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Belluno
21 aprile | 16:23

''La prima causa di predazione è la non conoscenza del lupo. Le soluzioni ci sono ma vanno calibrate sulle situazioni, l'allevatore deve ascoltarci e noi ascoltare lui''

Il Parco Dolomiti Bellunesi ha affidato a Fabio Dardora, tecnico faunistico specializzato in fauna selvatica e tra i fondatori della Wildlife Initiative, un incarico triennale di assistenza tecnica alla prevenzione: ''Io stesso mi trovo ad avere a che fare prima di tutto con paure, ansie e delusioni. Servono quindi formazione e informazione, però reciproche. Per esempio spesso fa notizia la presenza di lupi vicino alle case, come se non dovessero starci: in realtà il lupo va dove ci sono le prede, non ha altri vincoli e le sue prede cercano campi coltivati e prati''

FELTRE. “La gestione del conflitto tra allevamento zootecnico e lupo mi sta molto a cuore perché permette di tutelare il piccolo allevamento amatoriale, che garantisce la diversificazione ambientale. Tuttavia la prima causa di predazione è la non conoscenza del lupo: ci si affida spesso al sentito dire, ma di fatto rimane una materia poco conosciuta” afferma a Il Dolomiti Fabio Dartora, che si occuperà della gestione del conflitto tra grandi predatori e allevamenti per il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

 

Per il triennio 2025-2027, infatti, il Parco ha affidato un incarico di assistenza tecnica alla prevenzione a Dartora, tecnico faunistico specializzato in fauna selvatica e tra i fondatori della Wildlife Initiative. Il suo lavoro si muove su tre fronti: monitoraggio della fauna selvatica, miglioramenti ambientali e gestione dei conflitti tra le attività umane e la fauna stessa. Questo incarico è finalizzato a dare supporto tecnico agli allevatori nell’utilizzo di sistemi di prevenzione che abbassano il rischio di predazione.

 

“Il piccolo allevatore - prosegue Dartora - garantisce la diversificazione ambientale perché mantiene il prato falciato e pascolato, generando una serie di beni comuni come la conservazione del paesaggio e dell’habitat, oltre al mantenimento di razze locali. Deve però affrontare allo stesso tempo una serie di oneri burocratici e spesso fa più lavori per mantenersi, quindi l’arrivo del lupo può rappresentare un’ulteriore sfida. Introdurre gli strumenti di prevenzione idonei permette di gestire una situazione che altrimenti avrebbe un rischio maggiore, ma non basta: ci vogliono delle accortezze, come garantire una manutenzione costante e non abbassare mai la guardia. Intervenire è comunque un lavoro difficile, perché spesso c’è la convinzione che il tecnico offra soluzioni definitive. Ogni situazione, invece, ha le sue caratteristiche, di territorio e di gestione degli animali, quindi va valutata singolarmente per trovare quella più adatta”.

 

L’incarico durerà tre anni, arco di tempo che permetterà al tecnico di costruire strategie di prevenzione a lungo termine. La consulenza sarà rivolta ai professionisti interni al Parco ma soprattutto agli allevatori amatoriali delle aree limitrofe, presenti in numero elevato.

 

“Con gli allevatori si parla molto della biologia del lupo, cosa ci si può aspettare, perché si muove in un certo modo. Spesso - aggiunge Dartora - fa notizia la sua presenza vicino alle case, come se non dovesse starci: in realtà il lupo va dove ci sono le prede, non ha altri vincoli. E le prede, in particolare cervi e caprioli, si trovano sugli ultimi prati rimasti, cioè attorno alle case. Con lo spopolamento della montagna, infatti, c’è stato un aumento del bosco e della naturalità, mentre scendendo a valle si trovano campi coltivati, piccoli appezzamenti, sfalci per i bovini: questa diversificazione attira gli ungulati e, di conseguenza, i predatori. Tuttavia il lupo gode di una brutta reputazione e il suo arrivo, che è stato spontaneo, ha determinato un conflitto, legato a reazioni emotive che esulano dalla faunistica. Io stesso mi trovo ad avere a che fare prima di tutto con paure, ansie e delusioni. Servono quindi formazione e informazione, però reciproche: io ti spiego cos’è il lupo, tu mi spieghi la tua esperienza di allevatore e, insieme, basandoci sulla morfologia del territorio, troviamo una quadra”.

 

Per la Confederazione agricoltori di Belluno la situazione è ormai fuori controllo e mancano anzitutto dati completi e aggiornati. Aspetto sul quale concordano le associazioni animaliste: è una priorità anche per la gestione del conflitto?

 

Servono sicuramente dati trasparenti e chiari - conclude Dartora - e una volontà politica che li voglia, ma sia in Regione che in Provincia si è fatto molto. Tuttavia, prima del numero di esemplari, bisogna capire che il lupo fa parte del panorama faunistico come gli altri animali e quando costruisci un allevamento, un’azienda agricola o un orto, lo fai in un contesto ambientale ben preciso, nel quale vivono esseri viventi che prima o poi interagiscono con noi. La fauna selvatica rimane purtroppo una materia sconosciuta e poco sentita, della quale bisognerebbe invece avere più coscienza a livello scientifico. Inoltre: siamo disposti a spostare la nostra priorità su di essa? Con gli animali domestici abbiamo delle priorità, mentre la prevenzione con i selvatici non lo è perché non ci vogliamo occupare di animali non nostri. Dobbiamo invece metterla al centro sia per le predazioni sia per i danni da fauna selvatica in generale, ad esempio nelle coltivazioni. Purtroppo spesso non siamo disposti a farlo perché culturalmente non preparati. Eppure è l’unica via: l’abbattimento indiscriminato non risolve il problema dei piccoli allevamenti. Inoltre il branco è complesso e non dovrebbe essere destabilizzato: la forza del gruppo spinge i lupi a cacciare animali più grossi, come i cervi, mentre gli esemplari indeboliti dagli spari potrebbero più facilmente orientarsi sugli animali da reddito. Insomma, non dobbiamo vedere noi e loro, ma ragionare su un tutti insieme che incidiamo sullo stesso territorio che facciamo cose diverse e dobbiamo imparare a convivere”.

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