Elezioni in Europa e l'onda nera che non fu: dalla Francia ai nuovi gruppi di destra cosa succederà ora? ''Sostanzialmente confermato lo status quo precedente''
Emanuele Massetti, professore associato di Scienza Politica alla Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento, analizza i risultati degli ultimi importanti appuntamenti elettorali nel Vecchio Continente, tra il flop della paventata ondata nera e la nascita di nuovi gruppi europei

TRENTO. Prima le europee, che hanno visto una sostanziale tenuta della maggioranza tradizionale a Bruxelles, poi le elezioni in Francia, dove l'asse anti-lepenista è riuscito ad arginare la corsa del Rassemblement National. Sullo sfondo la nascita di nuovi gruppi all'interno della destra (anche estrema) nel Parlamento europeo e, allargando lo sguardo al di fuori dei confini Ue, la schiacciante vittoria del Labour nel Regno Unito. Nel giro di circa un mese sono stati diversi gli importanti appuntamenti elettorali nel Vecchio continente e il Dolomiti ha contatto Emanuele Massetti, professore associato di Scienza Politica alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, per analizzare i risultati e capire cosa succederà ora nell'Europa uscita dalle urne. Ecco le sue parole.
Partiamo dalla Francia, come analizzare i risultati ottenuti delle forze in campo? Guardando al numero di parlamentari eletti, stupisce il risultato del Nouveau Front Populaire (la coalizione di sinistra), primo con 180 seggi, davanti a Ensemble (la coalizione liberale guidata da Macron) con 159 seggi e al Rassemblement National (la destra lepenista) con 142?
Non parlerei di un risultato stupefacente, al contrario mi sembrano risultati sostanzialmente in linea con quanto dicevano i sondaggi. Non ci sono state grosse sorprese a livello di percentuali di voto rispetto a quanto ci si aspettava: personalmente ero convinto, tra il primo ed il secondo turno, che il fronte anti-Le Pen potesse impedire al Rassemblement National di vincere, come è poi successo. In generale la paventata “ondata nera”, che per qualcuno poteva trovare uno slancio proprio dai risultati delle legislative francesi, è sempre stata esagerata rispetto ai dati e ai sondaggi, sia per quanto riguarda le elezioni europee che, nel dettaglio, per il caso francese. È innegabile però che il Rassemblement National sia cresciuto moltissimo, risultando di fatto il primo partito in termini di consenso elettorale. C'è stata una crescita molto forte, ma la reazione degli altri partiti ha impedito che si traducesse nella conquista di una maggioranza parlamentare relativa o assoluta. Sono riusciti a cooperare per frenare l'avanzata della destra lepenista: un merito, sicuramente, dal loro punto di vista. Se guardiamo alle europee, la destra radicale ha fatto meglio anche grazie all'apporto del Partito della Riconquista (Reconquête, il partito di estrema destra fondato nel 2021 da Eric Zemmour ndr), che ha ottenuto quasi il 5,5% dei consensi mentre alle legislative non ha raggiunto nemmeno l'1%.
Ha nominato la cosiddetta 'ondata nera', un concetto di cui si è parlato molto prima delle ultime elezioni europee facendo riferimento al blocco di partiti e movimenti della destra sovranista ed euroscettica: al netto proprio dei risultati delle elezioni in Francia e delle europee, può fare una panoramica per valutare, ad oggi, quale sia la situazione nell'Unione da questo punto di vista?
In generale, le europee 2024 hanno di fatto confermato lo status quo precedente: abbiamo osservato un piccolo rafforzamento della destra sovranista, un forte consolidamento del Gruppo del Partito popolare europeo (Ppe) e un marcato arretramento dell'area liberale e verde. Tutto sommato, la maggioranza tradizionale ha però tenuto, anche se necessiterà probabilmente di un accordo più esplicito con il gruppo dei Verdi e di lavorare per cooptare qualche singolo partito conservatore. Guardando ai singoli Paesi, c'è sicuramente da considerare l'evoluzione nei Paesi Bassi, con la formazione del nuovo governo di destra, che vede l'ingresso nell'esecutivo del Partito per la Libertà di Geert Wilders, e in Austria, dove si voterà in autunno. Italia e Ungheria sono i due casi più clamorosi di Paesi guidati da una destra radicale, di area populista ed in parte euroscettica. Poi c'è la Repubblica Ceca, il cui primo ministro Petr Fiala (del Partito Civico Democratico) è però una delle voci più moderate all'interno del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr, lo stesso nel quale milita Fratelli d'Italia). Se facciamo riferimento a forze politiche marcatamente euro-scettiche, al di là dell'appartenenza agli schieramenti di destra o di sinistra, possiamo fare riferimento anche al caso molto specifico della Slovacchia, guidata dal governo di sinistra, populista ed euro-scettico del primo minimo Robert Fico, leader dello Smer (espulso in Europa dal Gruppo dei Socialisti). Ci sono poi quei Paesi nei quali la destra populista euroscettica ha fatto molto bene in termini elettorali, senza però arrivare alla guida del governo: è il caso della stessa Olanda, della Finlandia o della Svezia. La destra populista qui è nella coalizione di governo ma non esprime il primo ministro oppure si limita ad offrire un appoggio parlamentare senza incarichi. Se poi guardiamo a Spagna, Germania e Portogallo, siamo di fronte a nazioni nelle quali fino a poco fa la destra populista e sovranista praticamente non esisteva, vedendo poi una crescita velocissima negli ultimi 5-6 anni. Oggi Vox (Spagna) e Alternative für Deutschland (Germania) hanno rallentato, trovando meno spazio visto che i rispettivi partiti di centro-destra si trovano oggi all'opposizione. Afd sta subendo un'erosione elettorale anche per la crescita di un nuovo partito populista di sinistra (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit) che da una parte 'pesca' nello stesso bacino elettorale (quello della Germania Orientale) di Afd e dall'altra trova una convergenza su diversi temi (a partire da una forte opposizione all'immigrazione). Il partito di Sahra Wagenknecht, ex Die Linke, è come detto molto popolare nella Germania Orientale e alle ultime europee ha ottenuto buoni risultati (6,2%).
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a diversi stravolgimenti all'interno dei grandi gruppi europei, in particolare per quanto riguarda la destra: cosa è cambiato?
Sul fronte della destra in Europa sono sostanzialmente nati due nuovi gruppi, che si posizionano entrambi più a destra di Conservatori e Riformisti, guidati da Fratelli d'Italia e da Diritto e Giustizia (Polonia). Il primo è il Gruppo dei Patrioti per l'Europa, nato su iniziativa del premier ungherese Viktor Orbàn ma nel quale la forza trainante è il Rassemblement National. Guardando all'Italia, è qui che adesso milita la Lega, visto che in sostanza l'intera Identità e Democrazia (il gruppo nel quale militavano sia la Lega che Rn e dal quale erano stati espulsi i tedeschi di Afd) è confluita nei Patrioti proprio per inglobare Orbàn (espulso a sua volta dai popolari del Ppe). Un dato da non trascurare è poi l'ingresso degli spagnoli di Vox, che fanno dei Patrioti, di fatto, il terzo gruppo in Europa (dietro al Ppe e ai socialisti e davanti ai conservatori e ai liberali). Escluso Orbàn, si tratta però di un gruppo che comprende solo partiti di opposizione: il premier ungherese è quindi l'unico membro che siede, in quanto capo di governo, nel Consiglio d'Europa. Il secondo è invece il cosiddetto gruppo dei Sovranisti (Europe of Sovereign Nations), annunciato negli scorsi giorni da Afd e nel quale troviamo, tra gli altri, anche Reconquête.
Uno dei temi sui quali i vari schieramenti si scontrano ormai da mesi è quello del sostegno all'Ucraina nella sua lotta all'invasione da parte della Russia, quali sono le posizioni all'interno di questi nuovi gruppi?
Sia tra i Patrioti che tra i Sovranisti, i due schieramenti di destra più estremi come detto rispetto ai Conservatori e riformisti, ci sono posizioni fortemente critiche rispetto alle decisioni adottate dall'Ue e dai Paesi europei della Nato sul fronte ucraino. In entrambi i gruppi ci sono posizioni molto più orientate all'iniziativa diplomatica, al perseguimento di un cessate il fuoco se non addirittura ad una cessazione dell'appoggio militare ed economico fornito all'Ucraina. Dobbiamo comunque ricordare che si tratta per la stragrande maggioranza, ad esclusione ancora una volta del partito di Orbàn, di forze politiche che si trovano oggi all'opposizione e che non devono quindi prendere attivamente decisioni. Proprio l'Ungheria (mentre il suo premier è andato in Russia ad incontrare Putin e si muove, su questo fronte, in linea con il Partito repubblicano americano 'trumpizzato') è l'unica ad aver votato contro il sostegno all'Ucraina.
Allargando lo sguardo anche al di fuori dell'Unione, anche gli elettori inglesi sono stati chiamati alle urne, lanciando un segnale chiaro: possiamo interpretare questo risultato alla luce di quelle stesse dinamiche che coinvolgono l'Ue?
Direi di no, il risultato delle elezioni nel Regno Unito è legato a dinamiche interne e specifiche e alla grande delusione nei confronti del partito Conservatore. Se guardiamo ai numeri infatti vediamo una crescita marginale del partito liberal-democratico (da sempre la forza più europeista nello scenario politico inglese) che ha ottenuto un 12%. Si tratta di un risultato in linea con le precedenti elezioni che ha però fruttato molti più membri nella Camera dei Comuni (64 in tutto), beneficiando dei collegi nei quali c'era più indecisione. I laburisti si sono fermati poco sotto al 34%: non possiamo certo parlare quindi di una grande vittoria dal punto di vista percentuale hanno visto una crescita pari all'1,6% rispetto all'ultima tornata elettorale, dove avevano rimediato una brutta sconfitta. La vittoria del Labour è spiegata dalla divisione interna alla destra britannica, tra i Conservatori e il partito Reform di Nigel Farage: i primi hanno sfiorato il 24% dei consensi, quasi 20 punti percentuali in meno rispetto all'ultimo tornata elettorale, i secondi invece il 14,3%. In altre parole, un ipotetico partito unico avrebbe superato i laburisti, creando di fatto un Parlamento senza vincitori né vinti. D'altra parte bisogna poi analizzare il netto calo dei Conservatori, che ha poco a che vedere con la proposta laburista e molto a che vedere con la delusione dell'elettorato britannico di fronte ai governi di destra che si sono succeduti negli ultimi anni. L'indice di gradimento, in particolare, è rimasto relativamente alto fino a quando la guida del partito era in mano a Boris Johnson: dopo la sua rimozione e l'arrivo di Rishi Sunak il sostegno ai Conservatori è sostanzialmente crollato.














