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Identificata una nuova categoria di impronte fossili sulle Alpi: "Appartenevano a rettili lunghi 4 metri"

Una ricerca pubblicata da geologi e paleontologi svizzeri e italiani ha istituito un tipo di impronta fossile nuova per la scienza: la Isochirotherium gardettensis. Fondamentale perché conferma la presenza di grandi rettili in un luogo e in un tempo geologico prima ritenuti inospitali

Di Mattia Sartori - 14 gennaio 2021 - 13:52

ALTOPIANO DELLA GARDETTA. Entusiasmanti scoperte per il Muse – Museo delle Scienze di Trento che, in uno studio appena pubblicato in collaborazione con geologi e paleontologi italiani e svizzeri, ha istituito un tipo di impronta fossile nuova per la scienza: la Isochirotherium gardettensis (in riferimento all’altopiano della Gardetta, luogo del ritrovamento).

 

Lo studio descrive una serie di orme fossili impresse da grandi rettili vagamente simili a coccodrilli nel passato più profondo delle Alpi occidentali, circa 250 milioni di anni fa. Le impronte sono state scoperte a circa 2200 metri di quota nella zona dell’Altopiano della Gardetta nell’Alta Val Maira (Provincia di Cuneo, Comune di Canosio) in seguito al lavoro di tesi del geologo dronerese Enrico Collo. Identificate per la prima volta nel 2008, queste impronte sono state lasciate tra i fondali fangosi ondulati di un’antica linea di costa marina in prossimità di un delta fluviale.

 

 

“È stato molto emozionante notare appena due fossette impresse nella roccia, spostare un ciuffo erboso e realizzare immediatamente che si trattava di un’impronta lunga oltre trenta centimetri: un vero tuffo nel tempo profondo, con il privilegio di poter appoggiare per primo la mano nella stessa cavità dove in centinaia di milioni di anni se n'era appoggiata soltanto un'altra; mi è venuto spontaneo rievocare subito l'immagine dell'animale che lasciò, inconsapevolmente, un segno duraturo nel fango morbido e bagnato, ma destinato a divenire roccia e innalzarsi per formare parte della solida ossatura delle Alpi”, ha dichiarato il paleontologo Edoardo Martinetto del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, primo scopritore delle nuove tracce.

 

Secondo Fabio Massimo Petti, esperto di orme fossili del Muse e primo autore del lavoro, si tratta di un ritrovamento unico in Europa: “Le orme sono eccezionalmente preservate e con una morfologia talmente peculiare da averci consentito la definizione di una nuova icnospecie che abbiamo deciso di dedicare all’Altopiano della Gardetta”. Non solo sarebbero importanti in quanto indicative di una nuova specie, ma anche perché, come afferma il paleontologo del Muse Massimo Bernardi, testimoniano la presenza di rettili di grandi dimensioni in un luogo e in un tempo geologico che si riteneva caratterizzato da condizioni ambientali inospitali. Si tratterebbe infatti di orme risalenti a pochi milioni di anni dopo la più severa estinzione di massa nella storia della vita sul nostro pianeta, un periodo ritenuto fino ad ora totalmente inospitale

 

"Tra le varie impronte di rettili rimaste impresse nella roccia quarzarenite, abbiamo trovato in particolare tre passi consecutivi, ovvero tre coppie di orme di zampe anteriori e posteriori lunghe circa trenta centimetri ed eccezionalmente conservate: si vedono perfino i cuscinetti carnosi presenti sotto le falangi", spiega Petti. "Questo ci ha permesso di ricostruire lo scheletro degli arti, appartenenti probabilmente a un rettile arcosauriforme vagamente somigliante a un coccodrillo e lungo almeno 4 metri".

 

Il progetto di ricerca è destinato a svilupparsi ulteriormente grazie all’estensione dell’area di ricerca e alla raccolta di ulteriori informazioni sulla associazione di rettili triassici che hanno lasciato tracce nella zona ma soprattutto grazie alla diffusione dei risultati delle ricerche geo-paleontologiche mediante la creazione di un Geo-Paleo park, comprendente un centro visitatori e un giardino geologico didattico-divulgativo.

 

“La nostra prossima sfida”, sottolinea il coordinatore del progetto Massimo Delfino del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino, “è trovare la copertura finanziaria che garantisca una raccolta accurata ed esaustiva delle informazioni di importanza scientifica, la conservazione a lungo termine del patrimonio paleontologico della Gardetta e la sua valorizzazione in un’ottica di promozione culturale e turistica delle caratteristiche naturali della Val Maira”.

 

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