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Ad Educa ci si interroga: ''Il lavoro del futuro? Serve una gestione delle tecnologie più politica''

Prosegue a gonfie vele il Festival dell'Educazione di Rovereto. Questo pomeriggio, tra i tanti incontri, ecco quello con  il giornalista del Corriere della Sera Edoardo Segantini e Francesco Seghezzi ​che abbiamo intervistato

Di Irene Allegranti - 13 aprile 2018 - 19:31

ROVERETO. Seconda giornata di Educa ricca di appuntamenti a Rovereto (qui il programma completo). Tra questi ecco l'incontro delle 14.30 in Sala Convegni Fedrigotti intitolato "il lavoro del futuro" per ragionare su come sta cambiando il mondo del lavoro tra digitalizzazione e tecnologie, fabbriche connesse e sharing economy. Al dibattito parteciperanno il giornalista del Corriere della Sera Edoardo Segantini e Francesco Seghezzi assegnista di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia. Quest'ultimo si interessa delle dinamiche occupazionali nel mercato del lavoro (con particolare attenzione al fenomeno di Industria 4.0 e alla fascia giovanile) anche attraverso la Fondazione Adapt, di cui è direttore e ci spiega che la strada è ancora da tracciare seppur buone pratiche, come quella dell'alternanza scuola lavoro, stanno già segnando la giusta direzione.

 

Seghezzi, cosa ne pensa della trasformazione che il mondo del lavoro sta subendo negli ultimi anni?

Ci sono due grosse forze che guidano questa trasformazione. Una è senz'altro la tecnologia, che cambia sempre più velocemente ridefinendo l'organizzazione, l'esecuzione e le tipologie del lavoro. L'altra, è la demografia: il graduale 'invecchiamento' della popolazione rende l'incontro tra domanda e offerta del lavoro più difficoltoso. Sempre più persone continuano ad essere produttive fino in età avanzata e le loro esigenze sono diverse da quelle dei loro colleghi con meno anni sulle spalle. Inoltre abbiamo visto come gli scompensi demografici possano creare barriere all'ingresso dei giovani. Agire sulla demografia non è semplice e anche gli impatti di politiche mirate avrebbero risultati visibili solo nel lungo periodo. Più agevole è incidere sulla tecnologia, cercando di averne una comprensione sempre più profonda e scegliere come utilizzarla al meglio. Sì, una gestione della tecnologia in senso più politico sarebbe un buon inizio.

 

Su cos'altro dovremmo puntare per uscire da questo spaesamento?

Innanzitutto, sull'incontro tra formazione e lavoro, che deve avvenire il prima possibile nel percorso degli studenti. Poi, sul trovare modalità nuove per attrarre investimenti nell'innovazione.

 

Quindi, a suo avviso cosa ci prospetta per il futuro?

Se queste e altre misure non vengono prese, ci ritroveremo con un mercato del lavoro più angusto, con sempre meno possibilità di scelta. Se cogliamo invece le opportunità di cambiamento, potrebbe aspettarci un quadro in cui il singolo lavoratore ha sempre maggiore autonomia e responsabilità, è più competente e svolge mansioni in cui le componenti intellettuali e relazionali sono più presenti, anche nei lavori manuali. Un quadro in cui i risultati sono distribuiti in modo più equo tra i lavoratori.

 

Ci sono modelli esteri a cui potremmo ispirarci o è ancora tutto da inventare?

Più la seconda. Ci sono tanti modelli efficienti, soprattutto nel Nordeuropa, ma anche questi sono in via di ridefinizione. Studiarli è importantissimo, ma fare un copia-incolla di sistemi che sono comunque da aggiornare non avrebbe senso; anche perché le risorse disponibili non sono le stesse. Meglio costruire un modello originale, che tenga conto dei forti dualismi italiani (Nord-Sud, grandi-piccole imprese...) e miri a ridurre i divari. Un modello il più possibile inclusivo.

 

E qui in Italia? Ci sono degli esempi di realtà che già procedono nella direzione 'giusta'?

L'alternanza scuola-lavoro è un buon tentativo. Ora deve essere potenziata per far sì che funzioni davvero. Il percorso dello studente in azienda deve acquistare maggior valore e senso per entrambe le parti: deve essere in linea sia con i talenti e le prospettive dello studente, sia con gli interessi dell'azienda. Un altro esempio è l'assegno di ricollocazione, che può essere speso dal lavoratore disoccupato per accedere a corsi di formazione e riqualificazione offerti dall'Agenzia del Lavoro. Più in generale, un potenziamento dei centri d'impiego e delle agenzie di collocamento sarebbe benvenuto.

 

Che consiglio darebbe ad un giovane che sta entrando adesso nel mondo del lavoro?

Non pensare come ti dicono di pensare. Non cadere nel tranello di un mondo idealizzato in cui il posto fisso, il tuo percorso di studi e la totalità delle tue esigenze personali coincidono linearmente ed alla perfezione. Sii pronto a reinventarti, a mettere le tue competenze al servizio di progetti a cui non avresti pensato. Sii pronto a gestire una maggiore autonomia in una realtà con meno vincoli, più centrata sui risultati. Resta saldo su alcuni grandi punti, perché è importante non lasciarsi sfruttare da chi tenta la concorrenza al ribasso. Infine, non temere di ripensarti e cambiare insieme alle circostanze. Entriamo in una fase che pone nuove sfide ma che offre anche un nuovo livello di libertà.

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