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Coronavirus, mancano i braccianti: Coldiretti cerca lavoratori in Romania. Piemonte e Veneto guardano ai migranti

La forza lavoro straniera impiegata nei campi trentini rappresenta il 75% del totale e con l’emergenza covid-19 potrebbero mancare 12mila braccianti, per questo Coldiretti sta cercando di stringere accordi con gli stati che “fornivano” la manodopera. Barbacovi: “Importante aprire un canale di collaborazione con la Romania”

Di Tiziano Grottolo - 11 aprile 2020 - 11:42

TRENTO. L’agricoltura italiana, così come quella trentina, dipendono fortemente dalla presenza di oltre 370mila braccianti stranieri che ogni hanno lavorano nei campi per raccogliere i frutti del “made in Italy”. In Trentino rappresentano circa il 75% della forza lavoro totale (i rumeni sono il gruppo più rappresentato) e secondo i calcoli dei sindacati, a causa dell’emergenza coronavirus, per la prossima stagione potrebbero mancare 12mila braccianti. Sindacati che per affrontare la crisi hanno elaborato una loro proposta (QUI articolo).

 

Con l’emergere della crisi anche Coldiretti è corsa ai ripari cercando di aprire canali diretti con gli stati che “fornivano” la manodopera. Nei giorni scorsi il presidente della sezione trentina, Gianluca Barbacovi, aveva evidenziato come il blocco delle frontiere determinato dalle misure restrittive legate alla diffusione del coronavirus avesse fatto venire meno la presenza di tutta la manodopera straniera.

 

Per questo motivo lo stesso Barbacovi ritiene sia “di assoluta importanza” l’iniziativa intrapresa da Coldiretti a livello nazionale di aprire un canale di collaborazione con la Romania rispetto ai lavoratori stagionali per l'agricoltura. L'obiettivo dei contatti bilaterali avviati tra il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, e l'ambasciatore romeno, George Bologan, è quello di favorire il coinvolgimento in agricoltura dei cittadini rumeni e di avviare una capillare campagna di informazione sulle garanzie di sicurezza e di protezione dei diritti offerte dalle aziende agricole. “Tutto nel rispetto delle misure per la tutela della salute dei lavoratori, prioritario nel contesto della pandemia causata dal coronavirus”, spiega in un comunicato Coldiretti.

 

Ovviamente al centro della discussione ci sono stati gli standard di sicurezza: “La collaborazione è stata avviata sulla base di una visione condivisa rispetto alla difesa dei diritti dei lavoratori, all’applicazione delle necessarie misure di tutela per la salute degli stagionali e alla necessità di dare continuità ad una collaborazione ottima dal punto di vista economico ed occupazionale per entrambi i paesi” si legge nello stesso comunicato. Secondo Coldiretti il canale di collaborazione aperto “permetterà di avviare un rapporto virtuoso e rinnovare quella cooperazione e amicizia che da sempre caratterizza i rapporti fra i nostri paesi”.

 

Se in Trentino si guarda verso l'estero, Piemonte e Veneto cercano la manodopera in casa, in particolare nei centri d'accoglienza. In Piemonte ad esempio, l’associazione degli Agricoltori italiani di Asti (Cia) ha stretto un accordo con l’associazione Piam all’interno del perimetro del progetto Moi (che si occupa dell’inclusione di profughi e rifugiati) per coinvolgere i migranti nella raccolta stagionale nei campi e nei vigneti. “L’obiettivo è superare la carenza di manodopera in campagna, offrendo una soluzione concreta per le aziende”, sostiene la Cia.

 

Anche la Regione Veneto si sta muovendo nella stessa direzione: “Le organizzazioni agricole del Veneto stimano un fabbisogno di circa 5 mila lavoratori stagionali per la raccolta in queste settimane di fragole, asparagi e primizie e per i trapianti per le colture estive”, sottolinea l’assessore all’agricoltura veneto Giuseppe Pan. L’idea è quella di attingere alle liste dei disoccupati e inoccupati iscritti ai centri per l'impiego, e di proporre a queste persone un'opportunità di lavoro nelle aziende del territorio: “Ci stiamo già confrontando con Veneto Lavoro e con i responsabili dei centri per l'impiego – dichiara Pan – al fine di proporre un accordo-quadro che faciliti il ricorso a questi lavoratori nel pieno rispetto dei requisiti di sicurezza e con la garanzia di poter fornire i dispositivi di prevenzione individuale, nonché della necessaria formazione prima dell’avvio alle attività agricole”.

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