Belluno tra le città più care per i nido: 440 euro al mese contro i 102 di Bolzano e i 293 di media nazionale. Il Pd: ''Serve un cambio di rotta per affrontare la crisi demografica''
Secondo un recente studio Uil, Belluno si posiziona tra le città più care per le rette degli asili nido, anche con Isee di 15 mila euro - dove la quota è di 440 euro (contro i 293 di media nazionale). Il problema principale è che il nido è considerato servizio pubblico a domanda individuale, dando ai Comuni ampia discrezionalità nel definire le tariffe

BELLUNO. “In Italia il nido è ancora considerato una ‘scelta’ individuale e non un presidio educativo universale”. È netto il giudizio di Davide Noro, segretario del Pd Città di Belluno, rispetto ai dati pubblicati da Uil dai quali risulta che Belluno è tra le città più care in tema di rette per gli asili nido.
Lo studio sui servizi educativi alla prima infanzia è stato pubblicato dal sindacato per mostrare i divari territoriali sul tema. “L’analisi - si legge nel report - ha messo a confronto le rette mensili dei nidi applicate dai Comuni ai nuclei familiari con un Isee pari a 15 mila euro e i risultati sono eloquenti. A Bolzano la retta mensile è 102 euro, a Bologna 115 euro, a Trento si sale a 180 ad Aosta 425 euro e a Belluno 440 euro. A Mantova, invece, il servizio risulta gratuito. In sintesi, a fronte della stessa condizione reddituale, le rette oscillano da zero a oltre 400 euro per lo stesso servizio di base”.
Forti disparità, dunque, che già qualche mese fa erano emerse durante un incontro promosso dal Pd provinciale. Proponendo come esempio i modelli gratuiti adottati in Toscana, Emilia Romagna e a Vicenza, il partito denunciava in particolare la scarsità di posti nido in provincia, dei quali la maggioranza sono privati (qui l’analisi). Ora, a fronte dei nuovi dati, il tema torna alla ribalta.
“Da un recente studio Uil - scrive Noro - emerge che il nostro capoluogo è tra le città più care d’Italia per le rette degli asili nido. Con una tariffa che, per un Isee di 15 mila euro, si attesta sui 440 euro mensili, superiamo di gran lunga la media nazionale (293 euro) e ci scontriamo con realtà dove il servizio è gratuito o quasi. Ma il problema non è solo economico, è di visione”. Anche la stessa Uil, infatti, denuncia come i nidi siano ancora classificati erroneamente come servizi pubblici a domanda individuale. Questo attribuisce ai Comuni ampia discrezionalità nella definizione delle tariffe, nonostante il riconoscimento dei nidi come parte integrante del sistema educativo nazionale.
“Mentre la denatalità corre - denuncia Noro - il centrodestra nega il congedo paritario per i papà e dimezza la programmazione Pnrr sui posti nido. A livello locale, la situazione è particolarmente critica: a Cavarzano ci sono 141 bambini in lista d’attesa per soli 32 posti. Eppure basterebbe investire in un educatore in più per aumentare, seppur di poco, la capienza”.
Pochi posti, quindi, e costosi. Andando a vedere nello specifico i dati per Belluno, con un Isee di 15 mila euro la retta è di 440 euro, più 113 euro per il servizio mensa (altro elemento di disparità secondo il sindacato, visto che in alcuni territori è incluso nella retta). Se poi l’Isee sale a 25 mila euro, la retta diventa di 477 euro e quella per la mensa di 122 euro.
Che fare? Secondo Uil, il Pnrr poteva rappresentare una svolta ma la revisione del 2023 ha ridotto il target (da 264.480 a 150.480 posti), diminuito la quota di fondi europei e spostato una parte significativa dei finanziamenti su risorse nazionali, introducendo instabilità nel quadro finanziario e nell’ammissibilità dei progetti. “I dati e le analisi – dichiara Santo Biondo, segretario confederale Uil - mostrano che i nidi, pur formalmente riconosciuti come parte del sistema educativo nazionale, nei fatti continuano a essere trattati come servizi a domanda individuale e, per questo, facoltativi e fortemente diseguali nell’accesso. Perciò lo Stato dovrebbe garantire fondi strutturali stabili e criteri vincolanti in grado di assicurare effettiva equità territoriale. Inoltre, bisogna costruire una trasparenza reale e accessibile sui costi, sulle scelte tariffarie e sulla qualità dell’offerta, e considerare i nidi al pari di altre infrastrutture sociali come scuola, sanità e trasporti”.
“Non è fantapolitica chiedere un cambio di rotta: Comuni come Vicenza o Regioni come la Toscana - conclude Noro - hanno dimostrato che la gratuità è una scelta possibile. Investire nell’infanzia significa prevenire il disagio sociale e garantire sicurezza vera, molto più dei presidi di polizia nei parchi. Belluno era conosciuta come la città dei bambini. Oggi, purtroppo, è diventata la città dove crescere un figlio rischia di essere un lusso”.












