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Dalla ''scomparsa'' di uve simbolo del territorio (schiava, marzemino e nosiola) agli scandalosi vigneti con pali di cemento. Il vino trentino guarda al futuro

Il Bilancio di sostenibilità 2021 presentato nel fascinoso parterre del MUSE dal Consorzio Vini del Trentino ha portato all'attenzione tanti spunti per un vino trentino che punta sempre più sull'ecocompatibilità ma fatica ad imporsi tra i prodotti nazionali e internazionali se si esce dal fascino sempre più accattivante dello spumante classico Trento DOC

Di Nereo Pederzolli - 21 giugno 2022 - 15:08

TRENTO. Scenografico, pure musicale, certamente minuzioso il Bilancio di sostenibilità 2021 presentato nel fascinoso parterre del MUSE dal Consorzio Vini del Trentino. Tanti i dati, altrettanti gli spunti per esaltare i valori di un Trentino vitivinicolo improntato a pratiche colturali sempre più ecocompatibili. Un comparto che associa 91 aziende, 15 cantine cooperative, 6 mila viticoltori e oltre 10 mila ettari vitati dai quali si vendemmiano quasi 1 milione e 200 mila quintali di uve assolutamente DOC. Trasformate in vino consentono ricavi attorno al mezzo miliardo di euro. Vendemmie tutto sommato parche, che spingono diversi ‘colossi enologici’ ad acquistare uva extraterritoriale, per raggiungere faraonici fatturati aziendali.

 

Sostenibilità è la parola scandita a ripetizione da tutti i relatori, divagando su concetti sociali, economici e ambientali, spesso senza badare troppo al senso stesso della parola ‘sostenibile’, intesa come azione ‘da far durare più a lungo possibile’. Per il bene di tutti. Presentazione plateale, con tanto di regia e fascinose immagini proiettate per esaltare il concetto stesso di eno sostenibilità. Con i dirigenti del Consorzio che hanno minuziosamente citato ogni riscontro. Dai 5.673 controlli documentali per certificare l’80% della superficie vitata in merito all’uso di fitofarmaci. Sostanze queste ad alto margine di sicurezza, utilizzate con scrupolo e competenza praticamente da tutti i ‘custodi della vite’.

 

Lo certificano i 112mila controlli sul vino pari a quasi 900 mila ettolitri, con una percentuale di non conformità che sfiora lo zero assoluto (0, 009%). Tra analisi e una sequenza di dati, non sono mancate le performances dei Glasses up Quartet, ritmo jazz e sonorità mirate a rendere le ‘tabelle’ più emozionanti, senza insistere sullo slogan istituzionale ‘Bianchi, rossi e soprattutto green’ che campeggiava sul padiglione di Vinitaly. Torniamo al convegno. Con divagazioni in merito alla ricerca, l’innovazione tecnologica e una viticoltura (viti resistenti alle malattie) che rispetti l’habitat, ma anche il profitto e il capitale umano.

 

Innovare, la viticoltura di precisione, il legame con le varietà stanziali in un panorama viticolo trentino che vede il pinot grigio in netta espansione (quasi il 40%) davanti allo chardonnay ( 25%, destinato prevalentemente alla spumantistica ) con un ruolo sempre più esiguo di uve simbolo locale, mueller thurgau, teroldego, per giungere ad appena il 2% di schiava, marzemino, mentre la caratteristica nosiola si ferma all’irrisorio 0,3%. Dati significativi, che forse non giovano ai concetti più sinceri di ‘territorio trentino’.

 

Questioni legate alla pressante richiesta di vini di stampo internazionale (il pinot grigio su tutti) che garantiscono giuste remunerazioni, esaltano (in parte) anche le sinergie tra business e sostenibilità economica, rischiando però la banalizzazione di autentiche chicche enologiche marcatamente ‘local’. Vino trentino che - se scorporato dal fascino sempre più accattivante dello spumante classico Trento DOC (tutelato dal vivace marchio Trentodoc ) - certo non s’impone nei più selettivi concorsi enologici internazionali, neppure sulle ‘bibbie del vino’ edite in Italia. Solo una doverosa citazione: il San Leonardo dei Guerrieri Gonzaga, vino rosso trentino più blasonato, uno dei due più osannati d’Italia, non è un vino DOC; in contro etichetta compare l’indicazione IGT Dolomiti.

 

La diatriba e i campanilismi tra viticoltori delle cantine del Consorzio Vini e la congrega dei Vignaioli del Trentino (che sfruttano principalmente il rafforzativo Dolomiti al posto della DOC Trentino) rischia ulteriormente di ridurre l'‘appeal’ al seppur buon nettare locale. Che fare? Difficile dare risposte precise.

 

Intanto le varie ‘anime’ del settore enoico stanno discutendo su come rivedere i disciplinari delle 5 DOC, alcune entrate in funzione nel lontano 1971. E ancora una volta bisognerà interrogarsi su come valorizzare l’identità territoriale delle singole colture, tutelare i siti vitati che scandiscono la storia e l’origine del vino trentino, ripensare pure certe forme d’allevamento della vite. Molti nuovi vigneti sono (scandaloso!) impostati ad una produzione industriale di uva, senza criteri scenografici, con stonature paesaggistiche (pali in cemento, doppie pergole con tiranti in alluminio che si stagliano su panorami dolomitici di rara bellezza) che nessun’altra zona viticola consentirebbe.

 

Nel Bilancio di sostenibilità si cita anche la questione ‘bellezza’. Tema più volte rilanciato nei convegni dei mesi scorsi sul Teroldego Rotaliano promossi da giovani cantinieri e operatori turistici rotaliani. La domanda di ‘bellezza del paesaggio vitato’ è in netta crescita, coniugata con altre peculiarità ambientali, tra gastronomia e pure lo sport. La PAT è decisa a promuovere l’enoturismo, coinvolgendo tutti i soggetti della filiera vino. Il marketing della bellezza può essere il rafforzativo più stimolante alla sostenibilità vitivinicola, diventare un investimento sul futuro, pure un modello virtuoso di sviluppo autenticamente ‘di territorio’.

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