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Asterischi e ə (schwa) per non specificare il genere. Cavagnoli: ''La lingua di per sé è inclusiva: siamo noi che dobbiamo esserlo di più nelle nostre scelte lessicali quotidiane''

L'ipotesi di sostituire la vocale alla fine delle parole con un asterisco ha preso piede negli ultimi anni e il dibattito è passato dai social ad ambienti più autorevoli. Sul tema abbiamo intervistato la docente trentina di glottodidattica e linguistica applicata all'Università di Roma Tor Vergata: ''La principale debolezza di questi simboli grafici è legata alla pronuncia. Ma le strategie linguistiche ci sono, il primo passo è conoscerle"

Di Rebecca Franzin - 08 ottobre 2020 - 14:00

TRENTO. "Che piaccia o no alla 'maggioranza', esistono persone che al momento ritengono l'esistenza dei generi maschile e femminile come un limite all'espressione di sé, anche solo nel rivolgersi a una moltitudine mista, che la norma prevede di appellare usando il maschile sovraestesoDecidere 'a tavolino' che questo disagio non esista o non sia degno di attenzione è, a mio avviso, un atteggiamento superficiale; e non è necessario che il suo contrario venga bollato per forza come un eccesso di 'politicamente corretto'"

 

Questa la dichiarazione che la nota sociolinguista Vera Gheno che insegna all'Università di Firenze (dove da anni tiene il ''Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione'') e che per quasi 20 anni ha collaborato con l'Accademia della Crusca oltre ad aver pubblicato libri come ''Potere alle parole. Perché usarle meglio'', "Prima l'italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure" e "Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole"

ha scritto in un post su Facebook, dove ha stigmatizzato la paura di alcuni che l'italiano, per colpa del progresso culturale, sociale e civile, perda in qualche modo una sua suposta integrità. Queste polemiche sono emerse in relazione all'uso dell'asterisco posizionato in fondo alle parole, in modo da evitare di specificare il genere ed essere, così, più inclusivi

 

"La lingua italiana ha due generi grammaticali - spiega a il Dolomiti Stefania Cavagnoli, docente trentina di glottodidattica e linguistica applicata all'Università di Roma Tor Vergata - maschile e femminile. Non ha il neutro anche se avrebbe potuto averlo derivando dal latino: ma anche se fosse esistito il neutro avremmo dovuto trovare una terza via per identificare chi non rientra nel binario di genere, perché non ci stiamo riferendo ad oggetti o cose ma a delle persone". Tra le soluzioni per ovviare a questo limite della lingua italiana c'è quella di utilizzare l'asterisco (più comune) o della schwa (ə). Ci sono però dei problemi connessi all'utilizzo di questi due simboli ed il primo, evidenziato da tutti i critici, è quello della pronuncia di questi simboli grafici

 

"Quando si tratta di adottare nuovi costumi, i linguisti e le linguiste di solito non sono dogmatici/che - prosegue Cavagnoli -. A mio parere però ci sono dei problemi ad utilizzare sia la schwa che l’asterisco, soprattutto a livello di pronuncia, perché sono simboli grafici ma mi rendo conto che si pone un problema di esclusione: utilizzando il maschile indefinito (come la parola avvocato per esempio) escludiamo sia le donne che i generi non binari. Io credo che i principi della lingua debbano seguire le esigenze della collettività, e le esigenze espresse da alcuni movimenti oggi esistevano anche prima solo che non potevano emergere. Al giorno d'oggi la società si sta avviando verso una maggiore apertura, perciò la lingua dovrebbe andare nella stessa direzione". 

 

Ci sono anche altre soluzioni per rendere più neutrale il linguaggio, soluzioni che gli esperti discutono da molti anni. "Personalmente sono quindici anni che spiego queste cose, ma c’è bisogno di insistere" sorride Cavagnoli. "Nello scritto informale (sui social, sui siti web) utilizzare l’asterisco è meno problematico che farlo in un testo giuridico o amministrativo - spiega la docente - ma in quel caso ci sono altre possibilità ugualmente rispettose. Per esempio si può parlare di 'popolazione' in generale invece che di 'uomini' come è abitudine fare o di 'persone' invece che di 'uomini' o 'donne'. O si possono usare delle parole collettive come 'cittadinanza, direzione, avvocatura'. Le strategie linguistiche ci sono, il primo passo è conoscerle. Bisogna battersi per ottenere una paritaria rappresentazione di genere anche nella linguistica e ognuno può fare qualcosa, perché la lingua è viva e mobile". 

 

Ma tutto ciò non si limita solo al femminismo e ai diritti civili. "Quando si tratta di parole che identificano certe categorie abbiamo cambiato il modo di esprimerci in generale - prosegue Cavagnoli -: non si dice più spazzino ma operatore ecologico, non si dice più handicappato ma diversamente abile. Non è quindi un problema linguistico quanto di politica linguistica, di credenze e categorie mentali con cui interpretiamo il mondo. La lingua di per sé è inclusiva: siamo noi che dobbiamo essere inclusivi nelle nostre scelte lessicali e linguistiche. Alcuni critici sostengono che i problemi siano altri, ma quando si parla dell'argomento emerge un grande fastidio. Se adottare un linguaggio più inclusivo non fosse così importante non servirebbe scaldarsi tanto".

 

E' l'uso delle parole a determinare il modo in cui vediamo il mondo, aggiunge ancora la professoressa, ed è necessario cominciare dall’educazione familiare e scolastica. ''A cinque anni, circa, il nostro cervello ha già registrato degli stereotipi e da grandi è più difficile cambiarli. C’è bisogno di maggiore educazione alla lingua intesa come branca dell'educazione alla cittadinanza". 

 

Ci sono però dei modi per aiutare a cambiare la percezione comune ed instaurare delle buone pratiche, a partire dalla politica: "A breve uscirà un inserto sul linguaggio adeguato, non ostile e rispettoso dei generi sul giornale della Provincia, Consiglio Provinciale, che abbiamo curato con la Commissione pari opportunità''. E poi la riflessione deve spostarsi anche sull'utilizzo dei social: "Scrivere sui social è un'azione che si colloca a metà fra la comunicazione orale e scritta: è scritta ma anche orale, perché quando siamo di fronte ad uno schermo rispondiamo come se si trattasse di una comunicazione orale quando non lo è". "Quando scriviamo sui social - conclude la docente - spariscono tutti i tabù che abbiamo quando parliamo di fronte ad una persona, come i tabù linguistici, della cortesia, del rispetto, del turno di parola. L'unico modo per far cambiare l'opinione pubblica è far riflettere su ciò che viene scritto, anche per avere un’utilizzo decente dei media. Anche i giornali possono fare qualcosa per arrestare i commenti 'gridati' sui social chiedendo un utilizzo diverso dei media, per esempio non accettando commenti aggressivi, denigratori e irrispettosi". 

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