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L'esercito italiano entrava a Trento 101 anni fa. Una data scolpita nell'immaginario di una comunità "affetta da forme di guerra civile della memoria"

Il 3 novembre 1918 i soldati italiani entravano nella città irredenta centrando uno degli obiettivi simbolici del conflitto. Trento e il Trentino, stremati dalla guerra, gioivano per la sua conclusione, ma le ferite del conflitto avrebbero fatto fatica a rimarginarsi. Per questo, attorno a questa data si continuano a combattere battaglie di memoria che banalizzano la complessità di una terra di confine

Di Davide Leveghi - 02 novembre 2019 - 21:09

TRENTO. Il 3 novembre 1918 le truppe regie entrarono a Trento, “liberando la città irredenta”. La guerra lanciata alla storica nemica nel maggio 1915 per annettere i territori di cultura e lingua italiana di Trentino e Venezia Giulia si concludeva, ben al di là, come sappiamo, di questi stessi obiettivi, inglobando – come stabilito nel patto segreto di Londra – anche popolazioni non italofone.

 

Il Trentino in cui entrarono gli italiani non era certo quello che la propaganda aveva sempre pomposamente delineato. I territori irredenti gioirono all'entrata delle truppe – come si fece in molti altri luoghi – principalmente per la fine di una guerra diffusamente mal sopportata e incomprensibile alle masse. Trento e il Trentino accoglievano in maniera diversificata la nuova appartenenza nazionale, sancita poi dai Trattati di pace.

 

Monumentalizzare il 3 novembre rischia di far perdere il contesto in cui avvenne l'ingresso degli italiani in città – spiega Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino – e non dovrebbe quindi essere ricordato solo per l'arrivo di reparti del Regio esercito, sui quali continua ad esserci dibattito. La data è sì importantissima, segna la conclusione della Grande Guerra per l'esaurimento delle forze materiali, psicologiche e fisiche dell'esercito austro-ungarico. Al 3 novembre andrebbe collegato Vittorio Veneto e i colloqui di pre-armistizio tenuti a Serravalle, così come la ritirata delle truppe in rotta dell'Impero”.

 

Il 3 novembre è posto dal dopoguerra in poi come una data spartiacque, specialmente tra quelle generazioni che la guerra l'avevano voluta, combattuta e infine – almeno sulla carta – vinta. “La dimensione di celebrazione di questa giornata è appartenuta a più generazioni, penso a Calamandrei, padre della Costituzione che entrò a Trento, o a Pertini che si trovava anch'egli in quei giorni in Trentino. Si crea un intreccio fortissimo tra la storia italiana e la valenza simbolica rappresentata dalla città irredenta di Trento”.

 

Ma con il passare delle generazioni – prosegue Ferrandi – la Grande Guerra smette di essere considerata la Quarta guerra d'indipendenza italiana per divenire l'inizio del cosiddetto 'Secolo breve'. Non si può più leggere come si faceva fino agli anni '60-'70, ma va fatto un salto di qualità, che inserisca questa data in un quadro interpretativo più raffinato e completo”.

 

Il paradigma nazionale va messo da parte, alla Storia va restituita la complessità di un mondo di confine, quello trentino, ben più articolato. “Il 3 novembre può essere letto più che come una vittoria militare italiana il culmine dell'implosione di una delle parti in guerra, quell'Austria-Ungheria per cui il conflitto non era più proseguibile. Di certo le dispute continueranno ad esserci, e infatti le iniziative di domani saranno tante e differenti. Per questo un diverso approccio storiografico potrebbe portare a una rielaborazione di ciò che è avvenuto, affinché si crei un clima culturale di una terra dagli aspetti culturali molteplici”.

 

Ma il Trentino, lungi dallo sviluppare un senso storico critico e problematico della complessità della sua storia, pare spesso impantanato in sterili e astiose polemiche. “Usando un'espressione forte – continua – si può dire che il Trentino sia affetto da forme di guerra civile della memoria, con componenti fondamentali della comunità che sentono il bisogno di differenziarsi e di opporre, in una logico amico-nemico, la loro memoria a un'altra. Per questo si usa una terminologia di 'eroi' e 'traditori', si esaspera o si denigra una figura. La Storia, invece, ci insegna per fortuna che queste non sono categorie storiografiche, l'atteggiamento critico nei confronti del passato dovrebbe prendere il sopravvento”.

 

“La Grande Guerra non fu una partita di Risiko ma qualcosa di complesso, serve precauzione per non fomentare divisioni. Ci sono nodi aperti, su cui la storiografia deve discutere, ma a forza di celebrare pubblicamente o di dire rancorosamente in privato la propria versione della Storia si sono provocati solo danni, tanto che è difficile discutere pacatamente”.

 

Il riferimento non può che cadere sulla figura di Cesare Battisti. Solo le terre di confine producono figure che al tempo stesso siano considerate eroe e traditore a seconda della latitudine da cui vengono osservate. Su di lui si spendono fiumi di parole, si rievocano gli sputi e gli insulti presunti con cui fu accolto dai cittadini della “fortezza di Trento”, si resuscitano sentimenti popolari immaginati e definiti solo nello sguardo a posteriori.

 

Dire come la società trentina abbia accolto l'entrata dell'esercito italiano è molto complicato – afferma Ferrandi – c'è scarsità di fonti e noi cosa dovremmo fare? Dare credito più alla foto di via Belenzani festante, ai giornali dai toni trionfalistici, al ricordo di privati sugli italiani invasori? Una delle cose che possiamo fare è considerare le testimonianze e calarci nel contesto. Piero Calamandrei percepì il disorientamento della popolazione trentina, vide un territorio in contrasto con le sue aspettative, ancora di più passati i confini linguistici verso Bolzano. Nel suo arrivo qui matura il senso della complessità. I sentimenti maggioritari sono di gioia ma per la fine della guerra, che ha esaurito tanto la popolazione da far emergere un senso liberatorio non patriottico ma di fine delle sofferenze”.

 

“Dopo il 3 novembre – conclude – ci sono il ritorno dei profughi, dei prigionieri di guerra, l'influenza spagnola che decima la popolazione. Non sapremo mai il sentimento in percentuale ma possiamo dedurre la felicità per la fine del conflitto. Possiamo dire che la classe dirigente fu contenta, vista la sua tendenza filoitaliana, ma sulla popolazione non urbana e dei contesti rurali è difficile. Le ferite della guerra, di contro, agiranno per moltissimo tempo. Il fascismo non permetterà di percepire il 3 novembre in modo lineare. D'altronde la stessa pedagogia nazionale, dal primo dopoguerra in poi, ha portato con sé distorsioni notevoli”.

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