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Il Veneto tenta “la furbata” e inventa il Prosecco Rosé, così alcune cantine proveranno a reinventarsi dopo il lockdown

Il vino non trasmette assolutamente il virus, ma il covid-19 sta drasticamente minando il consumo di bevande alcoliche. I produttori soffrono, spumantisti compresi, mentre il Prosecco si fa rosa, insidiando pure il Trento DOC. Ansie, strategie di mercato e promozioni. Il tutto per ripartire e farlo in sicurezza

Di Nereo Pederzolli - 22 maggio 2020 - 20:50

TRENTO. Crollo dei consumi per questioni varie, tra ingiustificate paure (anche tra le sicure pareti di casa) difficoltà negli acquisti tra enoteche e supermarket, mentre il servizio a domicilio stenta a risollevare il fatturato, questo il quadro del mercato vinicolo ai tempi del coronavirus. Il crollo dei consumi è sostanzialmente legato alla chiusura di bar, osterie e ristoranti. Si ‘salvano’ per così dire i grandi gruppi enologici, quelli che puntano prevalentemente sulla GDO con vini a prezzi popolari e di facile reperibilità e altrettanta ‘forza’ d’immagine. Per tanti (tutti) i piccoli interpreti del buon bere è un tracollo.

 

C’è chi, come nella Piana Rotaliana, dove il suo Teroldego ha sbaragliato ogni competizione internazionale, denuncia un calo del fatturato del 99.75%. Proprio così, negli ultimi 80 giorni c’è chi ha venduto solo qualche decina di bottiglie ai rari che sono riusciti a fermarsi in cantina. Neppure la vendita sulle varie piattaforme dell’e-commerce ha visto incrementare le spedizioni dalla ‘casa madre’, in quanto gran parte dei vini destinati a questa distribuzione smart erano già stati consegnati. Una situazione per certi versi drammatica.

 

Crollo dei consumi vinari e tra le varie tipologie, decisamente in crisi pure le ‘bollicine’. In Francia ancor più che in Italia. Un meno che sfiora il 90% tra le blasonate ‘maison’ d’Oltralpe. Ben 150 milioni di bottiglie in meno nei primi tre mesi 2020. Per riprendersi, sostengono i francesi, ci vorranno quasi 10 anni. Ma tra le Dolomiti come vanno le cose? Il Trento DOC aveva appena chiuso un 2019 in gran spolvero. Crescita nei consumi e sui mercati, nonostante incertezze Brexit e l’insidia ‘prosecchista’. Trump aveva salvato l’Italia del vino, attaccando i francesi. Poi la pandemia. Che non ha risparmiato nessuno enologicamente parlando. Specialmente i consumatori che nella briosità dello spumante, la gioia dell’effervescenza, facevano festa nella convivialità. In casa, ma soprattutto nei luoghi deputati al cibo.

 

Tra marzo e fine aprile il calo è stato attorno al 70%. Lo registrano i marchi più affermati, quelli che hanno dalla loro parte sia la qualità che una potente rete distributiva, in grado di soddisfare tutte le fasce (e prezzo) del mercato. Stesso discorso per l’export. Lo ha ribadito Matteo Lunelli, il manager di Casa Ferrari, in una recente intervista radiofonica: come ripartire e far meglio dei ‘cugini’ dello champagne? “All’estero abbiamo tratto vantaggio da un posizionamento più basso, anche nel prezzo. È vero che reggiamo bene ma è vero anche che i consumi degli ultimi mesi sono stati concentrati sulle fasce basse di prezzo, tanto è vero che la Francia ha sofferto molto sullo Champagne. Spero non sia solo questo, ma incide. Credo che la sfida italiana sia cercare un continuo posizionamento verso l’alto. Non dobbiamo essere produttori di vino low cost, ma orgogliosi di proporre l’eccellenza”.

 

Sulla stessa frequenza la cinquantina di cantine che puntano sul Trento DOC. Anche se, tolte le quattro aziende ‘da grandi numeri’ Ferrari, Cavit, Mezzocorona e Cesarini Sforza, quasi tutte sono davvero ‘in quarantena’ commerciale. Dovranno rivedere il ritmo delle cosiddette ‘sboccature’, privilegiando ulteriore ‘permanenza sui lieviti’, aumentare il periodo d’affinamento dei vini, per elevare ulteriormente il fascino dei loro briosi. E ancora: puntare sulle ‘mezze bottiglie’ vale a dire consentire al consumatore di stappare e brindare solo con 375 centilitri di spumante. Piccole bottiglie in formato, per feste altrettanto dimezzate. Destinate a quanti ancora non hanno superato le ansie del covid e non riescono a ‘scolare’ durante un pasto in famiglia, ma pure al ristorante, una normale bottiglia di vino brioso, sprecando la vivacità delle bollicine.

 

Tutti sperano in una giusta ripartenza. Le aziende hanno concesso aiuto finanziario, pagamenti dilazionati ai loro clienti più autorevoli. Chiedono mirate azioni di supporto nelle comunicazioni e marketing a vari livelli. Provinciale e governativo. Tutto questo mentre il Prosecco tenta la carta del rosè. Ieri è stata approvata, all'unanimità, dal Comitato Nazionale Vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, la proposta di modifica del disciplinare di produzione della Doc Prosecco che prevede l'introduzione della tipologia Rosé. Via libera dunque al Prosecco Rosato, ottenuto con l’85% di uve bianche varietà Glera e l’aggiunta di un 15% di Pinot nero.

 

Una ‘furbata’, per molti puristi delle ‘bollicine d’autore’. Con una domanda: dove troveranno il Pinot nero, uva preziosa che matura solo in collina e non verso le spiagge adriatiche? L’autorizzazione era attesa dai prosecchisti da oltre 6 anni. Grande soddisfazione tra le cantine in grado di proporlo già nei prossimi mesi, ‘mixando’ con vino rosso le enormi partite di bianco ancora in autoclave. Per una competizione commerciale che sarà giocata sui numeri piuttosto che sulla qualità e il fascino, prerogative – bisogna dirlo – proprie di spumanti classici come il Trento DOC. Anche in formato ‘mezze bottiglie’.

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