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Trento
03 febbraio | 21:09

"Mio padre Fabrizio De André un poeta fuori dal tempo. Salvini? De Il Pescatore ha capito solo il La-la-la come altri che si riempiono la bocca delle sue parole senza capirne l'essenza"

Cristiano de André si racconta in una lunga intervista il Dolomiti: un viaggio nella storia di padre e figlio tra ricordi famigliari, aneddoti, frasi non dette e un presente complesso in cui forse anche lo stesso Fabrizio de André "resterebbe in silenzio". E poi la nascita di capolavori come "Verranno a chiederti del nostro amore" e "Oceano" scritta con Francesco De Gregori e infine "quello che vorrei dirgli ora, se fosse qui". Al via il tour "De André canta De André-Best of Tour 2026"

TRENTO. "Portare le canzoni di mio padre oggi sul palcoscenico ha una grandissima valenza: la sua arte è fuori dal tempo". Parte con questo pensiero la lunga chiacchierata che abbiamo fatto con Cristiano De André, in procinto di iniziare il suo tour "De André canta De André-Best of Tour 2026" che il prossimo 21 aprile farà tappa all'Auditorium Santa Chiara di Trento.


(Foto di Virginia Bettoja)

E dall'omaggio a Fabrizio De André e ai suoi capolavori "in grado di dare risposte a grandi domande esistenziali" parte un'intervista che va di molto oltre il tour. A delinearsi è un viaggio dentro la storia di padre e figlio: tra ricordi famigliari e frasi non dette, fino a lucide riflessioni su un presente complesso, in cui forse anche lo stesso Fabrizio de André "resterebbe in silenzio, aspettando magari un momento propizio per dire qualcosa" e in cui alla fine, per lasciare un segno nel mondo, basterebbe solo "far tesoro del suo messaggio".

E poi il rewind è di quelli che toccano, si va dalla nascita della canzone "Verranno a chiederti del nostro amore" e di "Oceano", scritta in Sardegna assieme a Francesco De Gregori per rispondere proprio a una domanda "invadente" del piccolo Cristiano.


(Foto di Virginia Bettoja)

E poi lo sguardo sull'oggi, e su "ciò che non abbiamo capito" di quello che Fabrizio De André ci voleva dire: "Penso a Salvini, che de Il Pescatore probabilmente ha compreso solo il La-la-la-la, la-la, la-la". Quello stesso oggi che, pur ascoltando le sue canzoni, "non sarebbe pronto ad accogliere un nuovo Fabrizio". E infine, con un pizzico d'emozione, "quello che vorrei dire a mio padre, se lo incontrassi".

 

Cristiano De André, da anni dà voce alle canzoni di suo padre Fabrizio. Parliamo di un prisma a tre facce: figlio, custode della memoria e interprete, qual è il punto d'incontro?

 

Diciamo che mi sento un po' tutte e tre le cose. Portare mio padre oggi sul palcoscenico ha una grandissima valenza dal momento che è stato uno dei più grandi poeti del Novecento: la sua arte è fuori dal tempo e parla a qualsiasi generazione, anche ai più giovani. Possiamo dire che è riuscito a dare delle risposte alle loro domande esistenziali, diventando un punto di riferimento proprio in quanto grande umanista, e persona che ha sempre pensato in primis agli altri. Ha sempre cercato, ed era convinto, di trovare un modo per vivere senza dolore e ci ha insegnato soprattutto che non ci sono poteri buoni e che solo l'amore, la compassione e il riconoscersi nei più deboli possono “salvare” l'uomo e di conseguenza il mondo.

 

In quei capolavori c'è, inevitabilmente, anche tanto del suo percorso di vita.

 

Chiaramente, rivedendo gli arrangiamenti e dando un nuovo vestito alle canzoni, ci ho messo qualcosa di mio e le canzoni le sento dentro di me. A questo si aggiunge il fatto che molte le ho viste nascere stando vicino a mio padre che le scriveva. Ero lì mentre nascevano e fanno, come diceva lei, parte della mia vita: per questo ogni volta mi rimandano ad un ricordo o a un frangente. Poi bisogna dire che l'opera di mio padre ha toccato tanti argomenti utili per noi, e in ogni sua canzone ci fornisce delle indicazioni su come, mi passi l'espressione, venire a capo della vita. Penso però una cosa: bisognerebbe non solo condividere le sue parole, ma far coincidere quest'affinità con atti quotidiani e concreti, facendo tesoro del suo messaggio. Penso che lui volesse questo, e non solo essere apprezzato. Insomma, che la fatica che ha fatto lasciasse un segno nel mondo.

 

Una domanda personale: c'è una canzone che la tocca più di altre?

 

Inevitabilmente “Verranno a chiederti del nostro amore”: mio padre la dedicò a mia madre e una mattina all'alba gliela fece sentire. Quel giorno io mi svegliai e vidi lei con il viso solcato dalle lacrime mentre la ascoltava,  per questo è una canzone che sento profondamente. Poi le dico anche “Amico Fragile” perché anch'io tante volte mi sono sentito fragile come lui. Però penso che sia difficile ridurre mio padre solo ad alcune canzoni, e tutte quelle che porto sul palcoscenico mi toccano particolarmente.

 

Parlando della sua vita, quando ha capito che voleva fare questo mestiere? E suo padre come la prese?

 

L'ho compreso subito, fin da ragazzino: a dodici anni suonavo già la chitarra e per me la musica era tutto, la sentivo nel sangue. Mio padre però non se ne accorse subito e credo fosse convinto che si trattasse di uno sfizio, o di un desiderio di emulazione nei suoi confronti: io volevo che mi iscrivesse al conservatorio, lui invece non voleva. Forse anche per proteggermi dal confronto inevitabile che avrei avuto con lui: abbiamo avuto, se così si può dire, un battibecco durato anni. Alla fine ho vinto io, perché forse avevo la testa più dura della sua. Questo confronto è stato presente sempre, e a tratti è stato molto doloroso: ho preferito però seguire la mia strada. Ad un certo punto mi disse: “Perché non fai il veterinario?”, però so che lo avessi ascoltato mi sarei trovato a fare qualcosa che non mi rappresentava, e mi sarei pentito.

 

“Ho scritto tanto contro la guerra, ma non è servito a niente”. Sono parole di suo padre, e gliele disse durante l'ultimo tour: si è mai chiesto cosa penserebbe, e scriverebbe, guardando al presente che viviamo?

 

Sì, me lo sono chiesto. Credo che lui avesse già previsto tutto, penso al suo ultimo disco “Anime Salve”. Oggi probabilmente Fabrizio resterebbe in silenzio, un po' come sta facendo Francesco De Gregori, aspettando magari un momento propizio per dire qualcosa. Faccio una riflessione, riavvolgendo il nastro: pensando alla politica che si insediò a metà anni Ottanta, non potevamo aspettarci un momento storico diverso da quello che viviamo e all'insegna di un grandissimo abbassamento culturale. Oggi viene da chiedersi quale sia il linguaggio più adatto per spiegarsi e mio padre voleva sempre andare avanti e trovare nuove soluzioni: quindi le dico, è un pensiero forte, che forse ha avuto la fortuna di andarsene prima di vivere questi tempi in cui sarebbe stato, credo, molto depresso.

 

Abbiamo parlato degli insegnamenti che suo padre ci avrebbe voluto lasciare, e poi del mondo che viviamo. Sorge una domanda: molti lo citano e lo cantano, cosa non abbiamo capito di quello che ci voleva dire?  

 

Il primo pensiero? Penso a Matteo Salvini che ha ricordato mio padre con "Il Pescatore". Per rispondere alla sua domanda penso basti dire che lui penso abbia compreso solo il "La-la-la-la, la-la, la-la" della canzone, e null'altro. Così come molti altri che si riempiono la bocca delle sue parole senza aver capito davvero la sua essenza. Però ci sono anche persone che lo hanno capito, e che lo ricordano con affetto e con amore, e questo davvero mi fa piacere. Mi piace meno chi lo fa per altri motivi, diciamo più futili.

 

Raccogliamo l'assist, suo padre fu voce degli ultimi, dei più fragili, dei dimenticati: cosa porta con sé di quel senso, mi permetta di definirlo così, civico?

 

Come figlio ho assorbito e interiorizzato quel pensiero e quelle tematiche: io stesso, nelle canzoni, ho raccontato gli ultimi, come ad esempio quei lavoratori che non vengono considerati dal potere. Mi sento, diciamo, anarchico come mio padre e non riesco in alcun modo a tollerare il potere e i suoi terribili soprusi.

 

Apriamo il cassetto dei ricordi. Siamo nel 1975 e suo padre sta lavorando con Francesco De Gregori all'album "Vol. 8", che contiene la bellissima "Oceano". Possiamo dire, con un sorriso, che è "colpa" sua se quella canzone è nata.

 

Esatto, e ricordo benissimo quei giorni in cui Francesco De Gregori era a casa nostra in Sardegna che lavorava con mio padre. Io continuavo a chiedergli insistentemente: "Perché Alice guarda i gatti". Ecco, alla fine la risposta arrivò con quel brano: lì per lì capii ancora meno (sorride, ndr), ma col passare del tempo mi resi conto di quanto fosse "eccessiva" la mia domanda. 

 

E proprio quella collaborazione fu un momento importante per il percorso artistico di suo padre.

Parto dal personale, ricordo che Francesco De Gregori mi affascinò fin da bambino perché, probabilmente, era molto più vicino alla mia generazione che a quella di mio padre: prima di incontrarlo era infatti molto più lirico, ma poi arrivò la ventata ermetica e dylaniana di Francesco che ebbe un'influenza. Poi comunque l'evoluzione è nota, con il linguaggio di Fabrizio che si posizionò su livelli talmente alti da diventare un capostipite.

 

Torniamo al presente, una curiosità: ci parli di quei frammenti e appunti che suo padre ha lasciato e che non sono diventati canzoni. Ha mai pensato di metterci mano?

 

Sì è vero, esistono degli appunti di mio padre: negli ultimi tempi voleva lavorare a un album di Notturni. Lui ha collaborato a quel tempo con Oliviero Malaspina, che è stato anche mio coautore e che purtroppo ci ha lasciato poco tempo fa, e come le dicevo restano questi frammenti, ma è troppo poco materiale da riuscire a creare qualcosa. Poi va detto che la sua scrittura era ineguagliabile: non credo quindi di essere all'altezza di farlo e penso che nessuno lo sia. Forse l'unico poteva essere Malaspina stesso, ma ora non c'è più.

 

Parliamo del Cristiano De André autore. Il suo ultimo album di inediti è ormai lontano nel tempo, sta lavorando a qualcosa?

 

Si, sto scrivendo delle cose nuove e ho un po' di canzoni: ho pensato anche di presentare qualcosa a Sanremo 2026, però non ci siamo riusciti. Punto all'anno prossimo, quando il disco sarà più affinato e ci metterò tutto l'impegno necessario.

 

Può anticiparci qualcosa sulle tematiche e i contenuti?

 

Guardi, voglio prima fare una riflessione: credo che ormai sia stato detto tutto e con dei linguaggi altissimi, ed è davvero difficile scrivere qualcosa di nuovo. Come le dicevo, penso che anche mio padre oggi avrebbe difficoltà nel raccontare certi orrori a cui assistiamo: pensavamo di esserceli lasciati alle spalle e invece si sono ripresentati in questo nuovo ordine mondiale che subiamo. Parliamo di qualcosa di devastante, che non può che creare sconforto. Detto questo, l'obiettivo non è seguire questo mood: vorrei che fosse un disco di canzoni "scorrevoli", senza dove per forza affrontare dei temi da cui non se ne viene fuori. Ripeto la frase di Fabrizio di cui parlavamo poc'anzi: "Ho scritto tanto contro la guerra, gli emarginazioni, per i più deboli e non è servito a niente", proviamo quindi a immaginare cosa penserebbe oggi.

 

Dopo questa riflessione viene spontanea una domanda: lei crede davvero che questa contemporaneità non sia pronta ad accogliere un nuovo Fabrizio De André, o comunque un autore capace di trasmettere parole in musica sotto il segno di un marcato senso di responsabilità?

 

In questo momento storico penso proprio di no anche se, come dicevamo prima, mio padre continua ad essere ascoltato e celebrato anche dai più giovani. Questo perché parliamo di una fascia ristretta, e mi spiego: non potrebbe parlare certo ad un pubblico come quello che ascolta un certo tipo di Trap, o altri generi "vuoti", che sono invece la maggioranza delle persone.

 

Un ultimo pensiero, prima di salutarla: c'è qualcosa che il Cristiano De André del 2026 vorrebbe dire a suo padre Fabrizio?

 

Gli direi semplicemente che avrei solo voluto che ci fossimo abbracciati di più, e non solo in quell'ultimo tour: avevamo ritrovato un'armonia fantastica, e sarebbe stato bello che fosse arrivata prima. Alla fine, glielo confesso, ci volevamo davvero un gran bene.

 

*Il tour di Cristiano de André, prodotto e organizzato da Trident Music, partirà il 10 aprile al Teatro Rossini di Civitanova Marche, per approdare poi a Trieste (14/04), Lugano (16/4), Cremona (17/4), Bergamo (19/4), Trento (21/4), Busto Arsizio (22/4), Napoli (21/5), Bari (22/5) e chiudersi il 26 giugno al Teatro Romano di Fiesole.

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