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Trento
16 marzo | 22:18

"Echi e discordanze", un libro di poesia tra poema e puzzle che offre prospettive nuove fino alle domande: "Ma l’uomo cos’è? Ma la storia che senso ha?"

La recensione del libro di Alessandro Cabianca, Echi e discordanze (prefazione di Enrico Grandesso), Macabor, 2025

di Nicola Cetrano

TRENTO. Echi e discordanze di Alessandro Cabianca è tra i libri di poesia più interessanti da me letti in questo ultimo periodo. 

 

L’autore è un poeta di fine e vasta cultura: studioso e traduttore del teatro greco; esperto, tra l’altro, della poesia e letteratura veneta tra XIII e XIX secolo; consapevole appieno dei drammi e dei nodi profondi storici, politici, antropologici, estetici e letterari – del nostro tempo, grazie anche alla conoscenza accurata di Nietzsche, Jung, Rilke, Eliot ed Ezra Pound (vedi la prefazione di Enrico Grandesso, la cui lettura consiglio vivamente).

 

Tra i vari impegni di Alessandro Cabianca, poi, bisogna ricordare che da diversi decenni è in prima linea, con una qualificata pluralità di iniziative e contributi, nella diffusione e promozione della cultura, della poesia in particolare, non solo a Padova e nel Veneto.

 

Il libro: è il punto di approdo di una produzione che, nell’arco di molti anni ha dato vita a sette raccolte di poesia; si divide in due parti: la prima, Discordanze, consta di un verso d’esordio, 155 strofe e un verso conclusivo; la seconda, Echi dell’invisibile, di 275 strofe e un verso conclusivo; strofe prevalentemente di nove versi, versi liberi.

 

Come è evidente siamo di fronte a un testo che supera le 400 strofe, che ha richiesto un lavoro di non poco momento e una concentrazione sui temi trattati (come urgenza del dire poetico e non come tesi da dimostrare, altrimenti non parleremmo di poesia) di lungo periodo. Naturalmente un libro con queste caratteristiche richiede un lettore di buona lena. La prima parte è assimilabile al poema; la seconda a un puzzle (non in senso negativo) con aspetti circolari, cioè di ritorno a più riprese sullo stesso tema: molto interessante il riferimento di Grandesso, in altri linguaggi espressivi, a Guernica di Picasso e ad Olé di John Coltrane. Non escluderei un riferimento a Bob Dylan di Desolation Row: il lettore attento che conosca questa ballata, a prima vista surreale e distopica, coglierà non poche analogie.

 

Le Discordanze si configurano come un itinerarium mentis, evidentemente, non verso Dio, ma nel mai sufficientemente noto labirinto dell’animo umano, e nei drammi e nelle tragedie della storia, soprattutto del nostro tempo. Gli Echi dell’invisibile raccolgono i testi pubblicati dall’autore online, nell’arco di dieci anni, all’interno del Pronto Intervento Poetico, come poema in progress a più mani, di oltre 100 artisti, poeti, musicisti, pittori e fotografi (vedi nota n. 10, pag.43).

 

Si va perché si deve andare” questo l’incipit, e poi, sulla lapide del poetasia scritto: la poesia l’ha vinto”: entro questi due termini (rispettivamente: verso d’apertura e ultimo verso) si svolge il libro e, per parallelismo analogico, l’esistenza umana, spesso nei non luoghi delle città e nel non senso della storia: unico sostegno o (forse?) valore per Cabianca, la poesia.

 

E al funerale del poeta:

Due sole viole di campo

e una per il vostro occhiello;

la musica dei corni inglesi,

perché non sia funerale ma festa;

poiché non sapevo ballare,

pensateci voi, ma ballate!” (strofa n. 274, pag.155).

 

In ogni caso, che non si vedano lacrime perché il poeta è stato anche felice; e le parole che siano usate in futuro con maggiore parsimonia ed efficacia, visto che le tante finora pronunciate non sono servite, purtroppo (strofa n. 275, stessa pagina). 

 

L’anima rassomiglia all’ombra//si deforma a ogni passo” (strofa 22, pag.14): all’uomo, secondo Cabianca, non è concesso di vedere per speculum in aenigmate e il suo procedere, individuale e a maggior ragione collettivo, come quello del tempo, è sostanzialmente ateleologico anche se tendenzialmente circolare. Ma l’autore non per questo nutre una concezione della storia basata su una totale e irreversibile sfiducia nell’uomo, bensì su una radicale indisponibilità ad illudersi, per qualsiasi motivo: religioso, politico, ideologico, tecnologico…

 

Infatti afferma

“Non vedo tanta leggerezza

nei cuccioli d’uomo,

vanno per memoria infelice.

Per questo servono feste e bandiere,

servono protesi feroci:

anche i pacifici diventano assassini“ (strofa n.44, pag. 21).

 

E poco dopo si chiede: “Esisterebbe un Dio//se non ci fosse un uomo ad invocarlo?” (strofa n. 46, stessa pagina).

   

Naturalmente non trova difficoltà Cabianca a rinvenire, nella cronaca anche di questi ultimi anni, fatti che continuano ad alimentare lamemoria infelice”: l’assegnazione di porti sempre più lontani a navi che trasportano migranti, con la conseguenza di non ridurre gli sbarchi, ma aumentare il numero dei morti in mare (strofa 19, pag.13); lo sfruttamento dei migranti nei lavori dei campi in condizioni quasi schiavistiche (strofa n. 32, pagg. 17-18); la guerra di aggressione all’Ucraina della Federazione Russa (strofa n.34, pag. 18); per non parlare delle tante guerre di conquista che hanno caratterizzato la storia del nostro Occidente o della distruzione, a noi contemporanea, di Gaza (strofa n. 111, pag. 43).

 

Negli Echi dell’invisibile la cronaca e la storia – non solo contemporanea - irrompono (con tiranni, dittatori e dittature, guerre, la tragedia della Shoah, la corsa agli armamenti, disastri ambientali, dominio economico e finanziario che umilia popoli interi alla ricerca di una possibilità di vita, scandali e manipolazione delle coscienze, nello sfavillio di una civiltà probabilmente destinata all’implosione) ancora più crudamente nel testo poetico e si addensano i riferimenti mitologici, letterari, musicali, con una domanda inespressa ma sostanzialmente incessante di fronte allo sgomento che provoca il tempo che ci è dato vivere: ma l’uomo cos’è? Ma la storia che senso ha? Se ha un senso…

 

In conclusione, in qualche maniera provvisoria perché il testo offre prospettive nuove che si aprono a ulteriori letture, mi sembra di poter dire che, pur non puntando il poeta alla cantabilità, i versi hanno una chiara leggibilità e dicibilità; certamente efficace risulta il lavoro sulle immagini; molte espressioni hanno una forza icastica che non lascia indifferente il lettore; alcune strofe, forse preterintenzionalmente o per il profondo nutrimento letterario dell’autore, hanno un’aura lirica pregevole.

 

In generale, escludendo la connotazione moralistica del tutto estranea a Cabianca, anche per la raffinata ironia che lo caratterizza, parlerei di una poesia tendenzialmente gnomica, di profonda radice culturale e parimenti ancorata alla nostra contemporaneità.

 

Un’ultima osservazione credo sia dovuta ai tanti riferimenti colti e alle frequenti citazioni presenti nel testo. Chiarisco che chi scrive diffida del citazionismo. Eppure, nel caso di questo libro, debbo dire che ho apprezzato poter incontrare nella lettura, accanto a voci significative della poesia italiana contemporanea, e a quelle di Dante e Leopardi, il ghigno di Aristofane, la saggezza di Eschilo, per non parlare della profondità di Jung e Rilke o dell’inquietudine di Eliot e di Pound, e – perché no? - della sensibilità di Fabrizio De André in Fiume Sand Creek.     

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