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Feste Vigiliane, accidia trentina nell'Adige, ma per Ugo Rossi una velata tonca ad honorem

Nessun personaggio pubblico apertamente nel mirino, sotto la lente d'ingrandimento i difetti dei trentini. Nuovo format affidato a parte del cast della produzione trentina protagonista di “Voldemort, Origins of the Heir” per far riflettere sulla trentinità

Di Luca Andreazza - 24 giugno 2018 - 21:11

TRENTO. Risate e applausi. Il Tribunale di penitenza e la Tonca delle Feste Vigiliane non tradiscono mai le attese. E una sorpresa, ancora Giorgio Vianini giù nelle acque dell'Adige a sostituire l'accidia, che si lamenta e si dilegua alla prima opportunità. 

 

Nessun personaggio pubblico apertamente nel mirino, forse per le elezioni provinciali in ottobre, forse per la suscettibilità di alcuni "toncati" nella passata edizione e le successive polemiche ci si è presi un "anno di tregua" (Qui articolo).

 

Ma magari semplicemente perché è il Tribunale di penitenza della Terza Repubblica. Insomma ci si adatta al cambiamento e il nuovo format cerca di far riflettere i trentini. Alcune debolezze della trentinità finiscono sotto la lente di ingrandimento.

 

"Un momento storico. Dopo anni alla gogna - dice il giudice - non sono finiti dei capri espiatori dietro ai quali nascondervi, da esporre al pubblico ludibrio e denigrare per poi tornarvene beatamente a casa col cuore pacifico, sentendovi sollevati del fatto che i problemi di questa terra non vi riguardino. Ebbene no".

 

Si parla dei trentini, non ci sono personaggi della vita pubblica a finire in acqua, ma in apertura un paio di stoccate non mancano.

 

La prima è proprio sul cambiamento, tanto invocato, ma che spaventa sempre. Tanto che alla fine giudice e Pm devono filarsela rapidamente. La seconda suona un po' come una tonca ad honorem: un rapido scambio di battute e si passa da "Ma n’ho capì, i tonca l’Ugo Rossi", alla risposta "T’ho zà dit de no" per chiudere con “Robe da mati. Alora se no i tonca quel podo anca far en pisol”. 

 

Insomma, non è ufficiale, ma forse questa volta sarebbe potuta toccare al governatore, ma se l'è più o meno cavata. Quindi si ritorna "seri" perché giudice e Pm avrebbero il Flixbus a attenderli ("Ao, volemo farie vedere che semo meio de quelli de prima? Dai, ancora ‘n paio de mesi, poi se torna a fa’ come prima. Tanto poi la ggente se abitua, l’italiano dimentica...", spiega il pubblico ministero), ma alla fine si opta per il Freccia in prima classe.

 

Dopo i "convenevoli" si passano in rassegna nuovamente i sette vizi capitali che ritroviamo anche nella nostra società. Accidia, avarizia, gola, invidia, ira, lussuria e superbia per una presa di coscienza collettiva dei meriti e demeriti. La pena massima della Tonca quest’anno è stata comminata all'accidia.

 

Un peccato capace di aver trasformato lentamente dei fieri montanari in un popolo di pigroni, il cui lessico è costituito prevalentemente da espressioni come: “So ben tant mi”, “Lasa che i faga, lasa che i diga”, “I saverà ben lori”, “sat ti?” e la peggiore "Mi no voi saverghen". Insomma si lascia sempre agli altri decidere, non si prende mai posizione, si tira il sasso e si ritira in fretta la mano.

 

Si salva l'avarizia. "Abbiamo stimato - dice il giudice - presente nel popolo ma assente nella politica dei più che contestabili contributi a fondo perduto e nei poco lungimiranti investimenti pubblici. I politici, per una volta, vi salvano".

 

Stessa sorte per l'invidia. "Peccato - prosegue il pm - che serpeggia insidioso e alimenta le malelingue verso coloro i quali non si adeguano al comune, morigerato, dimesso stile di vita trentino. Criticano a priori, sottovoce, chi ha di più".

 

Niente tonca per l'ira, "che si manifesta - aggiunge il giudice - prevalentemente verso la vitalità giovanile e tutto ciò che ne deriva, contro gli studenti indisciplinati e rumorosi, gli stessi studenti che però fanno tanto comodo, che creano indotto ma ai quali tanto poco viene offerto".

 

Anche superbia e gola restano a guardare, anche se nel primo caso i trentini si vantano, delle proprie bellezze naturali, dei loro castelli, e soprattutto della loro Autonomia e dei loro privilegi, mentre nel secondo la presenza nel territorio sembra scarsa. Poco da dire sulla lussuria ("Mezzi preti"). 

 

In chiusura la boutade delle due cittadine che pensano a fare un partito per correre alle provinciali, ma la paura è dietro l'angolo: "Ma no l’è che po’ se deventa tuti come sti qui? E magari la prosima volta vegnin toncade anca noi altre?".

 

E l'arrivederci all'anno prossimo. "La tonca è finita, andate in pace", "Che paze de sti tempi nen serve a iosa" e "A l'an che ven".

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