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Era malato, per alleviare il dolore fumava marijuana. Un uomo di 63 anni rischia di essere condannato davanti alla Cassazione. "Ci appelleremo al Capo dello stato"

Ora la cura con il principio attivo contenuto nella canapa è legale. Se la legge fosse stata adottata prima anche dalla Provincia di Trento l'uomo avrebbe potuto avere la prescrizione medica dei farmaci contenenti cannabinoidi. L'avvocato Valcanover: "La finalità non era lo spaccio ma il consumo per alleviare i dolori cronici". In primo grado fu assolto

Di Donatello Baldo - 27 aprile 2017 - 13:29

TRENTO. L'ultima parola spetta alla Corte di Cassazione, dove domani verrà discusso il ricorso di un uomo di 63 anni di Trento condannato per la coltivazione di tre piante di canapa. "Ma se il mio cliente sarà condannato - spiega il suo legale Fabio Valcanover - ci appelleremo al Presidente della Repubblica per chiedere un provvedimento di grazia". 

 

Perché qui non si tratta di un ragazzino trovato in possesso di alcuni grammi di marijuana, di un giovane che si costruisce la serra in casa per fumare erba con gli amici il sabato sera (che anche in questi casi c'è chi nutre dubbi sull'efficacia del proibizionismo). La vicenda si riferisce al caso di una persona sieropositiva all'HIV, che soffre di diabete mellito insulino-dipendente, affetto da epatite cronica da HCV, intollerante all'uso di prodotti farmaceutici ordinari che per lenire il dolore non riesce a sopportare i medicinali a base di oppiacei che i medici erano costretti a prescrivergli e che gli provocano pesanti effetti collaterali.

 

Per sedare il dolore usava la marijuana. Non per 'sballare' ma per la funzione terapeutica che tutto il mondo scientifico gli attribuisce. Le tre piantine che coltivava all'interno della sua abitazione, però, gli sono costate la denuncia e il processo. Processo che in primo grado l'ha assolto. "Il giudice ha affermato che in questo caso la coltivazione di canapa non costituiva reato - spiega Valcanover - proprio perché venivano riconosciuto che gli effetti dell'assunzione avevano natura e finalità terapeutica e non stupefacente in senso proprio".

 

L'uomo - e questo è stato evidenziato e riconosciuto durante il processo - non ha mai voluto rivolgersi al mercato 'di piazza' legato alla criminalità organizzata per l'acquisto della sostanza di cui aveva bisogno: per questo decideva di coltivare da sé le piante di marijuana, i cui prodotti non sono mai stati ceduti o venduti a terzi. Nessuna intenzioni di spaccio, quindi.

 

Nella sentenza di appello l'uomo è però stato condannato. "Il suo diritto alla salute non è stato riconosciuto - spiega il legale - e per questo domani siamo davanti alla Corte suprema".  L'esito non è scontato, e per questo, in caso di sconfitta, si annuncia già la volontà di chiedere la grazia che solo il Capo dello Stato può dare ad una persona condannata in via definitiva.

 

In questa vicenda c'è un paradosso: l'utilizzo dei prodotti a base di THC, il cannabinoide contenuto nelle inflorescenze della canapa, è ora legalizzato. Anche in Provincia di Trento. Tant'è che la Giunta ha deliberato nell'estate del 2016 la possibilità di prescrivere attraverso ricetta medica questi prodotti. 

 

Se questa legalizzazione a fini terapeutici fosse stata adottata prima, il 63enne malato non avrebbe infranto nessuna legge, avrebbe potuto veder riconosciuto il suo diritto alla salute senza dover passare dalle maglie della giustizia per tre piantine di 'maria' che gli permettevano di soffrire meno i dolori di cui soffre da tempo. Sarebbe andato in farmacia con la ricetta medica in mano, avrebbe assunto le medicine prescritte e non sarebbe stato costretto a commettere nessun reato.

 

Ora, per la patologia di cui è affetto, l'Azienda sanitaria gli riconoscerà il diritto ad assumere THC. La sostanza contenuta nelle piantine che coltivava sul balcone, piantine per cui domani potrebbe essere condannato. Ingiustamente

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