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Breve storia della Cervara. Dalla rivolta contadina al pavone arrosto: eventi lontani che nascondono un'unica identità

Via della Cervara, dalla quale il quartiere prende il nome, è una via che partendo da port'Aquila si svolge appoggiandosi sul pendio della collina del Calisio. Le vicende che riescono meglio a dare un'identità e un'unità ideale a questo quartiere sono quelle che lo vedono protagonista dell'infinita guerra tra ricchi e poveri, tra il potere e i suoi sudditi

Di Tiberio Chiari - 07 ottobre 2017 - 18:58

TRENTO. La Cervara, noto quartiere della città di Trento, racchiude sicuramente nel suo nome e nella sua geografia urbana una storia centenaria ricca di episodi celebri, ma i più simbolici a volte sono anche i meno noti. Le vicende che riescono meglio a dare un'identità e un'unità ideale a questo quartiere sono proprio quelle che lo vedono protagonista dell'infinita guerra tra ricchi e poveri, tra il potere e i suoi sudditi. Seguendo questa traccia, senza distinzione tra presunte nobili gesta o piccole malefatte, la Cervara può oggi sicuramente trovare una sintesi che la renda identificabile come un luogo particolare.

 

Se è vero che la storia la scrivono i vincitori e i vinti scompaiono dagli annali e dai nomi delle vie passeggiando per questo quartiere si può però comunque cercare di far rivivere anche ciò è stato obliato. Spesso l'aneddoto può essere molto più sincero e divertente di ciò che si narra per convenzione e può gettare più luce sul passato di quanto ne lasci impressa nell'immaginazione una lapide o un nome.

 

Via della Cervara, dalla quale il quartiere prende il nome, è una via che partendo da port'Aquila si svolge appoggiandosi sul pendio della collina del Calisio. La via costeggia inizialmente la fossa del Castello per poi proseguire verso nord disegnando una veloce serpentina. Una via soleggiata e panoramica dove il sole tramonta tardi sulle molte ville e villette erette qui per lo più tra il XIX e il XX secolo. Andando oltre si incontra il convento dei Cappuccini, mentre resiste lì di fronte la panchina in porfido sulla quale sedevano Cesare Battisti e Benito Mussolini, socialisti, per parlare tra di loro e con gli abitanti del quartiere.

 

Ma è proprio nel suo essere luogo di incontro e scontro tra ceti sociali che la Cervara acquista una sua identità. Il momento storicamente più intenso che ha visto questo scontro esacerbarsi, è stato sicuramente quello della calata su Trento dei “rustici” in rivolta, nel lontano 1525. I rustici erano i contadini che vessati dal dominio feudale e dalle decime troppo alte, seguendo l'onda delle rivolte scoppiate in Austria e Germania, decisero di ribellarsi e giunsero sino a Trento per prendere d'assedio la città. Era il 5 settembre del 1525 e seguendo l'attuale percorso di via della Cervara i contadini che provenivano da est, dalla Valsugana, arrivarono sino a port'Aquila, e insieme ad altre colonne provenienti da nord e sud accerchiarono la città. L'assedio venne però rotto grazie alla sibillina voce sparsa da Baldassare Cles, fratello dell'allora vescovo Bernardo Clesio, il quale raccontò, senza fondamento, che dal Tonale verso la valle stavano giungendo truppe mercenarie spagnole. La voce venne presa per vera. Preoccupati per le proprie famiglie i contadini decisero frettolosamente di far ritorno verso i propri paesi. La repressione che seguì alla fallita rivolta fu dura e a volte crudele, come raccontano i resoconti dell'epoca. Per esempio a Filippo da Como, tagliapietra di Terlago, furono “cavati gli occhi”, poiché era stato sentito giurare che, se entro tre giorni non avesse demolito coi suoi il castello di Trento, avrebbe voluto perdere gli occhi ... “. Molti altri finirono uccisi o mutilati.

 

Scampato il pericolo le difese del Castello del Buonconsiglio furono ampliate e proprio nella fossa sotto la via della Cervara, che prima fu cava di pietra e che diverrà poi tristemente nota come fossa dei Martiri a seguito dell'impiccagione di Cesare Battisiti, il principe vescovo Bernardo Clesio mise in libertà degli animali, nella fattispecie cervi. Amava osservarli mentre pascolavano. Da qui il nome di via della Cervara. Un battesimo storico, quello della Cervara, che va visto come uno sfregio nei confronti di quella parte di popolo che perennemente affamata era ora pure costretta a dover sopportare la vista dei cervi a pochi passi da loro ogni qual volta si doveva percorrere la via.

 

L'identità di questo quartiere come luogo di attrito sociale continua poi in tempi moderni, le cronache trentine del Renzo Francescotti ci testimoniano con dettagli queste vicende. Gli scontri e gli incontri si acuiscono quando a inizio secolo la borghesia inizia a costruire le proprie abitazioni sulla collina lungo via della Cervara proprio di fronte a quel nucleo di casoni popolari appoggiati l'uno sull'altro a ridosso della salita Sodegerio da Tito. Quelle case erano abitate da predaroi, braccianti, lavandaie e gente umilissima. Qui le famiglie affollavano numerose piccole stanze mentre a pochi metri si trovavano le case signorili, gli uni di fronte agli altri. Molti simpatizzanti dei movimenti socialisti e comunisti non per caso dunque provenivano questo quartiere, come pure molti integerrimi fascisti. Per la cronaca poi negli anni trenta tornarono anche i cervi al Castello del Buonconsiglio non più nella fossa della Cervara però, ma nel parco antistante. Forse per pudicizia erano “nascosti nel cortile interno”, così da non infervorare troppo la fantasia dei poveri affamati.

 

Si giunge infine ai fatti che seguendo le note regole dantesche del contrappasso concludono idealmente questo ciclo storico. Questi fatti che hanno sempre per protagonisti degli animali, ma questa volta non cervi. Durante la guerra, l'ultima grande guerra, le condizioni di vita generali della popolazione peggiorarono notevolmente e i ragazzini e i bambini che vivevano nei caseggiati sulla salita Sodegerio, i cosiddetti “spiazaròi”, non si fecero mai scrupoli per procacciare tutto ciò che di commestibile riuscivano a raggiungere con le fionde. Finite le bestie canoniche, i monelli, affamati e senza remore, fecero razzia prima di gatti, scoiattoli e piccioni, per passare poi ai castori che erano ospitati in cima alla via presso le Missioni Africane: ottimi arrostiti, non ne rimase uno. In seguito i ragazzi si portarono a casa un grosso cane San Bernardo da fare in spezzatino. Il povero cane uscito dal cancello di una delle lussuose ville era stato investito da un'automobile.

 

Ma l'ultima bestia sacrificale di questa lunga scia di arrosti che hanno in una certa maniera riparato ai soprusi di un passato troppo iniquo, fu uno stupendo pavone. Il volatile, regalo prezioso destinato ad una delle notabili famiglie del quartiere, fu tirato giù da un albero con un perfetto colpo di fionda. Lo spiazorol ne compiere l'atto fu però istigato dal figliolo del proprietario del pavone. Il pavone finì quindi per essere arrostito. Le rimostranze dell'ufficiale che pretendeva una certa punizione per l'accaduto fecero piombare a casa del padre del ragazzo un drappello di fascisti. Dopo averlo tenuto in caserma e picchiato riportarono a casa l'uomo, ma appurata in seguitola responsabilità del figlio del proprietario del pavone nell'accaduto, dopo le percosse al padre alla famiglia furono regalati, per comprare il silenzio, parecchi chili di pasta.

 

Così, a scapito del povero cane, del pavone e dei castori, con sommo dispiacere dei benpensanti, il karma del quartiere fu finalmente riequilibrato grazie alle coraggiose azioni degli spiazaroi. Concluso il ciclo e ristabilita l'armonia celeste, la Cervara è stata pian piano inglobata dalla normale e monotona anomia contemporanea per diventare un luogo come tanti altri, ma con ancora molto da poter raccontare riguardo al suo passato.

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