Qualità della vita, Trento quinta in Italia ma 51esima per parità di genere. I sindacati: “Contesto sociale e occupazionale non favorevole alle donne”
Nella classifica stilata dal Sole 24 Ore negli ultimi giorni la Provincia di Trento, nonostante il quinto posto ottenuto a livello generale, si è piazzata 51esima per quanto riguarda l'indice di parità di genere: “Il dato non stupisce – scrivono Cgil, Cisl e Uil – ma non per questo può essere trascurato o tenuto in scarsa considerazione”

TRENTO. La Provincia di Trento è quinta a livello generale per qualità della vita secondo la recente analisi condivisa dal Sole 24 Ore (Qui Articolo), ma per quanto riguarda l'indice della parità di genere il Trentino si aggiudica il 51esimo posto in Italia, finendo tra le tre Province peggiori per quanto riguarda il numero di imprese femminili ogni 100 imprese registrate e per la percentuale di amministratori di impresa donna sul totale. “Trento – sottolineano infatti Cgil, Cisl e Uil – si conferma una delle Province italiane dove si vive meglio, eppure il contesto sociale e occupazionale non è favorevole alle donne. La classifica del Sole 24 Ore conferma infatti che le donne rappresentano uno dei segmenti deboli del mercato del lavoro”. Per le sigle sindacali, in definitiva, è necessario “investire in qualità per recuperare il gap occupazionale di donne e giovani”.
Il dato, ammettono infatti Maurizio Zabbeni (Cgil), Lorenzo Pomini (Cisl) e Walter Largher (Uil): “Non stupisce, ma non per questo può essere trascurato o tenuto in scarsa considerazione visto che la ridotta partecipazione della popolazione femminile al mercato del lavoro non solo incide negativamente in termini di superamento delle diseguaglianze di genere, ma ha riflessi non trascurabili anche sui livelli di produttività del nostro tessuto economico. Il tema è essere disposti ad andare oltre la diagnosi perché il problema è noto così come sono note le strade che potrebbero favorire una maggiore occupazione femminile. Poco si è investito però per passare dalle enunciazioni di principio ai fatti”.
Per favorire l'occupazione femminile in primo luogo, dicono i sindacati, bisogna investire con maggiore convinzione e più risorse sui servizi di conciliazione: “Aumentare i servizi per la prima infanzia, renderli più flessibili e diffusi capillarmente su tutto il territorio aiuterebbe molte neo mamme a non rinunciare ad un lavoro. Per questa ragione restiamo convinti che tutte le misure a sostegno delle famiglie dovrebbero intrecciarsi con quelle che incentivano occupazione di donne e giovani. Si deve inoltre superare la logica dei bonus per puntare su misure strutturali”. C'è poi il tema del part time involontario: molte donne subiscono infatti contratti a tempo parziale con ricadute importanti anche sul piano delle retribuzioni.
“Il nodo vero – continuano i sindacalisti – emerso anche dall'analisi degli stati generali del lavoro, è il tema della qualità dell'occupazione, una questione che accomuna in negativo spesso donne e giovani che trovano occupazioni precarie, pagate in modo inadeguato rispetto alle competenze possedute; tutte condizioni che spingono questi segmenti ai margini del mercato del lavoro. Per questa ragione – concludono Zabbeni, Pomini e Largher – continuiamo a chiedere un cambio di paradigma nelle politiche di sostegno pubblico alle imprese per incentivare le realtà che offrono contratti stabili e che siano disposte, con la contrattazione di secondo livello, a migliorare la qualità del lavoro in termini di trattamento economico, ma anche di condizioni organizzative, di flessibilità, di conciliazione. Purtroppo poco si è fatto in questa direzione e le scelte della Provincia sulle misure di sostegno alle imprese vanno nella direzione opposta, senza nessun criterio selettivo. Ci si ferma, dunque, alla constatazione del problema, ma non si fanno passi avanti per costruire soluzioni”.












