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Belluno
14 aprile | 17:37

"Era gravissimo ma nessuno sentiva le loro grida d’aiuto: furono costretti a trascorrere la notte all’addiaccio prima di essere salvati"

A raccontare un intervento di soccorso risalente al 1979 ("quando i cellulari non c'erano") è Fabio Bristot, membro del Soccorso alpino: "L'alpinista, a causa di un volo da capocordata aveva riportato un grave trauma cranico ed altre lesioni importanti al tronco ed agli arti inferiori. Lui e i suoi compagni vennero recuperati l'indomani"

Era gravissimo ma nessuno sentiva le loro grida d’aiuto: furono costretti a trascorrere la notte all’addiaccio prima di

BELLUNO. Si trovavano in quota senza cellulare (era il 29 luglio 1979 ndr) quando uno di loro è precipitato, riportando gravi ferite. Per chiedere aiuto, agli alpinisti non è rimasto che urlare e sventolare le braccia al vento, sperando che qualcuno li sentisse.

 

A raccontare la vicenda è Fabio Bristot, membro del Soccorso alpino, che anticipa: "Il pomeriggio del 29 luglio 1979, attorno alle 17e50, il capo stazione di Belluno Gianni Gianeselli ricevette una telefonata dalla Stazione del Soccorso Alpino della Val Zoldana che richiedeva, vista l’accentuata difficoltà nell’effettuare un recupero e l’estrema necessità di avere più uomini a disposizione, il supporto di alcuni Volontari della Stazione di Belluno".

 

"Alle 22e30 in punto, una prima squadra composta da 8 volontari, partita immediatamente da Belluno con propri mezzi, raggiungeva il bivacco Bosconero. Altri, già alle prime luci dell’alba, si sarebbero portati successivamente in zona per coadiuvare le operazioni protrattesi alla fine per una giornata intera, una durissima giornata di complesse operazioni".

 

 

RIPORTIAMO DI SEGUITO IL RACCONTO COMPLETO DI BRISTOT

 

Nel primo pomeriggio della stessa giornata, sulla via Navasa alla Rocchetta Alta del Bosconero, l’alpinista Helmut Grimm in cordata con Hans Weninger ed il più noto Richard Goedeke, a causa di un volo da capocordata aveva riportato un grave trauma cranico ed altre lesioni importanti al tronco ed agli arti inferiori.

 

Come dichiarato, infatti, al cronista de “Il Gazzettino” il 31 luglio dallo stesso Goedeke: “Grimm che procedeva con grande abilità e speditezza, era volato proprio in uno dei punti più facili della via, cadendo per una quindicina di metri e battendo violentemente sulla roccia (…). Apparse immediatamente preoccupanti le sue condizioni, avevamo lanciato segnali di soccorso, ma questi furono raccolti solo qualche ora più tardi da alcuni escursionisti”. 

 

Una situazione, dunque, drammatica che, anche a causa del ritardo con cui si era raccolto l’Sos degli alpinisti, rischiava di diventare tragica come poche, sia per la gravità delle condizioni cliniche, sia per la posizione dell’alpinista che si trovava pressoché a metà parete, in una zona strapiombante, molto complessa da raggiungere.

 

Congiuntamente le squadre del Soccorso alpino della Val Zoldana e di Belluno, nella concreta impossibilità di operare con l’oscurità che non avrebbe neppure permesso di individuare le linee di calata migliori, pianificarono in dettaglio le modalità di recupero per l’indomani, considerato che gli alpinisti si trovavano su di un terrazzino, a oltre 350 metri dalla base della parete.

 

Dopo aver bivaccato all’aperto, nei pressi della parete, iniziarono le opere per apprestare una piazzola per l’atterraggio dell’elicottero che era stato richiesto al IV Corpo d’Armata di Bolzano per coadiuvare le operazioni di soccorso e garantire maggiore velocità nelle operazioni. 

 

Alle 06e25 del mattino seguente, l’AB 205 aveva già scaricato sulla vetta della Rocchetta una prima parte dei soccorritori ed il materiale di squadra necessario all’intervento. Questo gruppo si calava per oltre 150 metri, pervenendo ad una cengia posta esattamente sulla verticale degli alpinisti. Da qui, una volta predisposto l’ancoraggio per l’argano “Pomagalski”, veniva calato un soccorritore dotato di barella e di zainetto medico in modo da permettere una prima medicalizzazione del ferito. 

 

Una calata spaventosa, in alcuni punti nettamente strapiombante, che solo dopo 220 metri permise di raggiungere l’alpinista ferito, di imbarellarlo e permettere così il lento recupero da parte delle squadre in alto. 

 

Solo questa parte dell’operazione durò all’incirca 5 ore, minuti interminabili, passati solo grazie alla perizia e alla pazienza dei soccorritori, che iniziarono ad intravedere la possibilità di portare a compimento il soccorso, solo quando la barella con l’infortunato apparve sull’ultimo camino che conduceva alla cengia. 

 

Qui, un’altra squadra calatasi dalla cima, era già pronta per continuare le manovre. Un’altra calata tecnicamente impegnativa con la quale il ferito venne calato per interminabili 570 metri lungo la parete nord-est della Rocchetta, sino alla base della parete stessa. Quindi, un’ulteriore squadra lo portava nei pressi della piazzola, da dove, velocemente imbarcato, fu elitrasportato all’Ospedale Civile di Belluno alle ore 18 esatte del 30 luglio 1979.

 

Nel frattempo gli altri soccorritori provvedevano a recuperare per mezzo dell’argano ricollocato sulla cima Goedeke e Weninger, provati dall’esperienza passata e dalla fatica di due giornate in parete.

 

Alle 20e10 dello stesso giorno, i 28 volontari della Stazione di Belluno e della Val di Zoldo raggiungevano Pontesei stremati, ma distesi nello spirito perché certi di aver svolto con grande sinergia operativa una manovra davvero impegnativa, come riportato dallo stesso Goedeke che sempre sulle pagine de “Il Gazzettino” ebbe modo di dire “di non essersi mai trovato prima d’ora in simili frangenti, ma di essere ben esperto nelle più sofisticate tecniche di soccorso e pertanto in grado di giudicare l’operazione del Soccorso Alpino come particolarmente difficile ed ardita”.

 

Continuava poi affermando che: “Non aveva mai dubitato della generosità e del calore dei colleghi italiani, quello però che mi ha maggiormente impressionato è stato l’elevato livello di efficienza, il perfetto coordinamento delle manovre e l’affiatamento tra i componenti delle squadre”.

 

Questo giudizio lusinghiero non è ascrivibile alla casualità, ma frutto dell’ottimo rapporto di collaborazione ed amicizia esistente tra le due Stazioni di Belluno e della Val Zoldana. All’intervento parteciparono i Volontari della Stazione di Belluno di seguito elencati: Gianni Gianeselli, Adelino Brun, Soro Dorotei, Enrico Foggiato, Gianpaolo Fontana, Marino Casagrande, Giorgio Giacchetti, Angelo De Bona, Marino Guardiano, Gino Lotto, Franco Pocchiesa, Giovanni Sitta, Ermes Viel e Piero Sommavilla.

 

Chi volesse leggere altre storie di Bristot potrà farlo al seguente link: https://fabiobristotrufus.it

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