"Un grido straziante, poi il silenzio e la paura che fosse morto", l'appiglio si sgretola e un alpinista precipita nel vuoto: "Così il gancio baricentrico salvò due vite"
Il racconto è quello di Fabio Bristot, membro del Soccorso alpino che narra una vicenda legata a Gianni e Mauro, alpinisti esperti che sulla via del Beato (Dolomiti Bellunesi) rischiarono il peggio: "Era il 1984. Così quel giorno vennero salvati con una tecnica mai utilizzata prima"

BELLUNO. Un'escursione in quota sulle Dolomiti Bellunesi ha rischiato di trasformarsi in tragedia. A raccontare la vicenda, che risale ormai a diversi anni fa, è Fabio Bristot, membro del Soccorso alpino, che ricorda una disavventura fortunatamente conclusasi con il migliore degli esiti.
Protagonisti dell'accaduto Gianni e Mauro, due alpinisti esperti che quel drammatico giorno avevano scelto di percorrere la via del Beato, un itinerario di difficoltà medio-alta aperto solo un paio di anni prima da Soro Dorotei e Fulcio Miari sulle Dolomiti Bellunesi.
Durante l'ascesa dei due, però, un appiglio si sgretolò e uno dei due precipitò nel vuoto sbattendo la colonna vertebrale sulle rocce. Un recupero, quello in seguito effettuato dai tecnici della stazione di Agordo del Soccorso alpino ricordato come "il primo in assoluto" effettuato con il gancio baricentrico (succedeva oltre 40 anni fa ndr).
Come detto, si tratta di un fatto di cronaca accaduto realmente il 15 luglio 1984 sulla via del Beato: "Va doverosamente segnalato - premette Bristot - che quell’attività di soccorso venne positivamente conclusa in poco tempo solo grazie alla straordinaria intuizione e capacità degli uomini del Soccorso alpino di Agordo che, con una manovra mai provata in Dolomiti, utilizzando 60 metri di gancio baricentrico dell’elicottero, riuscirono ad effettuare con notevole rapidità il recupero di Mauro sotto quelle rocce strapiombanti che, con altre procedure, come l’utilizzo del verricello, non sarebbero state possibili e, via terra, avrebbero allungato i tempi a dismisura".

RIPORTIAMO DI SEGUITO IL RACCONTO COMPLETO DELL'ACCADUTO
I primi tiri della via erano stati effettuati con estrema velocità. Ora era di nuovo il turno di Mauro che aveva iniziato ad arrampicare solo qualche anno prima, dopo essere passato per l’imprescindibile corso roccia tenuto dalla locale sezione Cai di Belluno. Un giovane promettente che aveva da subito colto lo spirito della montagna più autentica.
Mauro, seguito da Gianni, era partito con decisione, riuscendo prima a posizionare meglio la corda tra le gambe e aggredendo, in successione, le prime liste rocciose sul tratto più verticale, quasi aggettante della parete. Ad un tratto però accadde l’imprevedibile: un lieve, quasi impercettibile scricchiolio anticipò l’urlo rabbioso che pronunciò quando l’appiglio, sotto il carico della mano, si frantumò all’istante come un biscotto secco. Si sentì in tutta la parete il grido di Mauro indirizzato alla volta di Gianni di tenere la corda. Fu allora che Mauro tentò l’ultimo gesto razionale, oppure, secondo un’altra lettura, il gesto estremo ed istintivo per bloccare la caduta rovinosa verso il vuoto.
Era volato da un’altezza all'incirca di sei, sette metri dal primo rinvio. Seguì un tonfo con la schiena su una cengia larga poco più di un paio di spanne che ne assorbì il colpo iniziale: un urto di certo devastante per il costato e soprattutto per la colonna. Poi, Mauro, con una sorta di rimbalzo inanimato era ricaduto per altri tre, quattro metri, finalmente nel vuoto, andando a penzolare di peso nel baratro sconfinato che stava sotto.
Gianni, solo dopo quella sorta di rimbalzo anomalo, di un corpo che sembrava a questo punto esanime nelle fattezze, sentì finalmente le corde entrare in tiro. Gianni, facendosi coraggio, chiamò Mauro più volte con il cuore in gola, temendo che quella caduta e quell’urto così violento del dorso potesse essere stato letale per il suo compagno. Non ricevette inizialmente alcuna risposta. Lo chiamò più forte e, solo dopo pochi secondi, sentì provenire un fioco rantolio, alcune parole incomprensibili sfuggite dal dolore che gli stava pervadendo il capo e gran parte della schiena.
Nonostante questo stato del tutto comprensibile per quanto appena occorso, in pochi secondi di ragionata analisi aveva già deciso cosa fare per approntare una prima manovra finalizzata a raggiungere in completa sicurezza Mauro ed iniziare, una volta verificatone le reali condizioni, una serie di altre azioni in rapida successione. Gianni iniziò a gridare la sua richiesta di aiuto rivolto ai pendii sottostanti e alle quinte rocciose là attorno. Già poco dopo il secondo tentativo, un paio di persone erano state in grado di raccogliere quelle grida.
La chiamata di allarme, dopo due passaggi telefonici, arrivò al reperibile della Stazione del Soccorso alpino via radio, in quanto tutta la squadra era impegnata sin dalle prime ore del mattino con l’elicottero, in alcune fasi di addestramento e in alcune prove di carattere operativo piuttosto innovative nel gruppo della Civetta.
Il personale del soccorso alpino stava, infatti, verificando e testando la possibilità di effettuare dei recuperi simulati di alpinisti feriti o illesi, impiegando il gancio baricentrico dell’elicottero: quel dispositivo grazie al quale, nella comune prassi di lavoro aereo, venivano appesi materiali per il loro trasporto in quota o in zone non accessibili da altri mezzi. Diversamente dal solito, questa volta, al gancio baricentrico, tramite una corda di lunghezza variabile che poteva raggiungere i 60/70 o addirittura 100 metri in caso di bisogno, veniva collegata una cesta metallica contenente un soccorritore che, facendosi avvicinare dal pilota alla parete con una serie di ordini codificati, avrebbe provveduto al recupero dell’alpinista illeso o ferito che fosse. Una metodologia quella che si stava testando in quelle ore che avrebbe permesso, pur con l’evoluzione di quelle tecniche, recuperi lungo le vie più impegnative delle Dolomiti, anche sulle pareti più verticali e strapiombanti.
Stavano provando proprio questa tipologia operativa, con un recupero simulato di un alpinista volato sulla Torre di Trieste, lungo la Via Cassin, appena sopra la seconda cengia, quando l’elicottero venne richiamato alla piazzola di coordinamento posta al Pian de le Taie, slargo di ghiaia che si trova appena sotto il rifugio Vazzoler. Un ordine secco era stato dato al pilota e all’operatore del Soccorso alpino per rientrare immediatamente.
In poche decine di secondi, dalle pareti della Torre Trieste, l’elicottero era arrivato in zona. Effettuata una ricognizione veloce, una volta individuati i due alpinisti iniziò ad avvicinarsi alla parete. Con notevole abilità il pilota fece ancora qualche rotazione poco più in alto rispetto al punto in cui si trovavano i due alpinisti, anche se si trattava di manovra della quale Gianni non comprese appieno la motivazione. Poi, con il muso verso valle, l’elicottero, tra alcuni banchi di nebbia che si stavano pericolosamente addensando, si lanciò a capofitto verso la piazzola del rifugio, da poco allestita dalla stessa Stazione del Soccorso Alpino di Agordo.
Gianni e Mauro erano ancora lassù, fermi e da soli, senza capire il perché di quel ritorno a valle dell’elicottero, avvenuto tra le altre cose in modo così repentino quanto anche, forse, immotivato. Mauro stava soffrendo ed accusava un generico raffreddamento di tutto il corpo. Ad un tratto, quelle che erano state tutto sommato avvisaglie già piuttosto decise, circa l’entità delle precipitazioni in corso, ma non ancora così drammatiche da generare un forte timore, mutarono improvvisamente, con un segno inequivocabile e pericolosissimo. Un fulmine, con un boato assordante, era caduto poco più sopra rispetto alla posizione della cordata.
Il tremore per il freddo, ora decisamente intenso, aveva lasciato ampio spazio al terrore che altri fulmini potessero avere maggior precisione, ma non si poteva stare fermi, tanto più in questo frangente delicatissimo.
Gianni, rincuorando il compagno con parole di incitamento continuo a non mollare, procedeva calandosi assieme a lui decimetro di corda dopo decimetro immerso totalmente nella nebbia. Con lo stesso tempismo della nebbia che si era ora diradata del tutto, dando anche una certa clemenza psicologica alla coppia, si era rivisto l’elicottero decollare ed avanzare verso la Pala del Belia, dopo aver effettuato alcune volute circolari per portarsi velocemente in quota.
Un brivido lo scosse quando ebbe contezza definitiva di quello che stava avvenendo più in basso, ancora poco sopra il rifugio Carestiato: ad oltre cinquanta metri dalla pancia dell’elicottero erano state appese due persone attraverso una corda posizionata per l’appunto sul gancio baricentrico che le sosteneva in aria, associata ad un’altra corda di sicurezza fatta passare nella cellula dello stesso elicottero. Quel dispositivo di solito usato per il trasporto di materiale, stava ora trasportando due volontari del Soccorso alpino.
Dopo avere recuperato il ferito, l'elicottero era tornato sul posto per trarre in salvo Gianni con la stessa tecnica. Giunto in ospedale, a Mauro, al di là delle fastidiose ferite lacero contuse che erano i segni più evidenti della battaglia condotta con la parete, era stato diagnosticato un trauma cranico di natura commotiva e la frattura composta di due vertebre cervicali. Quelle fratture avrebbero potuto avere conseguenze estremamente gravi, come la tetraplegia, ma il recupero (fortunatamente) avvenne in modo ottimale in poco più di due mesi, lasciando solo una strana postura del collo che, in alcune occasioni, quando l'uomo camminava, tendeva a flettersi leggermente sulla destra.


















