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E-Vento, l'arte in natura valorizzerà il castello di Pergine fino alla Befana

Prorogata la mostra di Giuliano Orsingher che ha visto notevole affluenza di pubblico e che con le sue suggestive opere realizzate con il legno degli alberi abbattuti da Vaia propone un forte e suggestivo messaggio per il rispetto e la salvaguardia dell'ambiente. La sintesi di almeno tre decenni di creatività e perizia ispirata dai boschi

Pubblicato il - 04 novembre 2019 - 12:44

PERGINE. Ancora due mesi di tempo, fino al 6 gennaio 2020, (ma si potrà vedere dal 29 novembre) , per visitare la mostra E-VENTO di Giuliano Orsingher. Animata da un notevole afflusso di pubblico, è stata prorogata fino al 6 gennaio 2020 la mostra personale che racconta della tempesta Vaia che si è abbattuta nelle nostri valli il 29 ottobre 2018. Artista originario di Canal San Bovo, fin dalla metà degli anni Ottanta si dedica ad una riflessione sul rapporto uomo-natura mediante l’utilizzo di materiali naturali. L’artista a Castel Pergine presenta una mostra ampia e articolata, in dialogo con la fortezza, con installazioni diffuse, interne alle mura ed esterne. Il castello ospita oltre 30 opere dell’artista.

 

 Gli spazi del castello interessati dalle opere sono la cappella al primo piano, la sala delle Armi, la sala Rosa adiacente all’ingresso, il giardino interno, il giardino tra le mura del castello, la torre d’ingresso e la stalla. Castel Pergine rimarrà chiuso dal 4 al 29 novembre 2019 per poi riaprire dal 30 novembre fino al 6 gennaio con chiusura il lunedì e il martedì.

Il 6 gennaio 2020 si chiuderà quindi la prima grande mostra proposta dalla Fondazione CastelPergineOnlus e 26°esposizione internazionale del Castello di Pergine.

 

Ecco l'articolo che pubblicammo dopo l'inaugurazione. 

 

 Mai come questa volta la forma informa. Mai questa volta la forma – artistica – è sostanza: una sostanza culturale, una sostanza sociale. E, ancora, è amore. E, ancora, è rispetto. E, ancora, è difesa di una natura che dell’uomo sarebbe meno nemica se l’uomo l’avesse trattata come merita se non una filosofia almeno un istinto di sopravvivenza migliore.

 Natura come fonte di vita, di pensiero e – per dirla come va detta – di pace. Della natura Giuliano Orsingher è felicemente prigioniero. Un felice ergastolano dei colori e degli odori, del grande e del piccolo di un contesto alpino che tuttavia non è né giusto né utile cristallizzare nell’egoistico isolamento montanaro.

 

  Orsingher e la natura: da sempre. Probabilmente, per sempre. La natura che respira, (anche se oggi lo fa purtroppo in progressivo affanno). La natura che ispira. All’artista professore, (e viceversa), i boschi del suo Vanoi devono aver dato lezioni intime da provare a far diventare caparbiamente collettive. Rumori e silenzi, fruscii e suoni che improvvisamente, meravigliosamente, si amplificano.

 

  Sono elementi che per secoli hanno fatto concerto ma che oggi sono sconcerto per come e per quanto l’insipienza umana se ne infischia del futuro obbligando la natura ad uno sconvolgimento sempre più vicino al punto di non ritorno. Come in un immenso campo di bowling pochi mesi fa un vento che non è più anomalo  ha fatto strike, giocando con  la storia e la geografia di una terra - il Trentino -  da est ad ovest del Trentino.

 

 Gli alberi? Birilli. O fragili pezzi del shangai. Un’immensità di birilli ridotti a terrificante groviglio. Simbolo di un mondo a testa in giù. Con le radici  drammaticamente all’insù. Che deve fare un artista di fronte allo scempio? Piangere no. Creare, ricreare: quello sì, quello si può fare. Ed è ciò che Giuliano Orsingher ha cercato di fare accettando la proposta della Fondazione Castel Pergine. Lavorando duro fin  dall’ottobre scorso con l'obiettivo diper vestire gli spazi propri ed impropri di un maniero di segni. Piccoli e grandi segni. Di segni capaci di dare un messaggio crudo (ma anche poetico).  Un messaggio forte e chiaro.

 

  Ferita, maltrattata, ignorata eppure resistente: eccola la natura che chiama l’uomo ad interrogarsi, a cambiare finchè si è ancora in tempo, a ristabilire almeno un minimo di salvifico equilibrio. La mostra di Orsingher csi chiama “E-vento”. È un titolo azzeccato, davvero azzeccato, per una proposta che sintetizza almeno tre decenni di impegno di Orsingher nel cavare dalla natura – il legno, i sassi – suggestioni e visioni che stuzzicano immaginazione e riflessione.

 

 Dell’arte intesa come rapporto da riorganizzare tra uomo e natura Orsingher è indiscutibilmente uno schivo ma convinto pioniere fin dagli esordi – ad esempio – di Arte Sella. Fin da prima che la “land art” si trasformasse da scommessa culturale a businnes e furbata turistica. Oggi come all’inizio l’artista professore – Orsingher insegna al liceo delle arti Vittoria con largo apprezzamento dei suoi studenti – scarpina. L'artista operaio arrampica per ogni salita delle sue zone d'origine e di altre montagne. Motosega, scalpello, scortecciatore, lacci, chiodi e olio di gomito: ecco gli strumenti del suo atelier da asporto.

 Gli alberi, le piante, le pietre eccetera sono materia artistica e materiale per ettolitri di sudore e quintalate di calli. Ma la natura – anche dopo la devastazione – è un’occasione irrinunciabile di indagine.  Orsingher – lo scrive nel brevissimo testo a sua firma del catalogo – offre l’opportunità di scoprire la sua essenza anche quando lascia tracce violente.

 

  Questa dunque la sfida di Orsingher: cogliere questa essenza, allenare la capacità di riconoscere le proprietà delle forme esistenti in natura anche quando sono snaturate riproponendo – attraverso l’arte – una virtuosa relazione con l’ambiente. Negli allestimenti che Orsingher ha ideato e costruito per il Castello di Pergine questa relazione attraversa e unisce momenti di grande semplicità a momenti di forte complessità e finanche di coraggio. Ci vuole coraggio, ci vuole visione, nel collocare nel modo più consono il materiale raccolto e “lavorato” nei boschi.

 “Un albero in piedi è così bello e perfetto che non ci lascia andare al di là della sua bellezza – spiegava Orsingher in un’intervista – mentre quando è abbattuto e stravolto dal vento, riusciamo ad entrarci un po’ dentro”. Per Orsingher, per “E Vento”, questo “entrarci un po’ dentro” ha voluto dire entrare dentro il triste e radicale cambiamento dell’aspetto dei boschi dopo la tempesta del 29 ottobre dello scorso anno per provare a dare dignità non certo solo artistica a forme naturali che difficilmente si possono leggere.

  Occhio, non si tratta di dire che c’è del buono anche nella distruzione. Si tratta, semmai, di evidenziare come la natura abbia anche da moribonda qualcosa di grande da insegnare, un monito da dare. “E Vento” è quindi più un discorso, (forse più profondamente filosofico che oggettivamente ecologico) articolato attraverso pezzi di alberi caduti che Orsingher ha trattato con la premura della ricerca di diverse, libere, interpretazioni. Ha reinterpretato la natura nel ripulire, trasportare, posizionare, ricontestualizzare, eccetera. 

 

 “Quel che fo-resta”, “Ancora di salvezza”, “Sassibridi” “Colpo di S-grazia” “Pandemia bancale”: i titoli delle installazioni di “E vento” non sembrano identificare solo la sequenza delle opere. Sono spunti per una istruttiva lezione senza cattedra, senza paroloni e senza presunzione. Una lezione intensa e onesta quella di Orsingher (da artista e da professore): e per questo efficace. Sarà importante  nella mostra “E - vento” soffermarsi e ragionare oltre le opere “finite” di Orsingher per rapportarle alla fatica e all’ingegnosità delle fasi di lavoro nel bosco - tra sole e pioggia - a quelle del trasporto dei materiali dal Vanoi a Pergine, all’impegno per fissarle a torri, merli e quant’altro può aumentare la medioevale forza comunicativa degli spazi.

 

 “E - Vento” è la ventiseiesima esposizione annuale che continua una fervida  tradizione culturale del Castello di Pergine a gestione svizzera e privata. Ma da quest’anno il castello ha una nuova vita. E' una vita affidata ad una proprietà collettiva, popolare e sociale: si tratta di una delle più belle scommesse sia per la comunità perginese  che per il Trentino. Proporre l'avvio di questa nuova fase con una mostra open air che recupera vita di forme e di speranza dalla forzata morte di un bosco è davvero un “signor inizio”. (Carmine Ragozzino)

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