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Fedrigoni: “20% della forza lavoro in esubero e stop al ciclo continuo”. I sindacati: “L’azienda non ha mai accennato a difficoltà”

La decisione è arrivata come un fulmine a ciel sereno cogliendo di sorpresa operai e sindacati che adesso vogliono vederci chiaro. La proprietà infatti ha annunciato che nello stabilimento di Varone ci sono 30 esuberi, inoltre dal prossimo gennaio gli operai si troveranno oltre 300 euro in meno in busta paga

Di Tiziano Grottolo - 21 novembre 2019 - 12:12

RIVA DEL GARDA. Quando si cita il nome Fedrigoni è impossibile non pensare alle cartiere con sede a Verona, con diversi stabilimenti sparsi per il Trentino, Scurelle, Arco e quello di Varone una frazione di Riva del Garda. Non più un marchio di fabbrica italiano però dal momento che nel 2018 la famiglia proprietaria aveva ceduto il gruppo Fedrigoni al grande fondo internazionale Bain Capital, società statunitense di investimento con sede a Boston. Negli anni ci si è abituati a parlare di un gruppo in salute passato quasi indenne, seppur con degli aggiustamenti, attraverso la crisi del 2009, tanto che tra il 2018 e l’inizio del 2019 il fatturato era dato in crescita. In numeri assoluti nel 2018 il fatturato ha raggiunto 1.181,5 milioni di euro contro i 1.169,6 del 2017, quasi 12 milioni in più.

 

Forse però qualche scricchiolio lo si poteva sentire sull’adjusted ebitda del 2018 (l’utile lordo rettificato dalle voci straordinarie, calcolato senza contare interessi, tasse e ammortamenti), in leggera diminuzione da 149,8 a 137,1 milioni, “questo per effetto della riduzione della richiesta di cartamoneta, solo parzialmente compensata dallo sviluppo degli altri settori, e del notevole aumento del costo della cellulosa, che ha contratto i margini nel breve periodo ed è in corso di correzione”, spiegava l’azienda. Ma va comunque ricordato come nel primo trimestre di quest’anno i ricavi totali fossero passati dai 277,3 milioni di fine marzo 2018 a 301,4 (24 milioni in più, pari all’8,7%), mentre l’adjusted ebitda fosse cresciuto da 32,2 a 37,9 milioni.

 

Il quadro dipinto dalla proprietà infatti parlava comunque di “buoni risultati economico-finanziari” e lo stesso amministratore delegato Marco Nespolo asseriva: “Nel mercato della carta, dove la maggior parte dei player è stabile o in decrescita ci posizioniamo in segmenti ad alto valore aggiunto e in nicchie molto attrattive. Pertanto – spiegava Nespolo – le prospettive sono buone e i risultati del primo trimestre ci danno ragione – e ancora – chiaramente le nostre ambizioni vanno oltre: dalla fine del 2018 stiamo sviluppando notevolmente il management team, portando a bordo competenze anche mutuate da altri settori e profili internazionali per completare un know-how già molto robusto”.

 

Ma quindi cos’è cambiato fra l’inizio di giungo (quando venne diffuso questo comunicato) e novembre, quando l’azienda ha comunicato alle rappresentanze sindacali unitarie dello stabilimento di Varone un esubero di 30 operai e lo stop forzato del ciclo continuo che in busta paga si traduce in un ammanco compreso fra i 300 e i 400 euro mensili. Dunque, dei 152 lavoratori dello stabilimento di Varone, 30 sarebbero in di più, pari al 20% mentre gli altri si vedranno decurtare lo stipendio visto che il ciclo continuo verrà sospeso già a partire dal prossimo gennaio.

 

Le rappresentanze sindacali si dicono sconcertate, in primo luogo perché la proprietà non aveva mai paventato difficoltà, “l’unica cosa che ci era stato detto nell’assemblea annuale – spiega Lorenzo Pomini della Cisl – è che in autunno si sarebbero fatte delle valutazioni per capire l’andamento del mercato ma non si era mai parlato di crisi. Ad esempio da quello che sappiamo lo stabilimento di Arco ha già garantiti produzione e turni per tutto l’anno prossimo”, precisa il sindacalista.

 

L’annuncio della proprietà americana infatti è arrivato come un fulmine a ciel sereno, comunicato alle Rsu in un incontro dove si sarebbe dovuto discutere il calendario dei prossimi mesi. Ovviamente i sindacati sono stati presi in contropiede: nei prossimi giorni infatti si sarebbero dovuto tenere delle assemblee per presentare la piattaforma del rinnovo del contratto nazionale ma con ogni probabilità l’argomento della discussione si sposterà su questa notizia. “Abbiam chiesto un incontro urgente, dobbiamo capire quali sono i motivi alla base di questa decisione, e comprendere se ci sono fattori legati al mercato, piuttosto che a un calo di produzione o a scelte di politica aziendale”, afferma Pomini.  Domande che per il momento rimangono senza risposta, anche se viene ventilata l’ipotesi di prepensionamenti e trasferimenti in altri stabilimenti produttivi.

 

Da parte loro Cgil, Cisl e Uil intendo coinvolgere anche le strutture nazionali perché l’obiettivo è quello di salvaguardare i posti di lavoro e la produzione e in tal senso annunciano: “Non escludiamo azioni di lotta e mobilitazioni”. Il gruppo Fedrigoni, colosso da 3000 dipendenti resta fermo sulle sue posizioni anche se con queste cifre stupisce la scelta di voler tagliare una trentina di dipendenti di punto in bianco, soprattutto perché nei mesi scorsi, per quanto riguarda i due stabilimenti altogardesani, si era vociferato persino di nuovi investimenti come il lancio di alcune linee di carte naturali ed ecologiche, parole che alla luce dei recenti fatti suoneranno come una presa in giro nelle orecchie degli operai.

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