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Sant’Antonio abate, il ‘santo col porcello’ che oggi "rivive" con gatti, cani e conigli da compagnia

Un tempo all’alba del 17 gennaio si spalancavano le porte delle stalle, per ‘far entrare lo spirito del Santo’ e alla messa si benediceva il sale da usa come medicina per le bestie. Oggi con la crisi che schiaccia il settore la tradizione rivive almeno nelle nostre valli 

Di Nereo Pederzolli - 16 gennaio 2017 - 19:06

TRENTO. Le porte spalancate, le stalle che diventano – almeno per questa giornata - baluardi di tradizione. Tra fede e con una crisi insidiosa, quasi inesorabile. Il 17 gennaio 2017 rischia di scandire ulteriormente il crollo del settore zootecnico dolomitico. Che in meno di vent’anni, in Trentino, ha praticamente dimezzato i numeri del comparto: appena 950 aziende zootecniche professionali. All’inizio degli anni Novanta, erano quasi 3 mila. Poche, decisamente poche. Nonostante un certo minimo incremento dovuto all’impegno zootecnico di mezzo migliaio di altre aziende gestite ‘part-time’. Stabile, in compenso, il numero dei capi di bestiame, 50 mila vacche, poco più di 30 mila gli ovini.

 

Bestie che oggi sono protagoniste della festa di sant’Antonio abate, il ‘santo col porcello’. Figura tra le più amate, non solo nelle valli rurali. Eremita d’origini egizie, che ha resistito ad ogni attacco di modernizzazione. Forse perché icona di un certo animalismo. Così al calo del numero di vacche custodite nelle stalle si risponde con l’incremento degli animali accuditi nelle case cittadine, gatti e cani, pure conigli da compagnia. Sono questi nuovi ‘amici a quattro zampe’ che incrementano la produzione di ‘pet food’ per fatturati milionari, sfruttando l’immagine dell’eremita solo per cercare di dare un minimo di continuità con i valori legati alle fatiche di quanti ancora allevano bestie per scopi alimentari.

 

Basti pensare che quattro italiani su 10 ospitano in casa un animale, cani in prevalenza, ma anche pesci, tartarughe e animali esotici. Una spesa complessiva di oltre 2 miliardi di euro solo per nutrirli. Una famiglia, dunque, spende mediamente un euro al giorno per cibo animale, ma in certi casi si sale ad oltre 100 euro mensili, cura e pulizie comprese. Non solo. In pochi destinano alle bestiole di casa gli avanzi della nostra tavola e qualcuno cucina ad hoc per i propri animali. Cibo per cani o cibo da…?

 

 

Torniamo alla tradizione trentina. Quando all’alba del 17 gennaio si spalancavano appunto le porte delle stalle, per ‘far entrare lo spirito del Santo’. Alla messa, poi, si benediva il sale, da usare come medicina proprio per le bestie, in caso di malessere. Sale confezionato dalle donne più anziane, in un filò rituale che coinvolgeva tutta la comunità rurale. Sale, il sale della terra, prezioso a prescindere dalla … benedizione. Perché a quei tempi, tra le Dolomiti, il sale era quasi esclusivamente di miniera, giacimenti lontani, difficili, i più vicini verso Salisburgo, per uno scambio commerciale per certi versi misterioso. Poche manciate di sale barattato ad esempio con botti di vino. Sulle sponde solatìe del Noce, tra Castel Cles e le ripide colline di Revò, si pigiava uva Groppello destinata prevalentemente al baratto vino noneso ( forte e corroborante, rosso in grado di sfidare il tempo e certe scorrette ingerenze acquose …) con sale salisburghese.

Del resto il sale è – e lo era - indispensabile per pane, polenta e tentazioni dolciarie di sana golosità.

 

Decine le parrocchie che ancora rievocano il sale di sant’Antonio abate. Cerimonie schive, schiette, quasi intime. Dalla Rendena alla val di Non. Particolarmente suggestiva la distribuzione a Stravino, in valle dei Laghi. Dove il sale, dopo la benedizione, viene consegnato a tutte le famiglie. Ritualità, momento di condivisione, da custodire in casa, indipendentemente se la stalla è stata trasformata in ‘cantinota’ e se come unico animale domestico presente è rimasto il gatto.

Sale pure scaramantico. Che un tempo si spargeva per frenare l’impeto di certi temporali estivi, contro la grandine che minacciava la devastazione dei campi e delle vigne. Sempre con il ‘Santo col porcello’ da richiamare nelle preghiere e da ostentare con le tante raffigurazioni orgogliosamente affisse sull’uscio non solo delle stalle, pure su conigliere e pollai.

 

In onore del Santo, in questa giornata, non si macellava. Il maiale era risparmiato, nonostante la sua predestinata, inesorabile fine. Nel rispetto del rito, cruento nel suo impatto, ma pure indispensabile per il fabbisogno della famiglia. Per battere la fame, superare la stagionalità, per trasformare le carni in succulenti salumi, senza alcun spreco. In attesa di liberare la gola. E affrontare il carnevale in serenità. Dopo per aver onorato – scongiuri compresi - questo mitico eremita di una fede ancestrale. 

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