Contro i sanitari 18mila aggressioni in un anno. E' allarme in Trentino con 572 operatori colpiti, soprattutto infermieri
Le aggressioni avvengono in particolare al Pronto Soccorso

TRENTO. Quasi 18mila aggressioni ai danni di 23mila operatori sanitari e sociosanitari.
Sono questi i dati allarmanti che emergono dalla Relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, pubblicata sul sito del ministero della Salute.
Segnalazioni che sono in leggero calo rispetto al 2024, quando erano state contante 18.392 aggressioni, mentre aumenta il numero degli aggrediti che passa da circa 22mila a oltre 23mila.
Gli episodi registrati in Trentino sono stati 250, 193 in Alto Adige.
Ma se in Provincia di Bolzano gli operatori colpiti sono 197, in provincia di Trento sono addirittura 572, di cui 277 infermieri e 73 medici.
Gli aggressori nella maggioranza dei casi sono i pazienti (201), poi i parenti (46).
Numeri allarmanti, che, come, come dichiarato il Ministro della Salute, Orazio Schillaci "sono un fenomeno inaccettabile".
Per questo, aggiunge il Ministro "siamo intervenuti con fermezza. Abbiamo inasprito le pene per gli aggressori, fino all’arresto in flagranza differita, e lavoriamo costantemente per rafforzare le misure di prevenzione della violenza contro il personale e la sicurezza nelle strutture sanitarie. Proteggere gli operatori sanitari e socio-sanitari non è solo un dovere ma la garanzia per i cittadini di avere cure di qualità e più sicure”.
Gli aggressori sono principalmente i pazienti, seguiti da familiari o caregiver. Come già rilevato nel 2024, prevalgono nettamente le aggressioni verbali (69%), rispetto a quelle fisiche (25%) e a quelle contro la proprietà (6%).
Le donne risultano le più colpite, con percentuali superiori al 60% nella maggior parte delle regioni.
Le categorie professionali maggiormente interessate sono gli infermieri (55%), seguiti da medici (16%) e operatori socio-sanitari (11%).
Un ulteriore 12% delle segnalazioni riguarda altre figure, tra cui personale non sanitario, operatori di front office (3%), vigilanti, soccorritori e altri addetti ai servizi (9%).
La maggior parte degli episodi si verifica in ambito ospedaliero, in particolare nei Pronto Soccorso, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e nelle aree di degenza.
Restano invece sostanzialmente stabili le segnalazioni negli istituti penitenziari (428 nel 2025 contro 433 nel 2024).
Nell’ottica di rafforzare la sicurezza nei luoghi di cura, il Ministero della Salute ha aggiornato la Raccomandazione ministeriale n. 8 sulla prevenzione degli atti di violenza contro gli operatori sanitari e sociosanitari.
Il nuovo documento amplia il campo di applicazione includendo, oltre al personale sanitario e socio-sanitario, anche tutti gli operatori coinvolti nelle attività di assistenza e in quelle ausiliarie alla cura e nei servizi di supporto, come il personale di front office e dei CUP.
La Raccomandazione prevede inoltre azioni per rafforzare la cultura della segnalazione degli episodi di violenza e per analizzare i contesti lavorativi al fine di individuare fattori di rischio e situazioni di vulnerabilità, indicando al contempo misure organizzative e preventive per le strutture sanitarie.
Tra queste rientrano il supporto psicologico ai dipendenti vittime di aggressione e l’organizzazione di attività formative per sensibilizzare il personale sull’importanza di segnalare gli episodi di violenza.
Il documento richiama inoltre le recenti norme che prevedono la possibile istituzione di presidi di polizia nelle strutture sanitarie dotate di reparti di emergenza-urgenza, favorendo anche il coordinamento con le Forze dell’ordine per individuare strategie efficaci di prevenzione.
Per ridurre i fattori di rischio, viene inoltre raccomandata - laddove possibile - l’installazione di sistemi di sicurezza come pulsanti antipanico o allarmi portatili nelle aree più esposte, impianti di videosorveglianza attivi 24 ore su 24 nel rispetto della privacy, metal detector fissi o portatili e, nei casi più critici, l’utilizzo di dispositivi audio-video o body-cam per il personale maggiormente esposto.












