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Trento
27 ottobre | 09:15

Costretti a dare fino a 12mila euro per un lavoro regolare, poi paghe da fame e turni massacranti nei campi: così oltre 100 braccianti sono finiti nel caporalato

L’analisi di oltre 8.500 chat rinvenute sul telefono dell’indagato e della documentazione acquisita nelle aziende agricole, oltre alle testimonianze delle parti offese, ha permesso di ricostruire le condizioni di impiego di oltre 100 braccianti agricoli, tutti stranieri, in concreto stato d’indigenza e di necessità: le vittime svolgevano giornate lavorative di durata superiore a quella dichiarata, in assenza di contratto di lavoro, e venivano pagate con compensi inferiori a quelli spettanti

Costretti a dare fino a 12mila euro per un lavoro regolare, poi paghe da fame e turni massacranti nei campi

TRENTO. Hanno usato le procedure di ingresso previste dal cosiddetto “decreto flussi” per mettere in piedi un sistema di sfruttamento di lavoratori stranieri. 

E' quello che hanno portato a galla i finanzieri del Comando Provinciale di Trento che proprio in queste ore stanno eseguendo un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, per un valore complessivo di 384.551 euro, nei confronti di un imprenditore di nazionalità straniera attivo nel settore della ristorazione, indiziato di aver sviluppato questo articolato sistema in concorso con alcuni imprenditori del settore agricolo della Val di Non.

 

E' stato scoperto che l'imprenditore, tra il 2020 e il 2025, aveva preteso da connazionali, per favorirne l’ingresso in Italia, somme comprese tra 10 mila e 12 mila euro, e ulteriori importi, quantificati tra 4 mila e 6 mila euro,  prospettando la regolarizzazione della posizione lavorativa tramite la conversione del contratto di lavoro da stagionale a subordinato.

 


I giovani connazionali, futuri braccianti, venivano reclutati direttamente nel paese di provenienza e una volta corrisposte le somme di denaro illecitamente richieste giungevano sul territorio nazionale, per essere impiegati principalmente in aziende agricole in Val di Non e in alcuni casi anche in ristoranti, direttamente o indirettamente riconducibili all’indagato, tutti in condizioni retributive e lavorative non conformi a quelle previste dal contratto collettivo nazionale.

 

 

L’analisi di oltre 8.500 chat rinvenute sul telefono dell’indagato e della documentazione acquisita nelle aziende agricole, oltre alle dichiarazioni testimoniali delle parti offese, ha permesso di ricostruire le condizioni di impiego di oltre 100 braccianti agricoli, tutti stranieri, in concreto stato d’indigenza e di necessità: le vittime svolgevano giornate lavorative di durata superiore a quella dichiarata, in assenza di contratto di lavoro, e venivano pagate con compensi inferiori a quelli spettanti.

 

L’indagato ha inoltre provveduto, nella maggior parte dei casi, a regolare ogni aspetto della vita dei migranti, con la sistemazione in immobili di sua proprietà, approfittando della loro necessità alloggiativa al punto di ospitarli, previo compenso, in ambienti affollati e fatiscenti.

 

Al “caporale” di origine straniera, all’esito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Trento, sono state contestate condotte di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, nonché di estorsione e di autoriciclaggio. Gli approfondimenti economico-patrimoniali hanno consentito di quantificare in 384.551 euro il presunto profitto illecito riconducibile all’attività di intermediazione.

 

Secondo la ricostruzione investigativa, parte delle disponibilità economiche sarebbe stata impiegata per l’acquisto di beni immobili, mezzi di trasporto e per l’acquisizione e/o gestione di attività di ristorazione, anche attraverso intestazioni a familiari o altre persone.

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