"Sembrava un vecchio ciondolo di famiglia ma serviva a rendere l'acqua radioattiva (ed era stato lasciato nella stanza di una bimba di appena 1 anno): ecco di cosa si tratta"
A riportare la storia è l'Istituto superiore di sanità: "Una persona ci ha contattati dopo aver rinvenuto, proprio in casa, un vecchio cimelio di famiglia, simile a un ciondolo, conservato per anni e con cura per la sua indubbia bellezza e, improvvisamente, divenuto fonte di preoccupazione dopo aver notato un'incisione, sulla parte superiore, della parola 'radiogeno'

ROMA. Una scritta – radiogeno – rinvenuta su un vecchio ciondolo in metallo e la storia di “cimeli” risalenti a un'epoca in cui “la radioattività non faceva paura”. A parlarne, mentre si avvicina l'anniversario del più grave disastro nucleare della storia – quello di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986 e sul quale è stato realizzato un nuovo podcast sulla risposta alla tragedia in Italia – è l'Istituto superiore di sanità, i cui esperti mettono in chiaro come, ancora oggi, sia possibile rinvenire oggetti radioattivi tra le mura domestiche.
Reperti, dicono, di un periodo in cui non solo le radiazioni non facevano paura, ma nel quale venivano addirittura “considerate benefiche”. Questi oggetti, ricordano oggi gli esperti, vanno maneggiati con cautela e segnalati.
“Una persona – racconta Barbara Caccia, del Centro nazionale per la protezione dalle radiazioni e fisica computazionale – ci ha contattati dopo aver rinvenuto, proprio in casa, un vecchio cimelio di famiglia, simile a un ciondolo, conservato per anni e con cura per la sua indubbia bellezza e, improvvisamente, divenuto fonte di preoccupazione dopo aver notato un'incisione, sulla parte superiore, della parola 'radiogeno'”.
La proprietaria ha descritto alle autorità tutta la sua preoccupazione, dovuta al fatto che l'oggetto fosse stato conservato nella stanza dove una bambina di un anno aveva dormito per circa un mese. “La preoccupazione era comprensibile – continua Caccia – : un oggetto acquistato chissà quanti anni prima e a quale scopo, ritenuto per anni solo un ciondolo e improvvisamente evocativo, per via di quella incisione, dei timori che leghiamo alla radioattività e ai suoi possibili effetti sulla salute. La richiesta che ci veniva fatta era quella, più che comprensibile, di capire se conservare quell'oggetto, forse radioattivo, avesse potuto determinare un rischio significativo per tutti gli occupanti e, in particolare, per quella bambina che più a lungo di tutti gli altri era rimasta nelle sue vicinanze”.
Il marchio Biodoros, ricorda l'Iss, chiaramente leggibile accanto alla parola 'radiogeno' incisa sulla sommità dell'oggetto, è stato subito riconosciuto dal personale del Laboratorio delle Radiazioni dell'Iss: “Contraddistingueva – continuano – gli oggetti prodotto dalla 'S.A. Biodoros' di Milano tra gli anni '20 e '40 tra cui, il più comune, era il cosiddetto 'Emanatore Biodoros'. Si trattava di un contenitore (spesso in ceramica o metallo) che doveva essere riempito d'acqua e al cui interno doveva essere immersa per una notte una piccola quantità di radio, proprio quel 'ciondolo' rinvenuto casualmente. La mattina seguente, l'acqua arricchita di un gas radioattivo, il radon, prodotto dalla trasformazione del radio (cioè da quel fenomeno che tecnicamente chiamiamo 'decadimento') veniva bevuta come trattamento benefico contro varie malattie: dai reumatismi alla stitichezza, fino all'ipertensione”.
Tali trattamenti terapeutici, sottolineano dall'Iss, trovavano la loro giustificazione “nella cosiddetta ormesi da radiazioni: una teoria, proliferata in un contesto scientifico ancora incompleto e caratterizzato da una conoscenza limitata degli effetti delle radiazioni ionizzanti, secondo cui l'esposizione a bassi livelli di radiazioni, prodotte ad esempio dal radon disciolto in acqua, non risultava solamente non dannosa, ma addirittura benefica per l'organismo. Chi vendeva il Biodoros e consiglia il consumo di acqua radioattiva negli anni '30 lo faceva, quindi, spesso associando le radiazioni a concetti positivi come vitalità, energia e rigenerazione. Vennero commercializzati numerosi dispositivi destinati a rendere l'acqua 'radioattiva', tra cui contenitori e brocche arricchite di radio, ma anche oggetti, simili a ciondoli, da immergere in acqua per renderla radioattiva prima del consumo: l'oggetto rinvenuto è proprio uno di questi oggetti”.
Tra il 1920 e il 1940, la 'S.A. Biodoros' e le aziende concorrenti produssero numerosissimi esemplari di questi dispositivi che venivano venduti nelle farmacie e nei negozi di forniture mediche come oggetti pensati per il benessere personale: “Stimare quanti di questi oggetti siano ancora presenti sul territorio italiano è impossibile, ma esiste diffuso consenso sul fatto che si tratti di almeno qualche migliaio di dispositivi”.
Riconoscerli però, concludono gli esperti, può non essere semplice: “Erano un lusso, e quindi caratterizzati da design ricercato e, per quegli anni, moderno. Incisioni ed etichette (spesso in italiano, latino o francese) sono un validissimo aiuto: attenzione a termini come 'radiogeno' o 'radioattivo', ma anche ad alcuni che più difficilmente vengono associati alla radioattività, come 'emanazione', riferito proprio al radon emanato dal dispositivo, o 'attivatore' e 'revitalizzatore', perché tali erano considerati questi oggetti. Il moderno simbolo del trifoglio radioattivo verrà introdotto solo successivamente, nel 1946, ma in qualche caso la presenza di componenti radioattivi veniva comunque segnalata, a sottolinearne il valore per gli scopi decantati, con icone di fulmini, soli splendenti o figure umane stilizzate che irradiano energia. Un suggerimento per il riconoscimento, infine, proviene dalla tipologia degli oggetti più comunemente resi radioattivi. Si tratta, soprattutto, di dispositivi per contenere acqua o per essere immersi in essa, come brocche in ceramica, infusori metallici o filtri con pastiglie, ma anche oggetti per la cura della persona, come spazzole per capelli, creme per il viso, fanghi termali, cinture lombari e compresse scaldanti”.
Qualora si scoprisse, o anche solo si ipotizzasse, di avere uno di questi oggetti in casa, spiega l'Iss: “L'indicazione è quella di non tentare in alcun modo di aprirli o manometterli, magari per investigarne il contenuto, e di non gettarli nella spazzatura comune, optando, piuttosto, per la conservazione all'interno di un locale poco frequentato, meglio se ben areato. Nel caso in cui l'oggetto risultasse fessurato, deteriorato in qualche sua parte, o contenesse delle porzioni in matrice porosa polverizzabile, è opportuno chiuderlo in un sacchetto di plastica sigillato. È, infine, necessario contattare il nucleo Nbcr dei Vigili del Fuoco, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente competente o l’Istituto Superiore di Sanità per conoscere le modalità di smaltimento e le corrispondenti procedure da seguire".












