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In Italia il dato più alto al mondo di medici, ma allora perché mancano? Ioppi: ''Imbuto formativo e il sistema pubblico si è auto-precluso la possibilità di assumere giovani''

In Italia ci sono circa 6 medici ogni mille abitanti, il più alto del mondo e un patrimonio straordinario che però non riesce a trovare sbocchi. A questo numero non corrisponde, purtroppo, un buono stato di salute del sistema sanitario. "Un paradosso di una gestione e pianificazione passata approssimativa. Un documento del 1999 metteva in guardia che nel giro di 20 anni ci si sarebbe ritrovati in questa situazione"

Di Luca Andreazza - 30 novembre 2019 - 05:01

TRENTO. "I medici ci sono ma sono bloccati. I requisiti richiesti sono esclusivi per lavorare nel comparto pubblico e così ci troviamo nel paradosso di non avere professionisti quando in realtà ci sarebbero", queste le parole di Marco Ioppi, presidente dell'Ordine dei medici, nel commentare i dati di Adiconsum: in Italia ci sono circa 6 medici ogni mille abitanti, il più alto del mondo e un patrimonio straordinario che però non riesce a trovare sbocchi.

 

A questo numero non corrisponde, purtroppo, un buono stato di salute del sistema sanitario. "Il pubblico - prosegue il numero uno dei medici - si è ingessato da solo per tagliarsi le possibilità di assumere i giovani. E c'è un imbuto formativo importante che non permette quel ricambio generazionale ormai necessario. Un paradosso di una gestione e pianificazione passata approssimativa. Un documento del 1999 elaborato dall'Ordine dei medici metteva in guardia che nel giro di 20 anni ci si sarebbe ritrovati in questa situazione. Nulla è stato fatto ma il tempo è passato e ora il settore inizia a essere in emergenza".

 

Il lavoro nel pubblico si delinea lungo due direttrici, il professionista che viene assunto negli ospedali e quelli di medicina generale. Nel primo caso il requisito è la specializzazione: dopo il corso di laurea ci vogliono altri 4/5 anni di specializzazione rilasciata dall'Università. Nel secondo caso, terminato il percorso universitario si prevede il diploma di formazione in medicina generale da scuole specifiche gestite dalle Regioni e dalle Province autonome.

 

Ogni anno si laureano in media 12 mila medici, solo 9 mila riescono a entrare in specialità oppure in corso di formazione per medicina generale. "I numeri di posti disponibili messi a concorso - prosegue Ioppi - sono decisamente inferiori alla domanda. Qui in Trentino la Provincia affida il corso per diventare medici generali all'Ordine dei medici e infatti l'amministrazione ha deciso di alzare il tetto delle iscrizioni e noi siamo stati d'accordo, ma ovviamente non può bastare. E' necessario un piano generale a livello nazionale".


Il sistema non riesce a far fronte alle esigenze: oggi il numero di medici prossimi alla pensione è sempre più elevato. Le generazioni degli anni '70/'80 escono dal mercato del lavoro ma non ci sono abbastanza medici per rimpinguare gli organici tra imbuto formativo e requisiti troppo stringenti. "I giovani medici bloccati nell'imbuto formativo aumentano di anno in anno. Quest'anno - dice il presidente dell'Ordine - in oltre 17 mila hanno partecipato al test di ammissione alle scuole di specializzazione e solo poco più della metà, cioè meno di 9 mila, sono stati ammessi. Questo comporta un elevato numero di disoccupati, privi dei requisiti per essere occupati nel sistema sanitario nazionale, ma pronti a essere disponibili per lavorare nel privato. A questo si aggiunge che oltre mille professionisti ogni anno emigrano all'no all'estero tra Inghilterra, Germania e Svizzera, medici che poi non rientrano in Italia".

    

E poi c'è, infatti, un altro fronte, quello dei privati. "I criteri lì sono più elastici - continua Ioppi - il medico nel pubblico spesso lavora senza riflettori, senza dimenticare la difficoltà a gratificare il personale per merito e potenzialità. A questo si possono aggiungere ulteriori criticità quali elevata conflittualità, turni massacranti e organici non adeguatamente integrati. Poi c'è anche la burocrazia che il distoglie il medico dall'attività clinica".

 

Un altro dato è quello del ricorso alla medicina difensiva. Un costo di 165 euro a testa per un totale di spesa sanitaria di 1.147 euro a persona. Una pratica attuata dal 93% dei medici intervistati nella ricerca commissionata da Il Sole 24ore nel 2017: la perdita per la spesa sanitaria si attesta intorno al 10%.

 

A questo dato, si deve aggiungere il costo delle liti medico-paziente sempre più frequenti. Nel solo 2018, per spese legali e sentenze sfavorevoli, le liti sono costate al servizio sanitario nazionale oltre 190 milioni di euro, circa 522 mila euro al giorno, con un incremento dell’8,9% rispetto all’anno precedente (fonte Demoskopika).

 

"E' un punto percentuale di Pil - evidenzia Ioppi - spesso le denunce sono quasi sempre strumentali, tanto che il 95% di queste vengono archiviate. La medicina difensiva è una conseguenza di questa litigiosità e dell'uso strumentale delle denunce come se il medico fosse un bancomat dal quale poter prelevare in quanto è assicurato. Ma questo crea tensione, distrugge medici e famiglie. Insinuare il dubbio di negligenza, imperizia o errore è una fonte di stress enorme per il medico e il paziente rischia di pagarne le conseguenze. In questo senso nel 2017 è stata approvata la legge Gelli: il paziente deve eventualmente provare l'accusa".

 

Un passo può essere l'Università di medicina a Trento. "Un percorso da intraprendere. Siamo - conclude Ioppi - tra le ultime regioni senza una facoltà: ci sono due dipartimenti in Friuli per un bacino di 1 milione e 200 mila abitanti, quattro in Emilia Romagna, poi ovviamente ci sono Verona e Padova. Ma non basta aprire una sede universitaria, serve un coinvolgimento di partner a livello europeo e nazionale. L'Università non è sufficiente da sola se non si attua una nuova gestione del personale capace di valorizzare le risorse umane, i medici in attività che non vadano via prima del tempo e dare una prospettiva di futuro e di crescita ai giovani assunti".

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