava in un centro dove confezionavano protesi e, mentre si trovava in sala d'aspetto, attaccò bottone con una signora che era seduta lì ad attendere il suo turno. Zanardi indossava già delle protesi e, avendo i pantaloni lunghi, queste non si notavano. Ebbene, la signora gli spiegò che lei era lì per una protesi alla falange di un dito: quando andava in spiaggia l'abbronzatura non era ovviamente uniforme e questa cosa la metteva a gran disagio. Contestualmente vide fuori dalla finestra un ragazzo giovane che piangeva reggendo un sacchettino in mano. Uscì e gli chiese perché stesse piangendo e, aprendo la confezione, questa persona gli spiegò, mostrandogli delle scarpine, che era venuto a ritirare le prime calzature che avrebbe indossato il suo bimbo. Ecco, l'aneddoto finisce qui, ma il messaggio che mi trasmesse era quello che c'è sempre qualcuno che sta peggio di te, i cui problemi sono più grandi di quelli che stai affrontando tu. E lui era esattamente così, affrontava tutto con un'ironia pazzesca".
Zanardi ha saputo fare bene, anzi benissimo, tutto quello in cui si era cimentato durante la sua vita: pilota di Formula 1, poi pilota nel campionato Cart. Dopo l'incidente del 2001 al Lausitzring, in Germania, in cui perse entrambe le gambe, si diede all'handbike, conquistando 6 medaglie olimpiche - quattro ori e due argenti - ai Giochi di Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016.
Nel 2010 debuttò anche come conduttore televisivo, conducendo il programma di divulgazione scientifica "E se domani", su scienza e nuove tecnologie, mentre dal 2012 al 2016 condusse "Sfide", una delle più belle e apprezzate trasmissioni sportive della Rai.
Oggi resta un grande vuoto, per chi l'ha ammirato, per chi dalla sua storia ha saputo trarre insegnamento e forza e per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
"Ricorderò per sempre la sua stretta di mano - conclude Cavorso -. Io sono un "pezzo d'uomo", grande e grosso, ma l'intensità con cui mi strinse la mano nel momento in cui ci presentammo fu incredibile. Aveva una forza fisica pazzesca, anche le falangi erano muscolose, ma quel gesto mi trasmise anche altro, una scossa interiore pazzesca. E' banale, forse, dire che ci mancherà tantissimo, ma è proprio così. Era un uomo superiore alla media in tutto".












