Crisi del latte, l’allevatore: “Situazione precipitata a novembre, sicuramente c'è qualche speculazione. I privati vendono a prezzi con cui è difficile competere”
In Consiglio veneto è stata approvata una mozione per tutelare gli allevatori di fronte al crollo della quotazione del latte spot. Diverse le proposte avanzate, da accordi con la Gdo a indagini contro le speculazioni: cosa ne pensano gli allevatori? Il Dolomiti ha intervistato Ennio Rosset, titolare di un’azienda agricola nella Valbelluna, che ci spiega come il sistema di cooperazione dentro Lattebusche sia una forma di tutela

BORGO VALBELLUNA. Come tutelare gli allevatori locali di fronte a quelli che Confagricoltura Fvg ha recentemente definito “i segnali inequivocabili di una crisi profonda” del mercato lattiero-caseario europeo? Un tema finito anche in Consiglio regionale veneto: siamo perciò andati a chiedere com’è la situazione direttamente a un allevatore bellunese.
“Sono mesi - ha spiegato la consigliera regionale Sonia Brescacin (Gruppo misto) - che gli allevatori vivono una situazione preoccupante: la quotazione del latte spot che ha registrato un crollo verticale, che comporta una diminuzione del prezzo del latte alla stalla a un valore molto inferiore ai costi di produzione sostenuti”. La mozione, presentata il 10 febbraio, è stata accolta all’unanimità: tra le proposte avanzate, ci sono l’istituzione di un tavolo con produttori, industrie e grande distribuzione (Gdo) per stabilire un prezzo minimo alla stalla e clausole di salvaguardia, sollecitazioni al governo per un fondo nazionale di emergenza, un’indagine contro le speculazioni, la creazione di un contributo specifico per allevatori di montagna (bonus zona eroica) e la promozione dei prodotti veneti incentivando la Gdo a riservare scaffali appositi.
Cosa ne pensano i diretti interessati? “La situazione - spiega a Il Dolomiti Ennio Rosset, titolare di un’azienda agricola a Borgo Valbelluna - è precipitata verso novembre. Probabilmente non mancano le speculazioni: il problema, dicono, è che c’è troppo latte sul mercato e di conseguenza, senza un’adeguata domanda, l’offerta crolla e con essa il prezzo del latte”.
Rosset è tra i soci che conferiscono a Lattebusche. Secondo l’assessore Dario Bond, il sistema corporativistico (come Lattebusche, latte Soligo, Latterie Vicentine) permette di attutire la crisi. “Pur essendoci maggiori sacrifici nel produrre - ha sottolineato - la montagna è protetta dal sistema cooperativistico, che aiuta a stabilizzare il prezzo perché fa un prodotto lattiero-caseario con certo valore aggiunto del cui beneficio l’allevatore prende una parte importante. In Lombardia, invece, la crisi si sente di più perché tale sistema non esiste, mentre in Veneto raggruppa circa il 50% del prodotto”.
“Per noi soci - commenta Rosset - le quote latte vere e proprie non ci sono più, ma si è mantenuto quello che si chiama ‘riferimento produttivo’, cioè la quota latte è stata trasformata in una quota di riferimento all’interno di Lattebusche. Puoi sforare solo di circa 500 quintali senza andare in penalità, poi paghi”. In pratica ogni allevatore può conferire un massimo di quintali di latte: oltre, se lo stabilimento ne ha già troppo da lavorare, ha una penalità. Eventualmente, può comprare i quintali di un altro socio che cessa l’attività: l’importante è che, alla fine, le quantità totali conferite rimangano le stesse. Insomma, che lo stabilimento non si ritrovi con latte in eccedenza.
“Si tratta di una penalità minima - prosegue - e secondo me troppo bassa, perché tutela il lavoro di tutti. Inoltre, generalmente ad avere latte in eccedenza non è il piccolo produttore di montagna, che al massimo aumenta di 10 vacche: in pianura, invece, in un paio di mesi arrivano anche a 200 capi in più. Questo per tanti motivi, dalle maggiori difficoltà che abbiamo qui per costruire, trovare foraggio o smaltire i liquami, ai costi maggiori di mantenimento di una struttura. Perciò il riferimento produttivo deve rimanere, tanto che altre realtà stanno cercando di adottarlo”.
Quindi la cooperazione nel settore aiuta? “Certamente. Il problema - risponde - è la competizione con i privati, che sono i primi ad aumentare quando il latte aumenta e i primi a scendere quando cala. Tuttavia loro non devono garantire di ritirare tutto il latte ai soci oppure possono farlo a prezzo spot, cosa per l’allevatore insostenibile se non per un paio di mesi, altrimenti non rientra dei costi”.
A quel punto bisogna capire dove finisce il formaggio venduto dai privati a prezzi inferiori, chiaramente più allettanti per la grande distribuzione. Potrebbe servire, come emerso nella mozione regionale, un accordo con la Gdo per scaffali riservati ai prodotti veneti? “Senza dubbio, anche perché il latte degli allevatori veneti è sicuramente di alta qualità. Non posso dire - conclude Rosset - se quello proveniente da Francia o Germania subisca controlli rigorosi, ma fatico a capire come possano quegli allevatori sopravvivere vendendo a quei prezzi. In ogni caso, riservare un canale di vendita ‘privilegiato’ ai prodotti locali sarebbe un incentivo per il consumatore”.












