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| 11 lug 2024 | 12:38

La "sfiga" è democratica. Almeno sul palco

Sabato 13 a Meano, a Villa Salvadori, va in scena Shadenfreude di Evoè Teatro, spettacolo che con ironia e sagacia demolisce un tabù e prova a capire per davero come si vive in questo tempo gramo

La "sfiga" è democratica. Almeno sul palco
di Redazione

MEANO. Caso di scuola (quella della curiosità). Se ci si ferma al titolo dell’appuntamento, uno sciogli lingua nell’ostico tedesco, si tende a passar via. Se ci si ferma un attino sul tema, beh non ci si schioda dall’attenzione e si cerca di capire di più.

 

 Sì, perché quello di sabato 13 a Meano, nella suggestiva Villa Salvadori che ospita l’estate piena del sobborgo appena sopra Trento, è un escursusu sulla “sfiga” (che in italiano si dice iella ma che con sfiga vale di più). Il titolo Schadenfreude. Spettacolo comico sulla sfiga altrui scritto da Francesco Ferrara, con Salvatore Cutri, prodotto da Evoè!Teatro e promosso da Teatro Stabile di Bolzano e Centro Santa Chiara di Trento.

 

 Avete presente quel piacere segreto che avvertiamo quando il presuntuoso dell’ufficio si ribalta dalla sedia? O quando la vostra amica bella e perfettina viene mollata di colpo? Ce l’avete presente il godimento che proviamo quando i vetri infrangibili del pick-up Tesla si rompono sotto gli occhi atterriti di Elon Musk? Tranquilli, non si tratta di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore. È un’emozione. È naturale. Ed è più comune di quanto siamo disposti ad ammettere. Si chiama Schadenfreude. Una parola che viene dal tedesco e indica la gioia per le disgrazie altrui. Sebbene si aggiri prepotente nelle nostre vite, la Sciadenfroide (si pronuncia così!) resta un sentimento furtivo e inconfessabile, con cui facciamo fatica a confrontarci. Ma come funziona? A cosa serve? È un difetto oppure no?

 

 In un’epoca di celebrazione dell’individualità, di isolamento e di gogne mediatiche condotte a colpi di tweet, di scontri politici e rabbia populista, di ironia che sempre più spesso degenera in cinismo, fare i conti con la nostra smania di schadenfreude è anche un tentativo di capire come si vive davvero di questi tempi.

 

 Ancora più chiare le parole del direttore artistico di Evoè, Emanuele Cerra. “La sfiga oggi è un tabù: non si può nominare, si deve consolare, compatire. Essa è l’anti prestazione, il fallimento della perfezione, il brutto nel bello. Eppure noi italiani con la sfiga abbiamo sempre avuto un rapporto profondo: Paolo Villaggio ce lo ha insegnato con il suo “Fantozzi” e poi Monicelli con “L’armata Brancaleone” e ancora con la saga di “Amici miei” e tanti altri film magici della stagione d'oro del nostro cinema. La sfiga altrui rappresenta quell’ineluttabilità del fato che non si può governare, quell’imprescrutabile disegno cosmico. Ecco perché oggi è necessario parlarne. Serve nobilitarla, restituirle quell’angolino di notorietà che merita per essere accettata e aprire un nuovo fronte dell’empatia: la sfiga altrui potrebbe essere la sfiga nostra. E cosa accade quanto la sfiga tocca in particolar modo ad un potente o a qualcuno che consideriamo “più grande” di noi? Ecco che subito si attiva un moto catartico e il godimento lo percepiamo come il necessario moto del cosmo che riporta tutti alla pari, allo stesso livello. La sfiga quindi è equa: mette tutti sullo stesso piano. Parlare oggi di questo tema significa parlare di democrazia, di equità, di un mondo al di fuori delle gerarchie, fatto di persone che empatizzano le une con le altre”. Alle 21.

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