''Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda'', le dichiarazioni shock degli infermieri sulla morte del piccolo Domenico
Nel frattempo il team di Innsbruck avrebbe confermato importanti criticità emerse già in fase di espianto dell'organo

BOLZANO/NAPOLO. L'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo deceduto dopo due mesi di agonia in seguito a un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, si arricchisce di nuovi dettagli tecnici e testimonianze che delineano un clima di altissima tensione sin dalle fasi del prelievo dell’organo a Bolzano.
L'ultima novità, che va ad aggravare un quadro quasi assurdo, è che i sanitari di Napoli, una volta viste le condizioni dell'organo, ormai "bruciato", avrebbero tentato di scongelarlo mettendolo sotto l'acqua.
E questo sarebbe uno degli ultimi errori tragici e quasi incomprensibili, che hanno portato, alla fine, alla morte del piccolo.
Secondo quanto emerso dalla relazione inviata al Ministero della Salute dal direttore del dipartimento Prevenzione sanitaria della Provincia, Michael Mayr, già durante l'intervento di espianto si sarebbero verificate significative criticità a carico dell’equipe napoletana, a partire da un drenaggio insufficiente che avrebbe causato una massiva congestione di altri organi, rendendo necessario un intervento correttivo d’emergenza da parte del team di Innsbruck, presente per il prelievo di altri tessuti.
I medici austriaci, sentiti dai carabinieri del Nas di Trento, avrebbero riferito di essersi accorti del rigonfiamento di fegato e cuore, intervenendo direttamente per evitare danni permanenti dopo aver chiesto spiegazioni ai colleghi di Napoli.
La relazione di Mayr evidenzia inoltre una dotazione tecnica incompleta del team campano, che avrebbe usufruito di sacche e contenitori forniti dai sanitari di Innsbruck e dalla sala operatoria di Bolzano, oltre a incertezze nella gestione dell’anticoagulazione e a un materiale refrigerante giudicato insufficiente.
Al centro del dibattito resta sempre il box per il trasporto, un modello di vecchia generazione privo di termometro, all’interno del quale il contenitore di plastica con il cuore è entrato in contatto con ghiaccio secco a -79 gradi, finendo per "bruciare" l'organo e trasformarlo in un unico blocco di ghiaccio.
Un danno irreparabile, scoperto dai sanitari dell'equipe napoletana solo una volta giunti al Monaldi.
Ma è a questo punto che, nel pomeriggio del 23 dicembre, i sanitari avrebbero tentato disperatamente di scongelare l’organo con acqua fredda, tiepida e infine calda. "Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda'', questa sarebbe la testimonianza negli atti degli inquirenti raccolta dai pm di tre infermieri presenti in sala operatoria all'arrivo del cuore da Bolzano. E successivamente, come deciso dal primario Guido Oppido hanno proceduto comunque con il trapianto, ritenendola l'unica opzione possibile per assenza di alternative.
Sulle responsabilità circa l’uso del ghiaccio secco è in corso un rimpallo tra le strutture: l’ospedale di Bolzano sostiene che il controllo del materiale e dell'intera operazione spettasse interamente al team di Napoli, mentre quest'ultimo sottolinea come l’uso di tale refrigerante sia stato determinante nel danneggiare l’organo.
In proposito, risulterebbe un confronto in sala operatoria dove, alla richiesta di integrare il ghiaccio, il personale di sala avrebbe chiesto se fosse necessario ghiaccio sterile o non sterile, ricevendo dall'equipe la risposta che la distinzione non era rilevante.
Mentre gli ispettori ministeriali proseguono i colloqui all’ospedale San Maurizio e l’assessore Hubert Messner attende l’esito degli accertamenti senza prendere posizione, la Procura di Napoli prosegue l’inchiesta per omicidio colposo. Il fascicolo, in mano ai pm Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, vede indagati come atto dovuto sei medici del Monaldi e la responsabile del programma regionale di trapianti pediatrici.
Le indagini riguardano anche le informazioni poco chiare fornite attraverso il Centro nazionale trapianti, incluse notizie poi smentite su un presunto espianto del cuore dovuto a disfunzione, e un follow-up tardivo da parte dell'ospedale napoletano.
In questo scenario si inseriscono le dimissioni di Giuseppe Limongelli, primario di malattie cardiovascolari rare, il quale ha chiarito tramite il proprio legale di aver lasciato l’incarico di responsabile della gestione pre-chirurgica perché tenuto all’oscuro delle fasi cruciali del trapianto e degli eventi successivi.
Il quadro probatorio si completerà con il conferimento dell'incarico per la perizia sui cellulari sequestrati e l'autopsia collegiale. Nel frattempo, prosegue il lavoro degli Ispettori del Ministero che, ance oggi, si trovano all'ospedale San Maurizio di Bolzano.












